Sul Mose guarda a giurisprudenza, non ai corrotti

Massimo Bordin micidial.it 16.11.19

Ho letto tutti o quasi i pezzi giornalistici sull’alluvione che ha colpito Venezia. L’occasione era ghiotta per fare un po’ di politica, lo sport nazionale del paese. In campo, con inedita maglia giallorossa, sono scesi in campo i giocatori della nazionale Piueuropiesta. A sfidarli, in camicia verde, gli indipendentisti veneti che, al grido del “fasso tuto mi” si sono subito riversati nella metà campo avversaria. Brugnaro ha centrato i pali per primo grazie ad un cross di Zaia, a sua volta servito da Salvini, ma la replica non si è fatta attendere troppo e Gigi di Maio ha riportato la situazione in parità distraendo il portiere con un sonoro: «corruzione, governate voi il Veneto da anni, ed ecco quello che succede».

E palla al centro.

Accade di rado, ma sulla questione del Mose, abbiamo visto che l’informazione alternativa offerta dal web ha seguito pedissequamente quella mainstream. Per entrambe le fonti, in Veneto c’è uno scandalo inaudito, un mostro che riposa inutilmente in fondo al mare, costato 6 miliardi di euro e che non ha salvato Venezia dall’alluvione, com’era stato promesso.

Non riesco sinceramente a capire cosa ci sia di sorprendente in quello che è successo, né colgo con serietà le stilettate polemiche ai politici di turno, di ieri e di domani.

La nostra classe dirigente attuale ha enormi difetti, ma sulle opere pubbliche rappresenta esattamente il modo di pensare degli italiani e la giurisprudenza che hanno elaborato. Purtroppo, l’impostazione del nostro stato di diritto va rovesciata, se vogliamo rendere le nostre infrastrutture meno costose, più durature e, soprattutto, più numerose.

Forse sarò un caso isolato, ma non credo che il malgoverno abbia molto a che vedere con il fatto che in Italia le infrastrutture o non vengono fatte (ponte di Messina), oppure crollano (ponte di Genova), oppure non vengono inaugurate e messe in funzione (Mose di Venezia). Il motivo principale per il quale accadono queste cose è la legislazione italiana, frutto di un modo di pensare che deve essere scardinato (anche perché appartiene alla nostra storia recente, ma non a quella lontana).

Proverò a semplificare questa problematica con un esempio.

Da qualche giorno a questa parte nella scuola dove lavoro hanno esposto i turni di sorveglianza con l’elenco degli insegnanti che devono osservare gli studenti durante la cosiddetta ricreazione. Per chi non lo sapesse, si tratta di un lungo elenco di docenti, con indicato il giorno della settimana ed il luogo dell’edificio che gli viene assegnato per la sorveglianza.

Per farla breve, trattandosi di un liceo dove ci sono centinaia di maggiorenni alti uno e novanta, a cosa diamine serve quell’elenco?

La risposta corretta dovrebbe essere che responsabilizza il docente incaricato a controllare che non accada nulla di male agli studenti durante la pausa dalle lezioni. In verità, quell’elenco non serve a questo: a memoria d’uomo non credo ci sia mai stato un docente che abbia “salvato la vita” ad uno studente perché è scivolato in bagno o ha fermato una rissa in cortile o ha chiamato prontamente i soccorsi nel caso di un malore. La triste verità, è che i turni di sorveglianza sono indispensabili perché quando l’avvocato di un genitore che si sente parte lesa presenta querela (magari perché il figlio del suo cliente è scivolato, per l’appunto), il Preside possa difendere l’istituzione e dire: «ho dato precisi ordini al diaboliken soldaten Musumeci, affinché, sprezzante del pericolo, piegasse con sicuro cipiglio l’odierna educazione libertina facendosi trovare tutti i lunedì alle 11 e 03 davanti alle porte del cesso”.

Detto diversamente, lo scopo della norma, non è quello di risolvere un problema, ma quello dell’autotutela. Cioè noi ed i nostri rappresentanti scriviamo le leggi affinché possiamo trovarci in posizione sicura nel caso in cui qualcuno ci accusi di negligenza. In altre parole, sono dell’idea che tutti siano responsabili nel caso di uno studente che scivola in bagno, con un grado di responsabilità che parte però dallo studente. Se mio figlio di 18 anni inciampa e cade in bagno, è probabile che abbia un figlio un tantino rincoglionito. A meno di situazioni macroscopiche (un soffitto che casca, una caldaia che esplode, una piastrella che prende vita), le colpe del docente di matematica che si gratta la pancia in sala insegnanti sono nulle. Invece, per il diritto italiano ciò che più conta è “dimostrare” che eravamo lì, come prescritto dalle norme di Paraculandia ove l’avvocato Azzeccagarbugli di manzoniana memoria avrebbe usato il latinorum: culpa in vigilando.

Leggendo questo esempio, tutti si saranno resi subito conto che ciò in Italia vale per qualsiasi tipologia lavorativa, e che più si delegano le responsabilità meno facile sarà individuare il problema e trovare una soluzione. Ora chiediamoci tutti in coro: perché per le opere pubbliche dovrebbe funzionare in modo diverso?

Se avessero attivato il Mose senza aspettare di individuare chi aveva emesso l’ultima fattura falsa, con ogni probabilità due persone non sarebbero morte ed oggi non staremo qui a contare i milioni di danni come propone il “Sindaco dei commercianti” di Venezia. Secondo quanto riportato dalla stampa locale, non è nemmeno chiaro a chi competerebbe la responsabilità di decidere quando azionare le paratoie, una volta terminata l’opera.

In Italia ci sono 4 avvocati ogni 1000 abitanti. Sono un esercito di 243mila uomini che hanno triplicato le iscrizioni all’Albo negli ultimi vent’anni e sono la lobby più potente presente in Parlamento, senza contare in generale tutti gli altri che in Italia hanno in tasca una laurea in giurisprudenza, dai notai, ai funzionari ministeriali, al Presidente del Consiglio. E’ la stessa mentalità che blocca qualsiasi iniziativa pubblica, che promuove obblighi legislativi per privatizzare; la stessa che impone il deficit al 3% e tutte le solite panzane che ci hanno fatto declinare a Paese di serie B nel giro di pochi decenni.