Il feticcio della mafia nigeriana

Richard Brodie jacobinitalia.it 26.10.19

La nuova ossessione dell’estrema destra è la «mafia nigeriana». Per smontare questo spauracchio, gonfiato da complottismo e pregiudizi razzisti, bisogna inquadrare le criminalità organizzate globali nel contesto postfordista

Introduzione: complottismo e romanzi gialli

Ogni epoca ha il complottismo che si merita. In Italia l’attuale clima politico ha prodotto una nuova ossessione per l’estrema destra: quella della ‘mafia nigeriana’. Il tema è diventato virale: articoli a cadenza quotidiana su web, libri della stampa indipendente, inchieste dei carabinieri e commenti di filosofi e scrittori molto diversi tra loro, dall’area dell’antimafia a quella neofascista. Solo la sinistra non si è accorta della narrazione che si sta costruendo. Eppure dovrebbe.

È stato un blog dell’estrema destra – non troppo famoso – a costruire le prime denunce contro le Ong, accusandole di avere contatti con i trafficanti libici, e questo «complotto» ha costituito la base dei decreti Salvini contro il soccorso in mare, con conseguenze catastrofiche che il nuovo governo ancora non ha abrogato né mitigato. È la stessa strategia usata dall’estrema destra quando elabora proposte di legge adatte a rispondere alle paure fomentate dalla sua stessa propaganda, come mandare l’esercito a Castel Volturno (ormai città-bersaglio per via della comunità africana lì stabilitasi) o creare tribunali speciali solo per i reati commessi da cittadini stranieri. Nonostante siano solamente 100 mila i cittadini nigeriani in Italia, la loro presenza sta avendo effetti notevoli sulla vita politica nazionale in Italia e altrove.

Quest’articolo vuole far luce sulla natura delle accuse dell’estrema destra e sulla strategia giuridica che una parte della polizia e della magistratura adottano in risposta ad azioni sia effettivamente delittuose che «criminalizzate» da parte di cittadini nigeriani in Italia. In risposta alla diffusa enfasi su misticismo e magia nera, e lontano da una lettura profondamente razzista della realtà del dominio maschile violento, qui si presenta una tesi che inquadra la criminalità organizzata internazionale nel contesto attuale del capitalismo internazionale postfordista. Vedremo così come supremazia bianca e legislazione antimafia vengano mescolate allo scopo di fornire una lettura ideologica del fenomeno, coprendo il ruolo storico che la classe dirigente italiana e quella nigeriana hanno avuto nella sua genesi.

L’attenzione alla struttura organizzativa sottostante certi reati commessi da cittadini nigeriani – vuoi all’interno della magistratura, vuoi da parte della destra politica italiana – è stata stimolata dalla pubblicazione dell’ultima relazione bimestrale della Direzione Investigativa Antimafia (la Dia) che include un capitolo dedicato alla cosiddetta mafia nigeriana, citato poi in tantissime pubblicazioni della stampa di destra come, fra le altre,  La mafia nigeriana: origini, rituali, crimini di Alessandro Meluzzi, Il lato oscuro della mafia nigeriana in Italia di Fabio Federici e Ascia nera: la brutale intelligenza della mafia nigeriana di Leonardo Palmisano. Queste opere, pur marginali, stanno ricevendo grande attenzione. Il libro di Palmisano è stato recensito positivamente dal mafiologo Roberto Saviano, mentre il libro di Federici vanta una postfazione di Nando Dalla Chiesa. Il libro di Meluzzi include una prefazione addirittura di Giorgia Meloni, e spesso l’autore è accompagnato sul palco delle presentazioni da Diego Fusaro, il filosofo idealista e sedicente marxista.

