ILVA E ALITALIA/il tresette col morto in cui perdono gli italiani.

il sussidiario.net 22.11.2019 – Sergio Luciano

C’è un affascinante punto di contatto tra il doppio stallo del Governo sul fronte dell’Ilva e su quello dell’Alitalia

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)

C’è un affascinante punto di contatto tra il doppio stallo del Governo sul fronte dell’Ilva e su quello dell’Alitalia. Un punto di contatto che fa pensare al tresette col morto, dove il morto è la magistratura – e vedremo perché -, ma sullo sfondo, purtroppo, il vero morto è il sistema Paese. 

Spieghiamoci. Dicendo di non volersi impegnare in Alitalia per mancanza di un socio industriale davvero capace di guidare la cordata, i Benetton stanno in realtà alzando la posta nella trattativa in corso con il Governo stesso – sia pure in modo informale (o pasticciato che dir si voglia) – sul rinnovo della concessione per le Autostrade, che i Cinquestelle avrebbero voluto togliergli da un anno come sanzione per il disastro del ponte Morandi, un atroce delitto ancora senza autori che ha tolto la vita a 43 persone, per incuria (secondo chi ne considera responsabili appunto i gestori dell’autostrada) o per fatalità (secondo la difesa). Ebbene, negoziando con i Benetton con questa premessa sul doppio tavolo del loro ingresso in Alitalia a fronte del rinnovo della concessione autostradale, il Governo dovrebbe poter contare su coerenti evoluzioni dello scontro giudiziario, dove invece la magistratura, nella sua eburnea indipendenza, non fa giochi di squadra con lo Stato, come accadrebbe in Francia o negli Usa, ma va avanti sulla sua strada e soprattutto sui suoi tempi surreali e avulsi dalla realtà.

Per carità, fa bene: sul piano dei sacri principi. Poiché però, cavilli a parte, che molte tratte autostrade fossero manutenute in modo ignobile risulta a colpo d’occhio e poiché è in ballo la morte di 43 innocenti, uno Stato forte avrebbe già saputo e potuto indurre i Benetton a spendere meno su cartelloni pubblicitari buonisti e inclusivi e includere un bel po’ di soldi in più nell’Alitalia, nelle Autostrade, nella Caritas, ovunque insomma fuorché nelle loro già fin troppo piene tasche. 

Dicendo di volersene andare dall’Ilva gli indo-francesi di Arcelor Mittal fanno invece una mossa in qualche modo più lineare dei Benetton. Mittal si è trovato infatti in una specie di dilemma cornuto, senza uscite. Da un lato, la Procura di Taranto gli ingiunge di bonificare immediatamente un altoforno entro dicembre o di spegnerlo se non fosse possibile bonificarli (e ovviamente anche un bambino sa che non lo è: occorrerebbero anni) come sanzione accessoria in una causa sulla morte di un operaio nel 2015; dall’altra parte, se eseguisse l’ingiunzione e spegnesse l’altoforno, Mittal commetterebbe palesemente il reato per il quale la sta indagando la stessa Procura ai sensi dell’articolo 499 del Codice penale, che punisce il sabotaggio industriale e prevede fino a 10 anni di carcere.

Insomma, Mittal come si muove sbaglia. Ma siccome gli indiani non sono stupidi, sapevano che in Italia queste sono le sabbie mobili in cui versa la giustizia e sapevano pure di non avere la bacchetta magica per risolvere in un anno problemi incancreniti da trenta. Quindi, hanno chiesto e ottenuto – prima di firmare, in trattativa – il famoso scudo penale, cioè il diritto di non essere perseguiti oggi per colpe commesse da altri ieri, che non è una strana pretesa; e infatti con lo scudo quell’inchiesta sulla morte dell’operaio del 2015 non punterebbe anche su di loro, ma solo su chi aveva la responsabilità degli impianti quattro anni fa e precedentemente.

Quando i Cinquestelle, cedendo alla loro frangia movimentista, hanno imposto alla maggioranza di revocare lo scudo penale concesso un anno fa, gli indiani hanno deciso di mollare. Dicono i detrattori che l’hanno fatto anche perché comunque al loro impero chiudere l’Ilva senza neanche averla pagata conviene perché elimina capacità produttiva dal mercato facendo crescere il valore di tutto l’altro acciaio che producono nel mondo. Vero, ma resta il fatto che nel comportarsi nel modo cinico che hanno scelto, purtroppo una buona parte di ragione ce l’hanno, sia rispetto alla condotta contraddittoria della magistratura che rispetto all’autogol della politica.

Una politica delirante dove il povero premier Giuseppe Conte si dibatte nel tentativo di uscire dall’impasse con pochissime frecce al suo arco. Già, perché la sua maggioranza è allo sbando e la forza che lo ha nominato, il Movimento 5 Stelle, versa in una crisi pre-terminale: i quattro gatti (27 mila dei 125 mila aventi diritto, quindi quattro gatti su sedici!) che hanno votato ieri sulla piattaforma Rousseau – e che mangiano sulla testa dei milioni di ingenui elettori grillini accorsi alle urne due anni fa – hanno bocciato l’idea del capo politico Di Maio di correre in Emilia Romagna insieme al Pd e deciso che il Movimento correrà solo. La leadership di Di Maio è dunque spappolata e se fosse serio si sarebbe già dimesso. Dall’altra parte, la seconda forza di governo, il Pd, è nell’angolo rispetto al quadro pre-elettorale in Emilia e si gingilla sullo ius soli o lo ius culturae che gli tolgono consensi e non servono a niente.

Nel frattempo, l’Italia è nell’angolo in Europa per due ragioni: la prima, perché per quanto l’attuale maggioranza sia allineatissima alle regole dell’Unione, ha presentato un progetto di finanziaria di imbarazzante debolezza ed è stata quindi tenuta sotto i riflettori, sia pur con la benevolenza che si concede a un derelitto che implora aiuto; la seconda, perché è in contraddizione sull’eventuale varo del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, ovvero il cosiddetto Fondo salva-Stati, la cui attuale formulazione, scritta dai tedeschi, che prevede due diversi possibili interventi dell’Unione a favore di uno Stato membro in difficoltà finanziarie.

Chi è in regola con i parametri del deficit e del debito, può avere prestiti europei senza prestare garanzie o vincoli condizionanti in contropartita: il che è concessione priva di senso perché ovviamente chi ha i conti in regola non ha bisogno di prestiti; chi non è in regola con quei parametri e chiede un prestito può averlo solo cedendo sovranità economica. Sono le cervelloticità imposte dai tedeschi per estendere sempre di più la loro egemonia in Europa e poter continuare a tesaurizzare senza spendere.

Conte, per fare il primo della classe, si era portato maldestramente avanti annunciando il suo consenso tre mesi fa all’Europa; adesso il Governo dovrebbe approvare formalmente la proposta tedesca, ma i grillini si oppongono e se il Premier forzasse sarebbe poi sbugiardato dall’aula. Mancano le parole per definire una simile situazione politica. Meglio non cercarle.