Macchina del tempo su titoli Ftse Mib: 1.000 euro investiti 10 anni fa su Banco BPM o Brembo, la differenza è monstre

Simone Borghi finanzaonline.com 24.11.19

L’ultimo decennio è stato caratterizzato da profondi cambiamenti socio-economici che hanno avuto un impatto considerevole sui mercati finanziari e, in particolare, sull’indice italiano Ftse Mib, non certo tra quelli che si sono distinti in positivo in questo decennio. Lo stock picking in questi anni ha fatto la differenza, con alcuni titoli che hanno dato grandi soddisfazioni e altri che invece hanno sofferto come non mai. Uno studio di IG che ha messo a disposizione un sito (vedi link) dove è possibile calcolare il ritorno sull’investimento dei singoli titoli appartenenti al Ftse Mib, basandosi esclusivamente sulle serie storiche (da 1 agli ultimi 10 anni). Una macchina del tempo degli investimenti che permette di simulare i ritorni effettivi, nel bene e nel male.

Tanti dolori per chi ha investito 1.000 euro nel 2009 su una banca del Ftse Mib

tolo che ha registrato la peggior performance, intesa come rendimento totale composto dell’ultimo decennio, è Banco Bpm. Se avessimo investito 1.000 euro 10 anni fa sull’istituto di credito milanese il ritorno sull’investimento sarebbe stato di 9 euro (dati che si riferiscono al periodo compreso tra il 30 settembre 2009 e il 30 settembre 2019). Non solo Banco Bpm ma tutto il settore, spiega IG, è stato colpite nell’ultimo decennio prima dalle tensioni sullo spread, poi dai crediti deteriorati (Npl) e, infine, dai tassi d’interesse ultra bassi delle Banche centrali. Ritorni ampiamente negativi quindi da altri titoli bancari. Infatti, investendo sempre 1.000 euro 10 anni fa, il ritorno su UniCreditè di soli 31 euro e su Ubi Banca 254 euro, leggermente meglio ma ancora ben al di sotto dell’investimento iniziale. L’unica grande banca che è riuscita ad accontentare gli investitori è Intesa Sanpaolo con un ritorno di 1.350 euro, implicando quindi un guadagno di 350 euro dai 1.000 euro versati nel 2009.

Altro flop tra le blue chip è Saipem che, con lo stesso investimento iniziale, negli ultimi 10 anni ha avuto un ritorno di soli 13 euro. Il titolo ha infatti scontato in parte il crollo dei prezzi del greggio avvenuto sostanzialmente a partire dalla crisi finanziaria del 2008-2009.

Performance da sogno con Brembo e Recordati

Ma passiamo alle migliori. Il primato va a Brembo (non più presente nel Ftse Mib dalla fine dello scorso anno) che, con un investimento iniziale di 1.000 euro nel 2009 ad ora avremmo sul nostro conto titoli circa 15.000 euro (precisamente 14.994 euro), un rendimento di quasi 15 volte. Subito dietro al colosso dei freni per auto c’è Recordati che nell’ultimo decennio ha messo a segno un rendimento totale composto di 13.813 euro. Tutto sommato, infatti, i titoli appartenenti ai settori difensivi (per esempio beni alimentari, settori sanitario e farmaceutico, utility) hanno dato un ritorno positivo negli ultimi 10 anni, essendo poco correlati con il ciclo economico e risentendo meno di eventuali rallentamenti della crescita o fasi di recessione. Mille euro su Amplifon in dieci anni sono lievitati a oltre 9mila e su Terna a circa 4.850 euro.

A partire dalla crisi finanziaria del 2008-2009, scrive IG, abbiamo assistito a un serie di eventi che hanno segnato in vario modo l’andamento in borsa di alcune società. Dallo scampato default della Grecia, alla Brexit, passando per l’instabilità politica italiana, il crollo del greggio e le misure ultra espansive delle Banche centrali, sono solo alcune delle tappe che hanno scandito il tempo in borsa negli ultimi 10 anni. Gli effetti sui singoli titoli sono stati piuttosto diversificati, a seconda del settore di appartenenza e delle caratteristiche specifiche delle varie aziende.

L’ultimo decennio di FCA 

Nello studio IG ha riportato le cinque storie più interessanti che negli ultimi anni hanno catturato l’interesse degli investitori sul principale listino di Piazza Affari. Si parte da Fiat Chrysler Automobiles, che ha vissuto un periodo di straordinaria trasformazione sotto la guida del suo ex manager, Sergio Marchionne, che ha preso un’azienda italiana in grande difficoltà nel 2004, trasformandola in colosso industriale di portata mondiale.
La chiave del suo successo, spiega IG, va ritrovata sicuramente nella fusione con Chrysler, la più piccola delle case automobilistiche di Detroit, alle prese con una grave crisi finanziaria post 2008. L’operazione che ha portato alla nascita del gruppo italo-statunitense è stata costruita in maniera impeccabile e ha segnato il successo di FCA dei successivi 10 anni e ancora tutt’oggi. In particolare, il rilancio di Jeep ha fatto da volano alle vendite e ai conti per l’intero gruppo che si è spostato nel tempo verso un target diverso di clientela, aumentando i margini. L’eredità di Chrysler ha portato però anche un enorme indebitamento industriale, arrivato quasi a 10 miliardi di euro post fusione. Il successo dell’operazione ha permesso però di azzerarlo del tutto in soli 5 anni.
Non solo Chrysler. I profitti per gli azionisti Fiat sono arrivati anche attraverso gli spin off che si sono susseguiti nel tempo e che hanno liberato ulteriore valore. La scissione tra Fiat e Fiat Industrial (ora CNH Industrial) a quella di Ferrari hanno permesso al gruppo di passare dai 6 miliardi di euro di valore del 2004 agli oltre 65 miliardi nel 2018.
Il successo di Marchionne è ben visibile in borsa. A gennaio 2009 le azioni della vecchia Fiat oscillavano intorno a 1 euro e in nove anni sono arrivate a toccare i 20 euro (maggio 2018). Il calo dell’ultimo anno è dovuto a varie ragioni, come le tensioni commerciali tra Stati Uniti ed Europa e il passaggio al mercato elettrico e il calo delle vendite globali. Gli azionisti restano ora concentrati sulla ricerca di un possibile partner commerciale che potrebbe portare FCA, attualmente sesto gruppo al mondo per produzione di autoveicoli, a scalare le posizioni e rientrare tra i primi 3 gruppi mondiali. Ad oggi il ritorno sull’investimento di FCA sarebbe comunque positivo e pari a 1.480 euro, con un ingresso nel 2009 di 1.000 euro.

IG ha poi parlato di UniCredit e Intesa Sanpaolo che hanno vissuto una fase molto difficile nell’ultimo decennio causa la peggiore crisi finanziaria (2007-2008) degli ultimi 70 anni che ha interessato principalmente le banche. Infine, non potevano mancare Eni, la più grande holding italiana, e Juventus, tutt’oggi alle prese con una forte volatilità legata ai successi sul campo e alla campagna acquisti.