Proprio il libro di Meluzzi può fornire un esempio interessante delle coordinate culturali di questo fenomeno. In primo luogo il testo rappresenta un rigurgito esemplare di narrazioni, aforismi e offese razziste utilizzate dall’estrema destra. L’antirazzismo è descritto, nella migliore delle ipotesi, come opera di buonisti borghesi inconsapevoli, che aiutano un’orda di stupratori, trafficanti e criminali a entrare nella Terra Promessa italiana; nel peggiore dei casi, si narra del complotto borghese per la sostituzione della razza bianca cristiana, i cui valori illuministici sono stati conquistati “con tanta fatica”. Meluzzi difende questa ideologia suprematista mettendo in campo un’accozzaglia di «fatti» e di narrazioni sulla storia, l’etnografia e la criminologia in Africa (dalla Nigeria alla Tanzania) allo scopo di fornire l’immagine di una razza brutale e intrinsecamente cannibale che non ha neanche colpa, in verità, per gli atti di violenza inaudita che commette, visto che li percepisce – sia pure erroneamente – come facenti parte del culto delle divinità pagane. A riguardo, l’omicidio della diciottenne Pamela Mastropietro, commesso a Macerata lo scorso anno da un uomo, è ricordato in quanto atto esemplare di tal genere di brutalità, mentre della tentata strage neonazista avvenuta in seguito non si fa menzione. A tutto ciò, Meluzzi aggiunge delle citazioni tratte dalla casistica giudiziaria e dalla relazione della Dia, al fine di dimostrare il radicamento di questa mentalità criminale nel territorio italiano a causa degli errori e delle collusioni da parte della classe dirigente italiana, e della tolleranza e collaborazione con «le mafie nostrane», evidenziando la minaccia che questa pericolosa combinazione di immigrazione e primitivismo africano rappresenta per il futuro dell’Italia: più femminicidi, cannibalismo rituale, razzìa di organi, radicalizzazione islamica.

Il tono di quest’analisi neofascista della «mafia nigeriana» dipende, senza dubbio, da discorsi diversi e precedenti. La ricetta prevede parti uguali di Julius Evola, del Ku Klux Klan e di Raymond Chandler e – quanto alla struttura narrativa costruita all’uopo da tanti giornalisti occidentali – si colloca nello spazio fra il  cinema noir e le storie d’avventura per ragazzi. A proposito della versione britannica di queste ultime, Alta Jablow diceva che «nell’epoca imperiale, gli scrittori avevano sviluppato una dipendenza nei confronti delle storie di cannibalismo ben più grande di quanto sia mai stato il cannibalismo stesso». E, davvero, per più di un decennio, la stampa occidentale è stata inondata da “colpi” giornalistici sul mondo nigeriano nelle principali città europee, con tutta una classica tipologia dei personaggi: le ragazze vulnerabili («l’ingenua in pericolo»), le mezzane cattive («la Regina della notte»), le pozioni magiche, i machete e le sette sanguinose, tutto ambientato in un paesaggio urbano che ricorda i piovosi marciapiedi e lo spietato cinismo del film noir.

Che cosa sono le confraternite nigeriane?

La relazione della Dia è diventata oggetto di interesse non solo per l’antropologo dilettantesco o il giornalista sensazionalista, ma anche per una parte della polizia e della magistratura. Applicando l’articolo 416bis nelle denunce e nei processi contro cittadini nigeriani, nel contesto legislativo si va stabilizzando un nuovo modo di trattare la microcriminalità: una volta stabilito lo «stampo mafioso» di confraternite nigeriane come il Black Axe (l’Ascia nera) o i Vikings, i cosiddetti soci possono essere incarcerati fino a quindici anni solo per aver preso parte a qualsiasi livello a tali organizzazioni; ciò riguarda qualsiasi sentenza penale, dal traffico internazionale di esseri umani all’omicidio, dallo spaccio di strada alle risse da bar. Ma l’articolo 416bis, nato dalle proposte di Pio La Torre, dirigente comunista ucciso da Cosa Nostra nel 1982, intendeva leggere e contrastare la mafia in quanto una grande organizzazione criminale che operava in collegamento con certi politici democristiani e con il vastissimo e corrotto comparto dell’edilizia durante il «sacco di Palermo». La microcriminalità di strada non era esattamente al centro dei suoi pensieri.

