Salvata Carige, ma tutte le piccole banche sono in agonia (e le paghiamo con soldi nostri)

Stefano Cingolani linkiesta.it 21.9.19

L’aumento di capitale da 700 milioni per Banca Carige è stato approvato, ma non è che l’ennesima delle banche italiane che non andavano salvate. Perché bisognerebbe rimetterla in piedi a spese dei contribuenti se (come le altre banche fallite) è servita solo per fare favori?

L’assemblea degli azionisti della Banca Carige ha approvato il piano di salvataggio da 90 milioni di euro. Ha votato a favore il 43,3% del capitale. La Malacalza investimenti che ha il 27,5% delle azioni non si è registrata. Vittorio Malacalza era presente, ma “come piccolo azionista”. L’aumento di capitale verrà sottoscritto dal Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) per 238,8 milioni di euro, dallo Schema volontario di intervento del Fitd (Svi) per 313,2 milioni, dalla Cassa centrale banca – Credito cooperativo italiano (Ccb) per 63 milioni, mentre 85 milioni verranno dagli attuali azionisti in proporzione alla percentuale di capitale detenuta. Verranno emessi warrant e un nuovo prestito subordinato classificabile come strumento di capitale Tier2 per 200 milioni.

Il fallimento è scongiurato. Il risanamento è tutto da fare. Con il prezzo delle azioni che è precipitato a 0,0015 euro, la capitalizzazione della banca ligure è ora scesa ben sotto i 100 milioni di euro. In pratica Banca Carige oggi vale meno del valore di mercato della sede centrale di Genova. Questa l’amara sentenza della borsa. Eppure il governo Conte Primo, il 7 gennaio scorso, con un decreto d’urgenza ha fornito una garanzia pubblica di un miliardo sulle emissioni delle obbligazioni della suddetta Cassa di risparmio di Genova. Pantalone ha aperto l’ombrello.

La vicenda Carige spalanca un’altra finestra non solo sul sistema bancario, ma sulla politica italiana. Non si sente ripetere basta con gli sportelli nell’era internet, le banche debbono cambiare assorbendo la rivoluzione digitale, sono troppo arretrate, troppo piccole, troppo disperse? Non si pubblicano alati documenti per spiegare l’esigenza di consolidare, concentrare, riconvertire? Non si inveisce contro le banche americane, troppo grandi per fallire, ma soprattutto troppo forti ed efficienti rispetto a quelle europee? Non si spezzano lance a Francoforte come a via Nazionale, dalla Bce alla Banca d’Italia, a favore di un ampio processo di transizione da un business model obsoleto a uno più moderno? Che cosa ha replicato Mario Draghi ai banchieri come quelli di Deutsche Bank che lo rimproverano perché i tassi negativi deprimono gli utili? “Cambiate”, ha detto loro, adeguatevi al nuovo. Ebbene tutto ciò è solo filosofia, sono “caciocavalli appesi” come le idee platoniche secondo Benedetto Croce? Sembra proprio di sì, se si segue la razionalità economica, ma l’Italia segue un’altra logica, quella della politica, non la grande politica bensì il potere locale e i suoi intrecci, la logica dei campanili, del guicciardiniano “particulare”.

La Carige è una banca dall’impatto sistemico? No. Lo era la Banca dell’Etruria? O le altre banchette del Centro Italia? No, nessuna di loro. Eppure il sistema Italia ha gettato fior di miliardi nel tentativo di salvarle

La Carige è una banca dall’impatto sistemico? No, lo ammettono gli stessi commissari che stanno gestendo la sua crisi. Lo era la Banca dell’Etruria? O le altre banchette del Centro Italia? Lo erano la Banca Popolare di Vicenza o Veneto Banca? No, nessuna di loro. Eppure il sistema Italia, diciamo così, dai risparmiatori ai contribuenti, ha gettato fior di miliardi nel tentativo di salvarle. Si sono svenate le banche sane con il Fondo interbancario, è stato inventato il fondo Atlante che ha fatto perdere una quantità di quattrini anche alle Fondazioni bancarie, infine è intervenuto il governo: cinque miliardi di euro più undici miliardi di di garanzie, a fronte delle quali ci sono i due euro, uno per ciascuna banca veneta, pagati da Intesa Sanpaolo che aveva già di suo una posizione egemone nel Veneto. Lo stesso potrebbe dirsi di Unicredit, perché la banca guidata dal francese Jean Pierre Mustier nasce dal Credito Italiano, la banca genovese forziere della grande industria.

