Think tank e fondazioni, come non risolvere il problema

openopolis.it 25.11.19

Con la nuova legge su fondazioni e associazioni politiche sono più di 50.000 le persone su cui la commissione di garanzia deve monitorare. Ma, per sua stessa ammissione, non ha i mezzi per svolgere questo compito.

Con l’approvazione dello spazzacorroti, poi modificato dal decreto crescita, il parlamento ha equiparato fondazioni, associazioni e comitati politici ai partiti. Un notevole cambio nello scenario italiano, soprattutto per i vari obblighi di trasparenza che ora ricadono su queste strutture. A monitorare sul rispetto di questi obblighi la commissione di garanzia sui bilanci dei partiti, istituita presso il parlamento, e composta da 5 magistrati.

Il problema è stato anestetizzato, non risolto.

Per la legge rientrano nel novero delle organizzazioni da monitorare tutte quelle strutture i cui organi direttivi sono composti per 1/3 da persone che hanno avuto incarichi politici negli ultimi 6 anni nel parlamento europeo e nazionale, nel governo, nelle regioni e nei comuni con più di 15.000 abitanti. Stiamo parlando di 53.904 persone, un numero talmente elevato che rende la fattibilità stessa dell’operazione un’illusione. Di fronte a questi numeri gli allarmi lanciati dalla commissione di garanzia sul non avere i mezzi per svolgere il proprio mandato sembrano legittimi.

53.904 i politici che la commissione di garanzia deve monitorare. Un numero talmente alto da rendere l’operazione irrealistica.

Delle modifiche alla legge sono quindi necessarie. Basterebbe, per esempio, escludere i quasi 49 mila politici con incarichi nei comuni con più di 15.000 abitanti dalla normativa, oltre il 90% del totale. Così si limiterebbe il raggio d’interesse agli incarichi negli organi che hanno potere legislativo come il governo, il parlamento (nazionale ed europeo) e le regioni. La normativa per com’è ora serve infatti solo ad anestetizzare il problema: una legge scritta male ed un organo di controllo che non ha i mezzi per vigilare.

Cosa dice la legge

Nella XVIII legislatura si è intervenuti per la prima volta in maniera strutturata per normare associazioni, fondazioni e comitati politici. Organizzazioni che, come abbiamo più volte avuto modo di raccontare, hanno un crescente ruolo nell’influenzare il dibattito politico, e soprattutto nell’ascesa politica di molti leader nazionali.

Le 2 leggi approvate (spazzacorrotti e decreto crescita) hanno di fatto equiparato queste organizzazioni ai partiti politici, imponendo loro la pubblicazione di una serie di documenti: dalla composizione dei loro organi direttivi, al bilancio, passando per donazioni ricevute e statuto.

L’aspetto centrale della norma sta proprio nel capire cosa si intende per associazione, fondazione e comitato politico. In particolare questa definizione riguarda tutte le strutture:

i cui organi direttivi o di gestione sono composti per almeno 1/3 da membri di organi di partiti o movimenti politici ovvero persone che sono o sono state, nei 6 anni precedenti, membri del Parlamento nazionale o europeo o di assemblee elettive regionali o locali di comuni con più di 15.000 abitanti, ovvero che ricoprono o hanno ricoperto, nei sei anni precedenti, incarichi di governo al livello nazionale, regionale o locale, in comuni con più di 15.000 abitanti;

Chi deve monitorare non ce la fa

È stato poi dato il compito di monitorare su queste strutture alla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici. Organo a cui era già stato affidata la missione di vigilare sulla trasparenza dei partiti, e che in varie occasioni ha dichiarato di non avere i mezzi per portare avanti l’incarico in questione. Problema che era emerso con ancora maggiore criticità proprio con l’equiparazione delle associazioni e delle fondazioni politiche ai partiti:

Ne consegue a carico della commissione – in immutata composizione nelle strutture di supporto – un incisivo impegno istruttorio e di indagine per identificare, nell’ampio e diffuso contesto dell’associazionismo nazionale, quelle realtà che ricadono nell’area percettiva della norma e che, in via di equiparazione, sono rese destinatarie della disciplina indirizzata a regime nei confronti dei partiti e dei movimenti politici

In particolare la commissione recrimina una carenza organica, che oltre a rendere difficile l’ordinaria amministrazione, non si configura garante della posizione di autonomia e indipendenza rispetto a governo e organi parlamentari. Un’autonomia e indipendenza che la legge istitutiva della commissione le attribuisce vista la delicatezza dei compiti assegnati.