Onde riportare le organizzazioni nigeriane dentro la definizione di «stampo mafioso», la Dia e altri soggetti hanno prodotto una narrazione di che cosa siano in realtà le confraternite e quale sia stata la genesi dei «cults» (cioè le sette): settant’anni fa, nella Nigeria coloniale, giovani intellettuali formarono un club universitario chiamato i Pyrates, sul modello delle confraternite statunitensi, una società segreta con lo scopo di promuovere l’eccellenza accademica e il principio di mutualità che includeva i luminari come lo scrittore Wole Soyinke. Questo gruppo originario subì diverse scissioni, sopratutto nel periodo turbolento dopo l’indipendenza e la guerra civile, che portarono alla formazione di altre confraternite studentesche. Il report descrive i vari gruppetti e le divisioni interne alle diverse sette, focalizzandosi con un certo piacere sui loro bizzarri nomi: i Vikings, i Buccaneers, i Seadogs ecc. Durante gli anni Ottanta queste sette divennero molto violente e raramente questo sviluppo è stato spiegato, spesso è stato solamente attribuito, con superficialità, al generale clima di violenza diffusosi nella società nigeriana. In questo periodo le organizzazioni universitarie si trasformarono in bande di strada, armate e in guerra una contro l’altra, diventate di fatto negli ultimi quarant’anni i nodi della rete criminale nigeriana sul piano locale e internazionale.

Questa trama, così ricostruita, però, ha tanti buchi che la costante attenzione delle aule dei tribunali e degli uffici delle questure non ci aiuta a riempire. Da una prospettiva storica, questa tesi mostra come dei gruppi, inizialmente nati da brave persone con lodevoli intenzioni, possono cambiare profondamente se il contesto diventa troppo violento. Ma l’esplosione di questo clima di violenza non è stata causale come non è stato un caso che la violenza si sia insinuata dentro le università, corrompendo ingenui studiosi. Karl Marx per descrivere il fascino borghese verso le merci, utilizzò come paragone la credenza diffusa in Africa occidentale nella magia dei «feticci». La narrazione borghese della trasformazione delle confraternite universitarie nigeriane, da comunità di apprendisti studiosi a covo di figure oscure, rispecchia un po’ troppo i canoni della magia nera e non tiene conto del fattore centrale della storia, del motore senza il quale tutte le trasformazioni paiono davvero juju e miracoli: la lotta di classe.

Le confraternite iniziarono a promuovere spontanee forme di ribellione studentesca all’interno del sistema universitario nigeriano nel dopoguerra, utilizzando lo stesso gergo pirata come nella migliore tradizione romantica delle rivolte transatlantiche. Entro la metà degli anni Sessanta, però, la situazione mutò: Soyinka dovette lasciare l’accademia e poco dopo fu arrestato, per aver occupato una stazione radio dirottandone le trasmissioni per denunciare le violenze commesse dal governo. Nel 1966 lo scoppio della guerra civile nel Biafra trasformò profondamente lo stato nigeriano ed ebbe conseguenze profonde a tutti i livelli; qualche anno dopo alla fine della guerra  avvenne un altro cambiamento radicale con la crisi petrolifera di ‘73: il prezzo del petrolio crebbe velocemente dando al nascente Stato opportunità materiali inaspettate. La rendita proveniente dal petrolio trasformò ulteriormente la società, sostituendosi alle rendite agrarie e al surplus ottenuto dai contadini, le iscrizioni universitarie aumentarono dai 3,5 milioni nel 1970 ai 13,5 milioni del 1980 e si sviluppò un politicizzato e vivace movimento studentesco. Nel 1985 però il presidente-dittatore Babangida prese il potere e avviò il «Programma di adeguamento strutturale» perfettamente in linea con la prospettiva reaganiana che mise l’economia del paese nelle mani della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Nel decennio seguente lo stato nigeriano mise in atto durissime misure di austerità: tagli drastici nelle università, riduzione dei salari, privatizzazione delle terre, sostegno pieno ai piano di sviluppo delle multinazionali. Si introdusse anche  la pena di morte per il reato di «sabotaggio economico».

