I nuovi combattenti che vengono dall’Asia

MARCO OLIMPIO caffè.ch 24.11.19

I “foreign fighters” dal Kazakhistan sino al Turkmenistan
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I fatti certi sono pochi. Ombre e incognite continuano ad avvolgere le dinamiche di uno scontro a fuoco tra guardie di frontiera e miliziani nel distretto di Rudaki, sudovest del Tajikistan, sul confine con l’Uzbekistan.
Secondo la versione ufficiale delle autorità di Dushanbe, il 6 novembre un gruppo di 20 persone avrebbe assaltato un avamposto di confine. Gli aggressori sarebbero jihadisti dello Stato Islamico arrivati dal vicino Afghanistan, dove lo Stato Islamico del Khorasan continua ad operare. Il bilancio ufficiale è pesante: 17 morti, 15 tra i militanti, 2 tra le forze dell’ordine. Quattro i terroristi catturati. Identificati cinque, tre donne e due uomini, tutti nazionali tajiki.
Lo scontro è stato successivamente rivendicato dallo Stato Islamico tramite un comunicato stampa. Diversi esperti della regione hanno espresso perplessità riguardo le dinamiche della sparatoria, avvenuta in un’area del mondo dove la verità è spesso difficile da scovare. Tra le ipotesi quella di un raid sull’avamposto condotto dai jihadisti per impossessarsi di armi (una tattica comune tra i jihadisti dell’Isis) seguito da un’imboscata al drappello di miliziani. Intanto il governo afghano ha affermato che la tesi che il gruppo sarebbe entrato dal proprio territorio come priva di alcun elemento. Anche la rivendicazione dello Stato Islamico è stata messa in dubbio da alcuni osservatori, in quanto possibile mossa opportunistica. 
L’episodio ha riportato l’attenzione sul jihadismo nella regione. Il servizio di sicurezza federale russo (Fsb) parla di una minaccia crescente in Afghanistan che potrebbe avere forti ripercussioni nelle ex-repubbliche sovietiche. Migliaia i foreign fighters partiti dai Paesi dell’Asia Centrale per andare a combattere in Iraq e Siria. Circa 800 da Kazakhistan e Kyrgyzstan; più di 1.500 dall’Uzbekistan; 1.900 dal Tajikistan; tra i 400-500 dal Turkmenistan. Tra loro anche individui che sono diventati alti esponenti dello Stato Islamico, come Gulmurod Khalimov, un ex-ufficiale delle forze speciali di polizia tajike, morto in Siria nel 2017.
Negli ultimi anni si sono verificati alcuni episodi di violenza e attacchi terroristici attribuiti a gruppi islamici, tra cui l’uccisione di quattro ciclisti occidentali in Tajikistan a luglio 2018. Di rilievo anche la partecipazione di cittadini dell’Asia Centrale in attentati in Occidente, come a New York e Stoccolma nel 2017. Tuttavia, sono eventi ridotti e il pericolo interno rimane limitato.
Diversi studi sui contingenti di volontari dell’Asia Centrale hanno rivelato come la maggior parte dei mujaheddin partiti per le aree di conflitto si fossero radicalizzati al di fuori dei confini dei propri paesi di origine. Gli stati asiatici infatti hanno importanti diaspore di cittadini che lavorano all’estero, soprattutto in Russia e Turchia. In stati come Tajikistan e Kyrgyzstan, per esempio, le rimesse rappresentano una fetta importante del Pil. Molti di questi migranti sono marginalizzati e vivono in condizioni socioeconomiche precarie, elementi che possono favorire la radicalizzazione. Allo stesso tempo la minaccia è spesso stata sovrastimata e sfruttata dai governi locali per estendere misure di repressione e politiche di sicurezza, rendendo difficile un’accurata analisi della situazione.