La Carige, invece, nasce dal Monte di Pietà fondato nel 1483 da Angelo Carletti, meglio conosciuto come fra’ Angelo da Chivasso, teologo affermato e apprezzato da papa Sisto IV. Viene trasformata in Cassa di risparmio nel 1846 su decreto di Carlo Alberto. Non era la maggiore azienda creditizia genovese e non lo sarà mai, eppure, come la maggior parte delle casse di risparmio, divenne anche lei la stanza di compensazione dei poteri locali: la politica, la curia, il porto, i notabili di vario ordine grado. Nel secondo dopoguerra il grande protettore sarà Paolo Emilio Taviani, figura storica dell’antifascismo cattolico e del potere democristiano. Senza dimenticare, naturalmente, la benedizione del cardinale Giuseppe Siri, grande esponente del tradizionalismo, che governò la diocesi per 41 anni dal 1946 al 1987. L’equilibrio perfetto comincia a vacillare negli anni ’70 quando la cassa finanzia allegramente il gruppo fondato da Ernesto Fassio uno dei tre grandi armatori italiani con Angelo Costa e Achille Lauro. L’acquisizione della società assicuratrice Levante fu considerata un favore al gruppo armatoriale e divenne una fonte di guai, anche giudiziari (la storia degli incroci perversi banca-assicurazione si ripeterà trent’anni dopo). Il decennio “nero” finì negli anni Ottanta, quando ormai i tavianei erano in difesa arroccata e cominciò il quindicennio di “regno” di Gianni Dagnino, già luogotenente di Taviani, poi deputato, segretario della Dc e primo presidente della Regione. Dagnino riprese la Cassa dalle rovine e la guidò con mano di velluto in acque più tranquille sino alla sua morte precoce, al tavolo di lavoro, nel 1995, quando comincia l’era di Giovanni Berneschi.

Secondo l’accusa, il raggiro consiste nel far acquistare dal ramo assicurativo della banca, la Carige Vita Nuova, immobili di pregio, hotel e quote azionarie di imprenditori legati alla banca, a prezzi gonfiati

Le indagini degli ispettori della Banca d’Italia mettono in luce uno schema parallelo costruito per i clienti eccellenti, due società fiduciarie che gestiscono in modo opaco un patrimonio di circa un miliardo di euro. Ci sono imprenditori, professionisti, redditieri, “evasori incalliti” secondo la procura di Genova, che spostano milioni di euro ciascuno tra l’Italia, la Svizzera, vari paradisi fiscali, avanti e indietro a seconda delle necessità. Finisce in manette il direttore generale Antonio Cipollina, ma a vacillare ormai è l’intero sistema Berneschi che aveva fatto crescere la Carige fino a diventare la quinta banca italiana. Poco a poco, però, la polvere esce dal tappeto e i miliardi prestati con grande abbondanza cominciano a non rientrare, s’accumulano anno dopo anno, superano i sette miliardi di euro. E qui scatta l’operazione Vita. Secondo l’accusa, il raggiro consiste nel far acquistare dal ramo assicurativo della banca, la Carige Vita Nuova, immobili di pregio, hotel e quote azionarie di imprenditori legati alla banca, a prezzi gonfiati. Il ricavato dà buoni frutti ai vertici della Carige e nello stesso tempo maschera la debolezza sia dei clienti sia della banca. Berneschi conta su protezioni trasversali: da Forza Italia con la famiglia Scajola (Alessandro il fratello delle ex ministro Claudio, vicepresidente della cassa) alle cooperative rosse e al Pd con Claudio Burlando, senza dimenticare un punto fermo, la curia genovese grazie ai buoni rapporti con il cardinale Tarcisio Bertone.

