L’oro dei migranti non conosce crisi

CLEMENTE MAZZETTA E MAURO SPIGNESI Caffe.ch 17.11.19

Sette miliardi di “rimesse” nei Paesi d’origine dei profughi

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C’è chi spedisce cinquanta, cento franchi. Insomma, quello che può. Ma c’è anche chi riesce a mandar via mille franchi, magari soldi messi insieme con amici e conoscenti. Complessivamente – ha calcolato la Banca nazionale – arrivano a oltre 7 miliardi (7’358) le “rimesse” che gli immigrati spediscono nei loro Paesi d’origine per aiutare un familiare, pagare la retta dell’università a un nipote, fare un prestito a un amico in difficoltà. O anche solo per finanziare un progetto umanitario. Di questi soldi  solo una piccola parte tuttavia finisce nei Paesi che non fanno parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) attraverso le agenzie “money transfert” o altri uffici per trasferire contante. 
“Si tratta di piccole cifre  da 100 a 200 franchi, al massimo 300. Poi siccome sono versati da numerosi clienti, la cifra finale si fa più consistente”, dice l’impiega dell’agenzia Western Union di Caslano. All’agenzia Money Gram di Crocefisso (frazione di Savosa) invece si è registrato un calo di trasferimenti. “Non facciamo molte operazioni. Forse perché siamo un po’ fuori dalla città. Probabilmente alla stazione di Lugano ci sarà una maggior affluenza: posso però assicurale che le nostre tariffe sono più economiche rispetto ad altre agenzie”. Anche  in questo caso le destinazioni prevalenti  delle rimesse degli stranieri riguardano l’Africa e l’America latina. “Ad inviare denaro sono sempre i soliti. Gente che lavora qui e che ha i genitori in Africa a cui spedisce poche centinaia di franchi quanto può”.
“La nostra comunità fa versamenti su progetti mirati, come ad esempio in questi mesi attraverso un’organizzazione umanitaria per gli sfollati della guerra”, spiega Ahmet Yaman, portavoce dei curdi in Ticino (circa 350 famiglie). “Poi – aggiunge Yaman – ci sono persone che invece hanno fatto una sorta di gemellaggio con famiglie che vivono nei nostri territori d’origine e le aiutano, mandano soldi per i malati, per pagare la scuola, oppure per sostenere bimbi rimasti senza genitori”.
Molti versamenti arrivano in diversi stati dell’Africa da migranti partiti lasciando situazioni davvero difficili e che una volta trovato un lavoro in Svizzera aiutano parenti e amici. Da questa cerchia tuttavia è esclusa una delle comunità più grandi, gli eritrei, non solo a livello nazionale ma anche in Ticino (oltre mille). E questo, spiegano, per due ordini di motivi. Primo perché anche solo una rimessa di denaro potrebbe costituire la prova di un collegamento con il Paese d’origine che vorrebbe dire il ritiro del permesso B o C e secondo perché sino a poco tempo fa il governo eritreo pretendeva una sorta di tassa del 2 per cento. Così se qualcuno manda soldi lo fa con sistemi alternativi, come quelli digitali attraverso applicazioni, e a suo rischio e pericolo.
E comunque a sentire le comunità di stranieri dei cosiddetti Paesi terzi (quelli che non fanno parte dell’area dell’Unione europea) e che raggruppano a livello nazionale oltre 650mila persone, le rimesse attraverso gli uffici cambio o i “money transfert”, che tuttavia oggi devono rispettare precise regole contro il riciclaggio, restano costanti. Anche se poi non sempre i soldi vengono spediti nei Paesi d’origine. Ed è possibile che fra i denari che hanno preso l’anno scorso la direzione dell’Italia, della Germania, della Spagna o di altri Paesi europei, non ci siano soldi destinati a loro parenti che vivono lì. Ma c’è un altro dato che fa riflettere: nonostante i sistemi di trasferimento di denaro si siano moltiplicati con applicazioni e altri sistemi digitali, le rimesse resistono. Segno che chi emigra non dimentica le proprie origini.
c.m./m.sp.