Dalle grandi proteste degli studenti nell’89 alle campagne per la democrazia alla fine degli anni Novanta – che portano all’eventuale restaurazione di elezioni democratiche – il movimento studentesco e i sindacati dei docenti svolgono un ruolo fondamentale. Inoltre, questo è stato il periodo in cui le confraternite universitarie si sono trasformate da club scolastici ad organizzazioni di violenza collettiva, in quanto che sono state strumentalizzate dalle dittature per opprimere le rivolte studentesche. Un’estratto dal bollettino di 1996 del «Comitato per la libertà accademica» – un’organizzazione fondata da George Caffentzis e Silvia Federici  dopo i loro anni di insegnamento in Nigeria – ci fornisce l’atmosfera dell’epoca:

Uno degli esempi più macabro della vita nelle università nigeriane in questo momento arriva dall’università di Port Harcout dove, il 17 gennaio di quest’anno, a mezzogiorno, in pieno giorno, dieci studenti hanno ammazzato un’altro studente all’area dell’assemblea, sotto gli occhi di mille studenti e quattro docenti, che sono stati fatti scappare dalla scena con colpi di pistola. L’esito dell’attacco – descritto da un testimone come ‘un’azione mafiosa’ – è che lo studente è morto dopo quattro giorni. Incredibilmente, un congresso del sindacato studentesco il 31 gennaio non ha fatto menzione della questione, probabilmente per paura oppure perché ormai gli studenti hanno perso qualsiasi speranza che le autorità possano punire i colpevoli. Gli studenti dicono, infatti, che i cosiddetti soci delle confraternite hanno un’immunità virtuale e addirittura ricevono le armi direttamente dalla polizia, quindi anche quando gli assalitori vengono individuati, poco succede nei loro confronti.

«Azione mafiosa» («Mafia-like action») è espressione che colpisce, sopratutto nella metà degli anni Novanta, gli anni dei reati più infami di Cosa Nostra. E qua davvero vediamo un parallelo con la Mafia siciliana, anche se non con una modalità che conviene alle forze d’ordine italiane di oggi: sia l’organizzazione criminale nigeriana che siciliana sono state strumentalizzate dallo Stato per reprimere le rivendicazioni di riforme socialiste. In Italia, il movimento contadino del dopoguerra che rivendicava la riforma della terra fu ripreso con il sangue dai mafiosi della Sicilia occidentale. Dozzine di comunisti siciliani furono assassinati o scomparvero. E parallelamente, le proteste più riuscite in Nigeria contro la ristrutturazione capitalista negli anni Ottanta e Novanta furono dei sindacati.

Il ruolo del capitalismo italiano in Nigeria

Il Ventunesimo secolo ha visto un’altra fase nella trasformazione delle confraternite, durante la militarizzazione del conflitto nel Delta. Come riportato dallo studioso Omolade Adunbi, durante le elezioni nazionali del 2003 i politici «arruolavano i giovani delle confraternite segrete per importare armi e munizioni e proteggere i loro interessi elettorali. Appena le elezioni si sono concluse, i giovani disoccupati arruolati in questo ‘esercito’ vennero privati del loro ruolo ‘politico’: non restò loro altra alternativa che ritornare ai propri villaggi, tenendosi però le armi». Ma resta impossibile capire il conflitto armato nel Delta del Niger – un conflitto che ha ulteriormente militarizzato le confraternite e «normalizzato» l’omicidio  politico per un’intera generazione – senza tener conto del ruolo che le multinazionali hanno svolto nei campi petroliferi.

Siccome il nostro punto di partenza è la presenza delle organizzazioni criminali nigeriane in Italia, è opportuno approfondire il coinvolgimento dell’Italia stessa in Nigeria (anche se una storia simile si potrebbe raccontare anche riguardo agli interessi statunitensi, francesi e inglesi). Eni ha preso parte alla produzione nigeriana di petrolio sin dal 1962 e quindi era anche presente in un  momento importante nel corso della guerra civile: nel 1969 l’esercito biafrano accusò gli operatori italiani presso il campo di Okpai nel Delta di aver passato informazioni segrete all’esercito dello stato nigeriano. Diciotto lavoratori – fra cui undici cittadini italiani – furono presi in ostaggio e condannati a morte da un tribunale rivoluzionario. I biafrani costrinsero così l’Italia a riconoscere il loro nuovo stato rivoluzionario per poter negoziare la liberazione dei lavoratori in questione. Il ministro biafrano dichiarò che «gli uomini delle aziende petrolifere sono più pericolosi dei mercenari. Questa gente è responsabile delle nostre sofferenze».

