Aperta un’inchiestasu falsi lingotti d’oro

MAURO SPIGNESI Caffe.ch 15.9.19

Tre segnalazioni in procure sul prezioso “metallo giallo”

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C’è un filo, un filo sottile che lega il Ticino – dove è aperta un’inchiesta per riciclaggio, frode e falsificazione – con la cittadella finanziaria di New York. Un filo che parte da quando nei giganteschi caveau della Jp Morgan, la più grande banca americana, la sesta al mondo, sono stati scoperti un migliaio di lingotti d’oro contraffatti per un valore di circa 50 milioni di franchi. Un controllo casuale ha fatto emergere un fenomeno criminale sul quale la polizia di mezzo mondo sta indagando. Perché se un addetto alla banca non avesse notato che in due lingotti la “punzonatura” con il numero di identificazione era uguale e il marchio era differente da quello che invece viene impresso nelle fonderie, chissà per quanti anni ancora il traffico sarebbe andato avanti. Perché di traffico si tratta, visto che la contraffazione dei lingotti viene fatta anche per nascondere e dunque per riciclare le incerte provenienze dell’oro che potrebbe arrivare da zone dove non ci sono controlli e dove c’è uno sfruttamento delle miniere e del personale che da tempo le leggi vietano severamente. 
Un traffico che ha avuto una “sponda” anche in Ticino dove il Ministero pubblico conferma al Caffè “di aver effettivamente ricevuto, nel corso del 2017, 3 segnalazioni riguardanti lingotti d’oro riportanti dei numeri di riferimento di serie risultati non conformi”. Il procedimento penale ipotizza i reati di riciclaggio di denaro, nonché frode, falsificazione e contraffazione di marchi.
Quando la notizia di New York è stata rilanciata dall’agenzia Reuters, è scattato l’allarme e tante banche, da Credit Suisse a Ubs, hanno compiuto verifiche nei propri caveau. Inoltre, l’Amministrazione federale delle Dogane ha confermato d’essere a conoscenza dell’esistenza di almeno 655 lingotti falsi intercettati fra il 2017 e l’anno scorso e di non sapere l’esatta dimensione del fenomeno. Ma secondo Michael Mesaric, direttore della Valcambi di Balerna che insieme alla Pamp, alla Argor-Heraeus e alla Metalor, sono le fonderie svizzere autorizzate alla lavorazione e alla certificazione internazionale, “in circolazione – ha spiegato alla Reuters confermando il concetto al Caffè – potrebbero esserci molti ma molti lingotti contraffatti”. E questo nonostante le tecniche di identificazione siano diventate più raffinate con marchi olografici simili a quelli sulle banconote e precisi segni sulla superficie dei lingotti. Tutte le raffinerie svizzere, per questo, consigliano di acquistare i lingotti solo da enti e aziende certificate.
D’altronde con i tassi d’interesse negativi e le incertezze dei mercati finanziari, molti investitori anche istituzionali hanno ripreso a puntare sull’oro, da sempre un bene rifugio. E questo aumento della domanda ha risvegliato chi gestisce le fonderie d’oro fuori dai circuiti istituzionali. Sembra infatti – ma è una ipotesi – che i lingotti trovati in America siano stati prodotti in Cina e poi siano arrivati attraverso strani giri che hanno fatto tappa ad Hong Kong e Thailandia. Anche se la Shangai Gold Exchange, l’autorità orientale di controllo sui metalli preziosi, dice di non aver riscontrato animalie. Intendiamoci: non si tratta di falsi ma di prodotti contraffatti. Perché l’oro c’è ma ha un marchio falsificato.
m.sp.