Per attrarre i giovani la politica si fa pop

David Allegranti Caffe.ch 24.11.19

Da Twitter a TikTok, i leader politici scoprono i social
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Su Facebook Matteo Salvini ha oltre 3 milioni e ottocentomila “like”. Su Twitter i follower sono molti meno: poco più di un milione e centomila. Su Instagram invece i follower salgono a un milione e ottocentomila. D’altronde, come ha spiegato una volta Luca Morisi, spin doctor del leader della Lega, su Facebook c’è il popolo, su Twitter l’élite. 
E i giovani? Sono su Instagram ma i giovanissimi sono arrivati su TikTok (oltre un miliardo di utenti in tutto il mondo), social cinese nato nel 2016 che permette di creare brevi clip musicali di durata variabile tra i 15 e i 60 secondi, aggiungendo filtri ed effetti. Salvini, molto attento alla comunicazione social e non solo, non se l’è fatto sfuggire e si è iscritto anche lui a TikTok, dov’è pieno di quindicenni (ma anche più giovani). I primi commenti ricevuti però sono stati molto negativi.
“Non penso che Salvini sia molto interessato a passare altro tempo a ‘strimpellare’ su TikTok, ma adottandolo vuole confermare che è un politico pop, che può piacere anche ai giovanissimi, e dimostra che è aggiornatissimo sui social. Sospetto che siano stati i suoi ragazzi della “Bestia”, quelli che lavorano per lui nella comunicazione della Lega, ad averlo spinto a provare su TikTok”, dice al Caffè il professor Gianpietro Mazzoleni, autore insieme a Roberta Bracciale di un recente saggio per il Mulino: “La politica pop online. I meme e le nuove sfide della comunicazione politica”. 
“Io non ne vedrei per lui la necessità. Siamo in un mondo mediale ibrido e Salvini è già onnipresente, in tv e sui social. Ha comunque raggiunto un risultato: stiamo parlando di lui anche su questa minuzia”, spiega Mazzoleni. D’altronde, aggiunge il politologo dell’Università di Firenze Marco Tarchi, “saturare lo spazio comunicativo oggi è una regola della comunicazione politica riportata in tutti i manuali e insegnata nelle università. Del resto non è già più unico in questa scelta, subito seguito da Giorgia Meloni (leader di Fratelli d’Italia). E i commenti negativi lo mettono comunque in evidenza. È la versione dell’epoca dei social dell’antica prescrizione di Lenin: ‘parlate bene o male di noi, ma parlatene!’”. 
Per Mazzoleni “è il classico meccanismo della costruzione della celebrità. A dire il vero i primi esperimenti con TikTok non sono stati eccelsi. Salvini ha ricevuto molti commenti negativi dagli stessi giovani che frequentano quel social, quindi non so fino a che punto insisterà nell’utilizzarlo. La sua piattaforma d’elezione, dove riesce meglio rimane sempre Facebook”. Ma come comunica Salvini sui social? “Con il tipico stile populista”, osserva Tarchi, che aggiunge: “Come l’uomo della porta accanto, che parla come la massima parte delle persone che si incontrano per strada o al bar: con battute, ironia, considerazioni di buonsenso, commenti semplici e semplicistici, tono rassicurante. L’aggressività la riserva ai comizi, dove in piazza trova soprattutto militanti e simpatizzanti attivi”. Salvini, dunque, è ovunque. Ma l’idea di essere “dappertutto” non l’ha inventata lui. 
Pure Barack Obama negli Stati Uniti fece così durante la sua presidenza, utilizzando tutti i social e le piattaforme pop di allora, come nel famoso video su Buzzfeed per lanciare la sua campagna sul Medicare. “Anche Obama, celebrity simpatica e dotata di autoironia, riusciva a far parlare di sè ogni giorno”, ricorda Mazzoleni, che spiega: “Con modalità molto diverse lo stesso Donald Trump, grande narciso, ha mostrato grande capacità di dominare l’agenda dei media, amici o nemici che siano, con sventagliate quotidiane di tweet, tanto da essere soprannominato “Twitter-in-Chief””. 
A questo punto vien da chiedersi se la distinzione Facebook/popolo e Twitter/élite si traduca anche in consenso reale. “In linea di massima, sì: Twitter è ‘roba da intellettuali’, almeno in Italia – spiega ancora il politologo Marco Tarchi -. Lo si usa per avere più spazio sui giornali e sui siti, e quindi di rimbalzo può servire, ma alla gran massa dei potenziali sostenitori non arriva. Tanto è vero che chi vuole dialogare con la ‘gente comune’ si serve piuttosto di Instagram, oltre che del classico Facebook”.