Il boom petrolifero del 1973–1983  ha visto non solo l’impegno continuo da parte dello stato italiano, ma anche l’ascesa del miliardario Gabriele Volpi, la cui azienda Intels è diventata sempre più parte integrante della logistica per tutte le multinazionali petrolifere presenti nel Delta per vari decenni. Nei primi anni Novanta, all’epoca delle misure di austerità del Fondo Monetario, un nuovo leader della regione del Delta ha raggiunto notorietà internazionale: Ken Saro-Wiwa, che annunciava le manifestazioni pacifiche del popolo Ogoni per rivendicare il possesso del petrolio e la necessità di proteggere l’ambiente. Da tempo il delta del Niger è stata vittima di catastrofi ecologiche: oltre a quelle causate dall’estrazione del petrolio in sé e per sé, c’è anche lo scarico di rifiuti tossici: si veda ad esempio lo scandalo scoperto da alcuni studenti nigeriani residenti in Italia negli anni Ottanta. Nonostante la solidarietà internazionale che ha ricevuto, i tentativi non-violenti e pacifici del militante Saro-Wiwa per una soluzione alla crisi ecologica sono stati ignorati: nel novembre di 1995 Saro-Wiwa messo a morte dallo Stato nigeriano. La repressione di questo grande movimento sociale ha di fatto suonato la campana a morte per le tattiche pacifiche da parte del proletariato nigeriano.

Fu poi all’inizio del millennio, come abbiamo già visto, che una nuova militarizzazione ha preso piede nel Delta, sotto forma di una politica elettorale e clientelistica. Degli uomini politici organizzarono un afflusso di armi leggere per creare milizie semi-legalizzate, allo scopo di puntellare il proprio bacino elettorale e forzare la mano agli elettori al momento di recarsi alle urne. Beninteso, la classe dirigente italiana ha fatto la sua parte anche stavolta: basti pensare alle strette connessioni fra certe aziende edili siciliane e talune figure di spicco del nuovo regime. Dieci anni dopo la morte di Sara-Wiwa si costituì una nuova alleanza di gruppi indigeni del Delta, tra le cui prime azioni vi furono degli attentati ai danni di alcune strutture di sicurezza, navi e stazioni di flusso dell’Eni.

Il settore petrolifero italiano ha seguito da vicino ogni momento della storia postcoloniale della Nigeria. Quando le manifestazioni dei popoli del Delta erano pacifiche, Saro-Wiwa venne ucciso. Quando le proteste divennero armate, gli interessi petroliferi italiani collaborarono con le forze di sicurezza nigeriane per esacerbare conflitto. La cosiddetta mafia nigeriana, sulla quale la destra italiana suona adesso l’allarme, è la conseguenza diretta della militarizzazione della società nigeriana causata dalla repressione del movimento studentesco e della sinistra nigeriana durante l’implementazione dei tagli alla spesa pubblica, dell’armarsi delle confraternite promosso dalla dittatura onde poter reprimere i movimenti sociali e mantenuto in seguito da politici pseudo-democratici per tenere il proprio potere nel Delta. Non siamo pertanto di fronte alla «violenza inaudita» degli «omicidi rituali» ad opera di una organizzazione mistica proveniente dall’oscuro passato africano: questa è una violenza assolutamente moderna, incoraggiata dai «poteri forti» del capitale – ivi compresi settori della borghesia italiana – così da poter integrare il proletariato africano nel mercato mondiale e mantenere un controllo neocoloniale sulle sue risorse.

La borghesia cultista

Elencando i crimini della classe dirigente italiana in Nigeria – il suo ruolo nello sfruttamento del lavoro e  nella distruzione delle risorse naturali, e rispetto al  neocolonialismo, la cleptocrazia, la distruzione dei diritti delle donne, l’introduzione della pena di morte, l’endemizzazione della violenza all’interno della vita politica – non intendiamo dare la colpa agli italiani. Questo sarebbe lo stesso gioco dell’estrema destra: la costruzione retorica di una guerra razziale laddove si tratta in verità di una guerra di classe. Le malefatte delle borghesie nigeriana e italiana in territorio nigeriano sono state perpetrate in combutta: e quest’alleanza adesso giunge in Italia, come un boomerang.

