Quantitative easing? Si ma for the people

Marco Bertorello jacobinitalia.com 28.9.19

La moneta facile immessa nel sistema dalle banche centrali in questi anni non ha garantito la ripresa. Finora la liquidità è stata al servizio del settore finanziario, la sfida è invece stampar moneta per ridare potere contrattuale alle classi popolari

In questi giorni si dice che Mario Draghi abbia ricaricato il bazooka, una metafora fuorviante, che richiama concetti quali potenza ed energia e camuffa la debolezza del sistema economico-finanziario attuale e persino delle politiche monetarie finora adottate. Il quantitative easing (qe), infatti, è l’ultima arma utilizzata dai banchieri centrali per tentare di far ripartire i meccanismi economici. Stampar moneta (fiat money) attraverso il qe per acquistare sui mercati titoli privati e pubblici, in aggiunta al più complessivo armamentario dei banchieri centrali per facilitare la circolazione di moneta: bassi o azzerati tassi d’interesse (la Fed ha appena riabbassato i suoi), finanziamenti agevolati mirati alle imprese (in eurozona il Tltro), ecc..

La «tossicodipendenza» del sistema

Tutti espedienti che più che richiamare i potenziali bellici dovrebbero far venire in mente i problemi della dipendenza da farmaci o droghe. Di questo sembra trattarsi. La moneta facile immessa in questi anni è senza precedenti e ha creato dipendenza nel sistema, ma non la ripartenza auspicata. E così dopo pochi anni di qe, come nel caso della Fed, o di soli 10 mesi, come per la Bce, la sospensione di tale droga monetaria viene meno e si riparte con nuove somministrazioni di liquidità.

Festeggiano le borse, i mercati finanziari e una parte di governi. Come quello italiano, mentre quello statunitense riparte con le pressioni sulla propria banca centrale per fare altrettanto, così da evitare il rischio di rimanere indietro nella competizione delle monete, propaggine di quella guerra commerciale che il crescente sovranismo sta diffondendo a varie latitudini. Esistono, indubbiamente, ancora i templari del rigore finanziario, guidati dalla Germania e dal suo blocco, quelli cioè che sembravano aver opposto una virulenta opposizione nel Board della Bce, ma al momento sono minoritari e, inoltre, dall’ennesimo piano di nuova liquidità ottengono il vantaggio di poter finanziare le proprie imprese e al contempo il proprio debito guadagnando persino dai titoli di Stato emessi. Il bond teutonico, infatti, in questi anni di qe è giunto a una resa negativa, diventando un investimento rifugio.

In questo lasso di tempo in cui la crisi prima e la stagnazione dopo sono state fronteggiate con massicce iniezioni di liquidità, la ripartenza non c’è stata, ma indubbiamente alcuni ne hanno beneficiato più di altri. Non c’è stato un crollo, ma l’economia reale non è mai partita in misura sufficiente. Neppure in un paese come gli Usa dove la crescita, seppur modesta, è in corso dal lontano 2010. Un lungo ciclo dunque, ma incapace di scongiurare la virata politica di Trump, con le risposte in termini di protezionismo e dazi. 

Gli Usa crescono, ma in maniera socialmente non accettabile poiché non equa. La stessa cosa non è avvenuta sul piano finanziario, dove le tendenze positive risalgono al medesimo periodo, ma superando record continui. Per esempio negli Usa l’indice Down Jones raggiungeva il suo record prima dell’esplosione della crisi il 9 ottobre 2007 con il valore di 14.164, per poi crollare fino al 9 marzo del 2009 a 6.547, per poi risalire fino a 27.219 del 13 settembre del 2019. Questa altalena di numeri, al di là dei movimenti nel dettaglio, rende l’idea di come tali ordini di grandezza non solo non abbiano nulla a che fare con la vita delle persone, ma neppure con l’economia reale. 