Ma di quante persone stiamo parlando?

Nella relazione della commissione stessa pubblicata a maggio veniva sottolineato che il numero delle realtà associative da monitorare fosse difficile da quantificare, e che si poteva aggirare sulle 6.000 unità. Al di là delle strutture, il vero lavoro va fatto però sulle persone che, negli ultimi 6 anni, hanno avuto incarichi politici in Italia. Si tratta di fatto del bacino su cui la commissione deve monitorare.

I politici coinvolti dalla normativa sono così tanti, che è irrealistico pensare che la commissione possa realmente vigilare.

Come detto parliamo di tutte quelle persone che hanno avuto incarichi nel parlamento nazionale ed europeo, nel governo, nelle regioni e nei comuni con più di 15.000 abitanti. Per la precisione si tratta di 20.483 persone attualmente in carica, a cui bisogna aggiungere le 33.421 che invece hanno ricoperto tali ruoli negli ultimi 6 anni. In totale parliamo quindi di 53.904 persone, nel dettaglio così suddivise:

  • 208 nel parlamento europeo;
  • 245 nel governo;
  • 663 nel senato della repubblica;
  • 1.303 nella camera dei deputati;
  • 2.530 nelle regioni;
  • 48.955 nei comuni con più di 15.000 abitanti.

9,18% dei politici coinvolti dalla normativa hanno un incarico in organi nazionali, europei o regionali.

La domanda a questo punto sorge spontanea: la commissione ha i mezzi, nonché le informazioni, per monitorare sulle attività associative di oltre 50.000 persone? Ma soprattutto, è realmente necessario?

Andando ad analizzare più nel dettaglio questo numero scopriamo che il 90,82% di queste persone ha un incarico politico nei comuni con più di 15.000 abitanti. Sono solo 4.949 quelle persone che invece hanno, o hanno avuto negli ultimi 6 anni, un ruolo politico negli organi maggiormente rappresentativi, e quindi più influenti: regioni, governo, parlamento nazionale ed europeo.

Se lo scopo dell’equiparazione è quello di avere maggiori e migliori informazioni su quelle associazioni e fondazioni che hanno un peso sulle dinamiche politiche nazionali, e che quindi hanno un’influenza su chi gestisce il potere, potrebbe avere senso circoscrivere ulteriormente il campo delle organizzazioni attenzionate.
In questo senso quindi la proposta di openpolis è quella di ragionare maggiormente sulla reale necessità di includere tutti i politici con incarichi nei comuni con più di 15.000 abitanti nella normativa. Forse avrebbe maggior senso escludere gli incarichi comunali, limitando così l’analisi a quelle persone che hanno avuto un ruolo politico nelle istituzioni con potere legislativo, cioè governo, regioni, parlamento nazionale ed europeo.
È ingenuo mettere sullo stesso piano organizzazioni strutturate come Italianieuropei o Aspen, con realtà associative locali coinvolte dalla normativa solamente perché 1/3 degli organi apicali è composto da politici con incarichi comunali.
Meno informazioni, ma più utili
Il più grande danno che si può fare quando si parla di trasparenza è quello del “rumore informativo”, casi in cui per rispondere a delle esigenze si chiede la pubblicazione massiva di informazioni, senza pensare realmente a quale sia l’obiettivo.
Con le fondazioni e associazioni politiche è successo proprio questo. Da un lato si è data una definizione eccessivamente ampia di fondazione e associazioni politica, dall’altro questo problema è ricaduto su un organo che, già da prima, non aveva i mezzi per svolgere l’incarico di vigilanza. Si è di fatto anestetizzato il problema, non risolvendolo.
Attualmente “l’opacità per confusione” della normativa non aiuta il monitoraggio delle strutture.
Insomma, un’opacità per confusione che ha reso la materia così ampia da non essere realmente monitorabile. Suggeriamo quindi due cambi importanti:
• Riconsiderare l’inclusione degli incarichi politici nei comuni con oltre 15.000 abitanti nella normativa;
• Dare maggiori e migliori risorse alla commissione di garanzia, per permetterle realmente di svolgere le proprie mansioni.
Se si vuole fare trasparenza sul mondo della politica, e di come si finanzia, bisogna concentrare le poche energie a disposizione su obiettivi realistici. Circoscrivere la normativa quindi a meno strutture ma, su quelle, fare un vero lavoro di pressione per ottenere la pubblicazione delle informazioni richieste.

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