I tanti misteri svizzeritra le mura del Vaticano

MAURO SPIGNESI Caffe.ch 3.11.19

Il lungo racconto della crisi finanziaria della Santa Sede

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È la mattina del 15 maggio di un anno fa. Il vento è cessato e il cielo sopra Roma è terso. Dentro la terza loggia del palazzo apostolico, l’edificio più nobile del Vaticano, il parquet chiodato a scacchiera comincia a scricchiolare presto sotto le scarpe di cardinali ed esperti di finanza. Nella Sala Bologna, si cominciano a snocciolare i conti della Chiesa cattolica. E appena si svelano i primi numeri sui volti dei porporati appare un’espressione di stupore. È un disastro. La situazione è gravissima. Ovunque debiti, buchi di bilancio, conti in rosso. Persino l’Apsa, la banca centrale del Vaticano, “per la prima volta nella storia” versa in pessime condizioni. Il Consiglio dell’economia che il Papa ha nominato per affrontare l’emergenza finanziaria ha davanti un dossier drammatico. 
Fuori dalla sala attende di entrare René Brülhart, avvocato di Friborgo e presidente del consiglio di amministrazione dell’Autorità per le informazioni finanziarie (Aif), l’organismo vaticano contro il riciclaggio. Pronuncia poche parole ma pesanti: a cinque anni dalla riforma voluta da Francesco “il rischio reputazionale per la Santa Sede”, è alto. Brülhart è uno dei protagonisti svizzeri dell’ultimo libro del giornalista Gianluigi Nuzzi, “Il giudizio universale” (edizioni Chiarelettere), una istantanea composta da oltre tremila documenti inediti e riservati, retroscena, dichiarazioni sul fantasma del “sacro default” dei conti vaticani. Un rosso di centinaia di milioni (una piccola parte in franchi svizzeri) riconducibile a una gestione sconsiderata dei fondi arrivati da tutto il mondo e dei tantissimi beni, case, terreni e istituti, sfruttati male. Francesco sta provando a mettere in ordine banche e istituti del Vaticano che per lui devono servire unicamente a sostenere l’opera di evangelizzazione e aiutare i poveri nelle aree più arretrate. Ma “ogni tentativo – scrive Nuzzi nel suo saggio – è stato anestetizzato, bloccato, sabotato”.
A questo bisogna aggiungere scandali e zone d’ombra che affiorano dalle inchieste giudiziarie e che hanno sfiorato il Vaticano e coinvolto uomini legati alle attività che ruotano attorno alle finanze della chiesa cattolica. Nel libro di Nuzzi, ad esempio, compare Claudio Scopece. A molti questo nome non dirà nulla. Oggi vive a Londra ma per oltre dieci anni la sua casa era a Viganello e il suo ufficio al centro di Lugano. Alcuni lo ricorderanno accanto all’ex presidente del Bellinzona, Gabriele Giulini. Nel 2014 lo aveva nominato responsabile marketing. Scopece è un apprezzato manager, “specializzato in sponsorizzazioni di eventi, soprattutto sportivi”. E che per il Vaticano ha curato il lancio di una piattaforma, l’Obolo di san Pietro, sulle donazioni per sostenere l’attività della Santa Sede. 
Nel frattempo però il manager, che ora lavora in Inghilterra, era indagato per corruzione dalla Procura di Palermo “in un torbido affare di tangenti” che tuttavia sembra si stia ridimensionando. Dalle carte della magistratura spuntano intercettazioni che riporterebbero a passaggi di soldi “denaro contante da lui stesso detenuto in Svizzera” in conti correnti. Tutto attraverso un linguaggio in codice dove i denari, per gli investigatori, sono “bottiglie di champagne”. Il manager tuttavia smentisce e rilancia. “Ho vissuto dieci anni in Svizzera – ha risposto a una domanda di Nuzzi – e ho sempre fatto una cosa: quando parlo al telefono con le persone dico sempre quello che devo dire. Se devo parlare di soldi parlo di soldi, se devo parlare di champagne parlo di champagne”.
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