La liquidità a servizio della finanza

Il medesimo discorso, seppur con una parabola specifica e più claudicante, vale anche per l’eurozona. L’immissione di moneta in questi anni, dopo esser riuscita a evitare il peggio, ha finito per concentrarsi prevalentemente nel settore finanziario. Tale polo esercita inesorabilmente un’attrazione, in considerazione della sua capacità di crescita, per tutti i più importanti attori economici, anche per quelli della tanto decantata economia reale. La ricchezza che i banchieri centrali hanno contribuito ad alimentare in questi anni ha finito per concentrarsi come un vortice dentro un imbuto. Finiva quasi tutta in un recipiente costituito dai soggetti forti del segmento economico-finanziario, in cui il secondo termine svolge la funzione prevalente. Quasi tutto si riversa lì. La liquidità facile favorisce il mercanteggiamento finanziario, con imprese che vanno in cerca dell’offerta di moneta più vantaggiosa per poi successivamente cercare l’investimento più vantaggioso. Da questo punto di vista l’incontro di domanda e offerta sul piano finanziario non ha nazione, regna una sorta di cosmopolitismo nella compravendita, dove imprese finanziarie cercano investimenti a rendimenti crescenti, senza alcuna preoccupazione sulla solidità dei fondamentali sottostanti e finendo per aumentare il grado di rischiosità degli investimenti. Oppure vengono praticate operazioni di riacquisto delle proprie azioni (il famigerato buyback) per favorirne l’aumento complessivo del valore. Complessivamente pochi investimenti e tanta ingegneria finanziaria.

Sul piano dell’inflazione si può affermare che la super liquidità ha scongiurato una vera e propria deflazione, ma il dato di una ripartenza dell’inflazione che si avvicina al 2% è lontano da stabilizzarsi, sia negli Usa sia in Europa. Rispetto alla finanza pubblica dei paesi più indebitati ha concesso del tempo, in cui la crisi dei debiti sovrani non è precipitata, ma tale intervallo non è stato sufficiente a invertire propriamente la rotta. La percentuale di debiti si è ridotta di poco mediamente nel Vecchio Continente ed è persino aumentata negli Usa. 

È notizia recente che nel paese a stelle e strisce il deficit cresca oltre le attese superando i mille miliardi nel 2019 (era di “soli” 600 l’anno prima). Un ultimo aspetto da sottolineare, sempre negli Usa, è dato dall’anomalia dell’annuncio che nell’ultima settimana e fino al 10 ottobre la banca centrale pomperà moneta per complessivi mille miliardi di dollari. Una scelta dettata dalla necessità di stabilizzare i tassi interbancari che erano saliti in maniera inusuale, prefigurando difficoltà nel mercato degli scambi di denaro a breve termine tra istituti di credito. Tale fenomeno è stato probabilmente e principalmente il frutto di fattori contingenti quali la riduzione della liquidità in circolazione dovuta al riassorbimento del quantitative easing, e l’emissione di un crescente numero di titoli pubblici, effetto dell’aumento del debito federale. Un’operazione che complessivamente mette in evidenza come il sistema non sia in grado di reggere una riduzione della liquidità in circolo e come il problema, per il momento, venga fronteggiato con un intervento straordinario che potrebbe suggerire un’urgenza, per quanto circoscritta e non strutturale, che l’approntamento di un nuovo quantitative easing non avrebbe avuto il tempo di contrastare. Anche in questo caso il carattere fittizio della moneta in circolo, la quale ormai è divenuta prevalentemente strumento di moltiplicazione di se stessa, emerge in maniera preoccupante, dando vita a controindicazioni non programmate e tanto meno desiderate.