Per capire quale potrebbe essere la lettura di sinistra della cosiddetta mafia nigeriana, possiamo senz’altro rivolgerci a Umberto Santino, le cui indagini marxiste su mezzo secolo di mafia Siciliana ci forniscono vari strumenti analitici. Santino era uno storico compagno di Peppino Impastato, militante dell’onda rivoluzionaria degli anni Settanta: denunciò pubblicamente la Mafia (alcuni suoi parenti inclusi), e per questo venne assassinato nel 1978. Sin dai suoi primi articoli, Santino ha scritto di una «borghesia mafiosa» (una frase ripresa da Mario Mineo). Non nel senso di una borghesia all’interno della mafia (anche se è vero che qualsiasi organizzazione criminale ha le sua dinamiche di classe e le sue gerarchie) ma piuttosto dello stampo mafioso dell’intera borghesia, in sé stessa. Santino respinge il concetto di una mafia «esterna» allo stato italiano; vi vede invece un elemento essenziale per il capitalismo italiano, la rappresentante del controllo sociale da parte dello stato nel meridione: dalla repressione dei contadini prima allo sfruttamento della rendita fondiaria poi, dalla ricanalizzazione di capitale a beneficio di una élite al mantenimento delle diseguaglianze regionali sulle quali lo stato italiano venne fondato. Tutto ciò porta Santino alla conclusione che l’abolizione della mafia è impossibile senza la rifondazione dello stato.

Si può leggere lo Stato nigeriano in modo non dissimile. I cults sono una parte integrante dello Stato nigeriano così come fu rimodellato in seguito al Programma di adeguamento strutturale e all’ipersfruttamento del Delta. Sono parte dei mezzi adoperati dallo stato per reprimere le rivolte, distruggere  i sindacati, smantellare lo stato sociale e, adesso, implementare un nuovo clientelismo in luogo di strutture democratiche. Se Santino scrive di una borghesia mafiosa in Italia, forse noi potremmo parlare di una borghesia cultista per quanto riguarda la Nigeria: una borghesia che ha bisogno dei metodi dei cultisti, che ha trasformato e rifondato le confraternite universitarie nell’arco della sua storia per dar luogo alla violenza antidemocratica.

Pretendere che la criminalità nigeriana sia esclusiva creazione degli Stati occidentali sarebbe beninteso cosa folle, nonché eurocentrica: non è necessario far risalire tutte le vicende del paese a un qualche ufficetto della Cia, e neppure alla cultura del colonialismo in senso generale. Ciò detto possiamo tuttavia notare come la criminalità nigeriana – così come quella italiana – faccia parte di una classe dirigente internazionale, costituisca un tassello del processo planetario volto a integrare la forza-lavoro internazionale nel mercato, sconfiggendo le rivendicazioni proletarie.

Il ruolo della criminalità organizzata nigeriana in Italia

C’è però una domanda ulteriore che bisogna farsi: i reati commessi dai cittadini nigeriani e  dalle loro organizzazioni criminali hanno una funzione precisa per la classe dirigente e lo stato italiani? In un articolo importante del 1982, scritto all’epoca dell’assassinio del Generale Della Chiesa, quando il narcotraffico di Cosa Nostra veniva riconosciuto come questione di rilievo nazionale e non ‘meramente’ meridionale, Umberto Santino cercò di analizzare il livello di coesione fra Stato italiano e mafia siciliana. In una sezione dell’articolo intitolata Il modello di dominio mafioso scrive:

Nella società attuale, il consenso si costruisce a partire dalla capacità di dare risposte concrete a bisogni di massa e di influire nella determinazione e nella canalizzazione dei comportamenti di massa.