Il 26 luglio 2013 i funzionari della vigilanza consegnano il rapporto alla Banca d’Italia e a Berneschi. In un drammatico faccia a faccia gli impongono un rinnovo completo del vertice, la nomina di un amministratore delegato (prima il presidente faceva il bello e cattivo tempo), un consistente aumento del capitale e la vendita di alcuni rami di attività tra i quali le assicurazioni. Dal 30 luglio al 2 agosto si dimettono otto consiglieri di amministrazione, il cda decade e comincia lo scontro interno. Il 30 settembre viene nominato un nuovo consiglio che vara un aumento di capitale da 800 milioni di euro, ma c’è lo scoglio della Fondazione che detiene il 46% delle azioni e, insieme ad alcuni alleati supera il 50%, nessuna fondazione di origine bancaria arriva a una tale violazione delle legge Ciampi, nemmeno quella del Montepaschi. I consiglieri dell’ente, di nomina per lo più politica, puntano i piedi, chiedono di vendere tutto il vendibile prima di metter mano al portafoglio. Ma non basta. Con l’aumento di capitale la fondazione scende al 19% ed entra come azionista rilevante Vittorio Malacalza: prima compra il 10%, poi sale al 15 e poco dopo al 17,5%, diventa il socio di riferimento e rimette in discussione i vertici e l’intero piano industriale.

Nonostante la perdita, i Malcalza non hanno svalutato l’investimento, convinti che il valore sia “pienamente recuperabile”

Emiliano, nato a Bobbio nel 1937, Malacalza si trasferisce a Genova dove lavora all’Ansaldo, ma dai primi anni ’60 prende in mano l’azienda paterna e diventa uno dei principali fornitori della società Autostrade. Vent’anni dopo acquista la Duferco e costruisce un gruppo siderurgico (laminati d’acciaio) di taglia europea che viene venduto nel 2008 al gruppo ucraino Metinvest. Nel frattempo Vittorio affida ai figli Davide e Mattia le attività industriali e si butta nella finanza e negli immobili. Diventa il secondo azionista del gruppo Pirelli nel 2009, approfittando delle difficoltà finanziarie di Marco Tronchetti Provera con il quale ingaggia un braccio di ferro che dura poco più di tre anni. Alla fine di un complicato giro di passaggi azionari Malacalza esce e decide di investire il ricavato nella Carige. Saranno sei anni di continui salassi. La banca brucia circa un miliardo di euro, ma il capitale non basta mai. L’imprenditore genovese arriva al 27,5%, sconfessa un manager dopo l’altro (a ritmo di uno l’anno), infine fa saltare il banco rifiutando l’ultimo aumento di capitale. Vuole prima vedere il piano industriale, non intende emettere un assegno a vuoto.

La relazione della Malacalza Investimenti (partecipata per un 48% da Hofima, la holding guidata da Davide Malacalza, per un altro 48% dal fratello Mattia, e per il 4% dal padre, Vittorio) ricostruisce l’acquisizione delle azioni che hanno fatto salire la quota di Carige controllata spendendo fino a 412,9 milioni di euro. Il tutto prima dell’assemblea del settembre 2018 quando si è consumato lo scontro tra azionisti della banca, con Raffaele Mincione, da un parte, e i Malacalza dall’altra. Assemblea che ha avuto come conseguenza l’uscita di scena dell’ad Paolo Fiorentino e l’arrivo, alla guida della banca dei tre commissari Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lener.

Nel bilancio chiuso in data 25 giugno 2019, riporta Il Sole 24 Ore, si sottolinea che Carige “ha conseguito nel trascorso esercizio un’ulteriore perdita e il patrimonio netto della partecipata si è ridotto dal 2,14 miliardi a 1,64 miliardi”, il che ha “determinato un decremento della quota di patrimonio netto posseduta al 31 dicembre 2018, ammontante a 453,8 milioni” e di quella del bilancio consolidato per 482,1 milioni. Nonostante la perdita, i Malcalza non hanno svalutato l’investimento, convinti che il valore sia “pienamente recuperabile” e “la manovra oggi prospettata, da 900 milioni (700 di aumento più 200 di bond Tier 2), sia diversa da quella ideata per il piano di febbraio e possa sottendere a valori patrimoniali diversi da quelli allora registrati”. Siamo davvero alla svolta senza denari dei contribuenti? Vedremo. Intanto il Conte Secondo non ha chiuso l’ombrello di Pantalone, almeno finché dalla Bce o dall’Unione europea non salti fuori il solito no ad aiuti di Stato sotto qualsiasi forma.