Il ritorno della politica

Complessivamente, dunque, le politiche monetarie ultra-accomodanti non hanno dato i risultati sperati. In questo periodo si parla di una sorta di passaggio di testimone alla politica (la grande assente della crisi) degli Stati. Ne ha fatto cenno ripetutamente proprio Draghi, invitando i paesi a non abusare dei banchieri centrali, ma ad approntare le riforme strutturali necessarie (leggasi lacrime e sangue per la gran parte della popolazione). Anche la successora Cristine Lagarde ha invitato gli Stati che hanno lo spazio a dare vita a politiche fiscali espansive per rilanciare la domanda. Ipotesi sulla falsariga dello spartito tuttora dominante, basate su iniezioni aggiuntive di liberismo o su auspici di rilanciare la domanda dettati da una volontà politica al momento assente e che non potrà emergere in un quadro dettato unicamente da spinte ipercompetitive.

Infine riappare nel dibattito quella che ora anche autorevoli fonti mainstreamdefiniscono helicopter money. La società di investimento BlackRock e il Financial Times, in considerazione dell’esaurimento dell’efficacia delle politiche monetarie espansive, compresi i tassi d’interesse quasi a zero, e del modesto contributo di quelle fiscali, si pongono il problema di come agire nell’eventualità di una prossima crisi. Dopo dieci anni di crescita dei titoli finanziari presuppongono sia possibile una nuova crisi, e per ciò i due autorevoli esponenti di quel mondo riflettono su come i banchieri centrali dovrebbero fornire direttamente denaro a chi potrebbe spenderlo. Finanziare il consumo dunque. Privato e persino pubblico. Un modo per aggirare i vincoli di bilancio e contestualmente allentare l’austerità totalizzante. 

Per un quantitative easing sociale

Nel 2015, in tempi di Quantitative easing, Christian Marazzi e il sottoscritto rilanciammo l’idea di un Quantitative easing for the people, poiché era chiaro già allora che i vantaggi del qeprevisto si sarebbero riversati prevalentemente sui soggetti finanziari. Sarebbe piovuto sul bagnato insomma. Oggi, in considerazione del fatto che anche tale opzione ha prodotto benefici ben circoscritti, ma nessuna inversione di tendenza sul piano strutturale, si pensa di stampar moneta per tutti. Tanto più che il nuovo qe nell’eurozona rischia di dare vita per la Bce a una certa difficoltà nel rastrellare titoli sul mercato dei Bund.

La sfida va raccolta, intanto perché non è affatto scontato che venga digerita dall’establishment nel suo complesso (dove l’impalcatura fondata su austerità e ridotto potere delle classi subalterne resta centrale) e poi perché darebbe perlomeno un respiro immediato ai soggetti sociali più deboli. È una proposta che finisce per avere l’obiettivo di portare indirettamente nuovi vantaggi all’impresa, compresa quella finanziaria? Senz’altro e, poiché intende lasciare invariati gli assetti che hanno prodotto l’attuale fase di stallo dell’economia, questa proposta non sarà destinata a risolvere i problemi generali, non fosse altro perché l’impegno sul fronte della domanda rischia di disperdersi nei mille rivoli di assetti di produzione e consumo ormai dispiegati su scala globale. Sul fronte del potere d’acquisto di salari e soggetti a basso reddito, però, qualche contropartita positiva, almeno momentanea, la dovrebbe comportare. Si tratta semmai di capirne i dettagli, di comprendere come tale quantità di denaro sarà davvero riversata sulle classi sociali a maggior propensione di spesa. Si tratterebbe inoltre di finanziare gli Stati con la medesima logica, vincolando tali finanziamenti a spese infrastrutturali, di messa in sicurezza dei territori e di servizi con evidenti ricadute sociali positive. In questo senso un qe sociale potrebbe ridare un po’ di potere contrattuale alle classi popolari. In tempi in cui non si vede alcuna prospettiva del genere all’orizzonte, cimentarsi su questa sfida è un modo per riprendere il filo dei conflitti, ripartendo da un posizionamento rispetto alle proposte e al dibattito in corso. 

*Marco Bertorello collabora con il Manifesto ed è autore di volumi e saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga (Alegre) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico(Alegre).