Cioè da un lato la mafia siciliana poté fornire soldi, prestiti, lavoro e protezione a uno strato delle masse siciliane per una buon parte del Ventesimo secolo, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, grazie ai proventi del mercato dell’eroina. D’altro canto però la mafia ha contribuito a formare bisogni nuovi, altri comportamenti e atteggiamenti che hanno creato la base per ulteriori mercati di consumo in cui la mafia ha svolto un ruolo dominante a livello locale dentro una rete internazionale di monopoli criminali, innanzitutto quello della droga.

Le organizzazioni criminali nigeriane riescono a costruire consenso in tale maniera, in Italia? Rispondono a certi bisogni? Creano nuovi comportamenti? Visti i limiti della loro ricchezza in Italia, la comunità nigeriana sicuramente ha poco da offrire alle masse italiane in termini di creazione di lavoro, di garanzia di sopravvivenza materiale, ecc. Possiede, però la capacità di rispondere a certi bisogni delle masse non-italiane: i mercati della droga e del sesso forniscono lavoro, richiesto con una certa disperazione dallo strato più basso dei cinque milioni di cittadini non-europei che si trovano in Italia. Se mettiamo questi mercati illegali accanto al settore di accoglienza e di cura  – un settore all’interno del quale la classe lavoratrice africana è sempre più importante – si comprende che il popolo migrante in Italia è diventato centrale ai fini della riproduzione sociale delle masse e della loro capacità di riuscire a perlomeno sopportare l’attuale depressione salariale. Per fare qualche esempio: la disoccupazione giovanile di lunga durata è mitigata dall’offerta di droghe a basso costo; gli stipendi bassissimi per lavoratori e lavoratrici con più di un lavoro e gli orari lunghi sono mitigati dalla possibilità di impiegare una «donna delle pulizie» a un euro all’ora; la pressione sociale di una popolazione che invecchia, a fronte di una  emigrazione giovanile di massa, è mitigata dagli operatori sanitari e di cura per gli anziani, spesso senza sindacalizzazione o diritti.

Se una mafia nigeriana organizzasse questa forza lavoro, effettivamente avrebbe una posizione di  comando all’interno di una sezione della società italiana, una sezione che a sua volta è funzionale al capitalismo italiano più in generale. Il mercato della droga forse è quello più facile da analizzare in questa maniera: l’offerta di sostanze che inibiscono le emozioni, funzionante a smorzare lo spirito aggressivo di una generazione abbandonata, canalizzandolo verso il torpore individuale, costituisce un fenomeno che la borghesia italiana non ha un vero interesse a stroncare. Manovre recenti da parte governativa, volte alla chiusura dei negozi di canapa legale (che contiene una proporzione insignificante di sostanza attiva), lascia il mercato illegale di droga non solo fuori controllo ma addirittura in aumento. Assistiamo a ciò che il criminologo Vincenzo Scalia ha nominato la riorganizzazione postfordista della mafia: l’esternalizzazione, cioè il subappalto del lavoro sporco ad altri gruppi così che il lavoro più pericoloso (quello attenzionato dalle forze dell’ordine) viene fatto dai criminali stranieri, mentre le mafie nostrane continuano le proprie attività finanziarie e fiscali – per esempio, la raccolta di appalti pubblici per i Centri di accoglienza.

Più complessa risulta l’analisi per quanto concerne il mercato del sesso. Innanzitutto perché l’organizzazione del lavoro sessuale svolto da nigeriani in Italia non è affatto centralizzata o particolarmente gerarchica: ad esempio tante donne lavorano in modo autonomo, anche se poi magari devono pagare il pizzo o  rifondere prestiti a vari capi e cape. Riecco di nuovo la rete postfordista, diversa da quella dell’impresa internazionale e propria della mafia classica. Allo stesso tempo, se la comunità nigeriana  è riuscita a destare un certo interesse nella società italiana, ciò è avvenuto soprattutto nell’ambito di una mentalità razzista e guardona. Gli scritti allarmistici e spesso al contempo salaci dei giornalisti di destra e degli pseudo-psicologi sociali attestano la fascinazione esercitata dalla sessualizzazione del corpo nero e femminile su tutto uno strato della cultura italiana, beninteso all’insegna di un colonialismo di ritorno. Non c’è dubbio che tutto un genere letterario scandalistico, volto a descrivere droga, sesso e violenza, tragga ispirazione dalla crescente richiesta di lavoro sessuale nigeriano cui si è assistito in Italia, di pari passo al crescere dell’offerta: o, quantomeno, tale letteratura nasce dagli stessi fattori sociali che determinano il lavoro sessuale.

