Killer, boss e agguatial clan dei marsigliesi

GUIDO OLIMPIO Caffe.ch 15.9.19

La spietata guerra della coca arriva nel sud della Francia

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Gli ultimi agguati nei primi giorni di settembre, con due persone sorprese in strada da sparatori poi fuggiti. Le vittime hanno riportato ferite gravi. Ben diversa la sorte di Farid Tir, un boss della regione marsigliese, fatto fuori a fine agosto. Un delitto di peso perché ha coinvolto uno degli esponenti più in vista del mondo criminale nella splendida quanto dura città mediterranea. Dall’inizio dell’anno – secondo i media – sono stati almeno 8 i morti in attentati collegabili al mondo del narco-traffico. Numeri importanti, ma non sorprendenti.
Marsiglia, da anni, è un campo di battaglia, con attacchi e incursioni da parte delle bande che si contendono il mercato dell’illegalità e in particolare i giri della droga. Lo scontro coinvolge numerose “famiglie” e una serie di sottogruppi collegati. I Remadnia, i Berrebouh, i Tir sono alcuni dei nomi.
Farid, 29 anni, apparteneva ad uno dei cartelli, aveva il ruolo di leader e portava avanti le attività dell’organizzazione falcidiata da molte perdite. Diversi esponenti del suo clan stati liquidati in modo brutale da assassini rapidi e letali. Stessa fine per alcuni rivali. Il sangue chiama sangue. Se perdi un elemento devi reagire con eguale forza. Per non dimostrare debolezza, per imporre il tuo ordine e proteggere il territorio, composta da quartieri e rotte. Farid era consapevole dei rischi, si muoveva con una guardia del corpo portandosi dietro anche il giubbotto anti-proiettile. Misure che non sono bastate. I suoi nemici lo hanno scovato in un motel a Pennes-Mirabeau, comune a nord di Marsiglia: sono entrati senza alcun timore, hanno raggiunto la stanza-nascondiglio ed hanno fatto fuoco. Un’irruzione sfrontata che potrebbe avere conseguenze di lungo termine in un quadro sempre più fragile e agitato. Da tempo i metodi mafiosi hanno contagiato anche altre regioni francesi.
I criminali utilizzano armi da guerra. Il fucile preferito è il Kalashnikov: non è difficile procurarselo, esiste una filiera ramificata. I “pezzi” arrivano dall’Est Europa oppure al Vicino Oriente, dove i mitra abbandonano e possono essere inviati verso l’altra sponda del Mediterraneo usando le vie clandestine utilizzate per eroina, hashish o altro. In alternativa i banditi impiegano fucili a pompa, “utili” da distanza ravvicinata e dal grande impatto. Oppure le pistole, d’ogni calibro. Il ricorso a questo tipo di arsenale è scontato: consente di portare colpi duri e, al tempo, stesso trasmette un segnale di forza. Verso gli avversari, ma anche nei riguardi delle forze dell’ordine. In un’occasione, una cellula di presunti gangster ha agito in pieno giorno, bloccando un paio di strade di un quartiere. Erano incappucciati, vestiti di scuro, con dotazioni “pesanti”. Sembravano dei terroristi.
Altro aspetto chiave è la filatura del possibile target. Le indagini hanno rivelato che in alcune occasioni chi ha preparato l’attacco ha seguito per giorni la “preda” usando sistemi Gps nascosti nelle vetture del bersaglio. Materiale acquistabile sul mercato civile, utile per tracciare a distanza personaggi che sanno di essere nel mirino. Non di rado, poi, una volta eseguita la missione di morte, gli esecutori danno alle fiamme la loro auto. Così cancellano eventuali impronte, Dna, qualsiasi cosa possa servire all’inchiesta della Scientifica.