Conclusione: La rifondazione del mondo

Rimane tuttavia dubbio che tale forma di controllo sulla popolazione degli immigrati, e la creazione di comportamenti e desideri nella popolazione in generale, rispondano effettivamente al comando pianificato di una rete gerarchica criminale del tipo descritto vuoi da certa magistratura, vuoi dai complottisti della destra italiana, vuoi anche da tantissimi giornalisti internazionali. Gli elementi necessari a una definizione della criminalità nigeriana in Italia come organizzazione che di regola rientri nella tipologia individuata dalla legislazione antimafia – l’omertà, l’impegno ‘aziendale’ all’acquisizione di appalti pubblici tramite truffa e corruzione, una struttura strettamente gerarchica – appaiono mancare in quelle che sono le prove ad oggi disponibili. Per non parlare del voto di scambio o dell’impatto sulle strutture democratiche, visto che la gran parte dei nigeriani presenti in Italia non ha diritto di voto ed è priva di forti legami politici. Ci si deve chiedere pertanto: a che scopo settori della magistratura stanno cercando di presentare queste piccole gang di strada come parte di un complotto mafioso a livello internazionale?

La grande maggioranza dei procedimenti giunti finora in tribunale non pare riveli un traffico di droga su vasta scala, che sappiamo passare oggi per le mani della Camorra; né indicano l’uso di armi da fuoco, tantomeno di traffico d’armi; non c’è un solo cittadino nigeriano cui sia stato assegnato un appalto pubblico, in maniera limpida o torbida che sia. Oltretutto – e indipendentemente da ciò che può succedere in altri luoghi e altri tempi – la casistica italiana di questi anni non indica neanche il tipo di attività finanziaria che ci si aspetta da un’organizzazione internazionale del Ventunesimo secolo. Tutto ciò non significa, in nessun modo, che non dobbiamo opporci alla violenza e soprattutto all’estrema, devastante violenza sessuale che uno strato di cittadini nigeriani organizza in tutta Europa – in alleanza ovviamente con i loro soci in affari europei e le file di clienti maschi che, per un motivo o per l’altro, spesso vengono cancellati dalle equazioni giuridiche e politiche.

Come dovremmo rispondere quindi? Siamo solo all’inizio. Ma non siamo privi di indizi. Storicamente il Pci ha seguito una strategia legislativa per combattere la mafia siciliana, fornendo il concetto di assocazione mafiosa e costruendo un’alleanza con la magistratura e la polizia democratica. Ma a seguito delle stragi e del tritolo degli anni Novanta, Santino ha sottolineato come fosse vacuo  paragonare la mafia siciliana a un «cancro», parlarne come qualcosa da combattere esclusivamente a colpi di manette e di martelletto. Le radici mafiose nello stato erano troppo profonde, la collaborazione tra mafia e politica troppo integrale: per Santino, la mafia fa parte dello stato e l’unico modo di distruggerla sarà quello di «rifondare» lo stato. Se questo rappresenta la conclusione della critica rivoluzionaria della mafia siciliana, qualsiasi critica dell’organizzazione internazionale della criminalità nigeriana deve cercare lo stesso sbocco: il mondo stesso va rifondato, va ri-stabilito, onde creare le condizioni della libertà e della democrazia su un piano planetario.

Nel lottare contro le carneficine causate dalle borghesie italiana e nigeriana in tutti e due i paesi, gli internazionalisti devono essere uniti contro le tattiche cui a livello mondiale ricorrono i capitalisti – legali o meno – senza fare affidamento nelle carcerazioni o nel misticismo. E non c’è motivo di ricorrere alla magia nera per spiegare certi fenomeni: il mondo della borghesia è già abbastanza cattivo «di suo».

*Richard Brodie, traduttore e attivista antirazzista, vive a Palermo. Questo articolo è uscito anche su JacobinMag.