Il filo (ben solido) che lega le banche, il fondo salva stati e l’Alitalia

Econopoly.ilsole24ore.com 19.12.19

L’autore di questo post è Eraclito, pseudonimo che un “umile servitore dello Stato”, esperto di economia e finanza, soprattutto in ambito internazionale, ha scelto per scrivere con maggior libertà – 

Il filo che lega le banche, da ultimo Banca Popolare di Bari, il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, oppure European Stability Mechanism – ESM) e l’Alitalia è ben solido ed è il seguente: la miopia di una classe dirigente, prima che politica, improntata in Italia ad una cultura pseudogiuridica e legalistica e ad abituata a raccontare (spesso fandonie, propaganda o ideologia) piuttosto che a FARE.

Andiamo in ordine per concetti arrivando poi a cosa si potrebbe (o si sarebbe potuto fare) nei tre casi specifici.

La politica del DIRE o del RACCONTARE
La miopia:
 la mancanza di lungimiranza dei politici è notoria, con un orizzonte temporale ancorato alle elezioni; in Italia, questo orizzonte temporale è ancora più breve, vista la frequenza di consultazioni elettorali, e la maestria dei politici nostrani porta il loro orizzonte temporale a coincidere con quello del prossimo sondaggio elettorale avente una cadenza più o meno settimanale. È normale allora che la famosa Direttiva Europea sul bail-in sia stata approvata dai co-legislatori europei con il voto favorevole dell’Italia (e qualche perplessità da parte di Banca d’Italia) nel 2016 per essere subito dopo vituperata a partire dal novembre 2016 quando il caso di quattro minuscole banche andate in risoluzione ha fatto capire a tutti le implicazioni (non tutte deprecabili) di quella direttiva sui depositanti e i risparmiatori. Tra l’altro, questo è il primo filo che lega le banche al MES, considerato che almeno in questa ultima occasione i politici italiani si sono accorti prima della firma formale e definitiva del trattato intergovernativo per la revisione del MES che ci potrebbero essere implicazioni a loro poco gradite (ma solo un paio di settimane prima, non di più). Di questo parleremo dopo.

La cultura pseudogiuridica e legalistica: il diritto, soprattutto quello naturale, è una sacra filosofia di vita perché disciplina ordinatamente e con criterio le relazioni sociali. Ahimè, in Italia il diritto “snaturato” significa ad esempio che poiché la Costituzione Italiana recita che “la Repubblica è fondata sul lavoro”, basta fare un decreto legge per creare lavoro, per evitare il fallimento di una banca, per salvare un’azienda pubblica decotta. NON è così: il diritto e il quadro giuridico-istituzionale possono fornire una cornice di regole entro cui operare, ma poi i problemi (disoccupazione, sofferenze bancarie e salvataggi aziendali) si risolvono con le azioni e con i fatti. BASTA predicare; molto meglio agire. Peccato che la parola (dal sen fuggita) può fare presa immediata sull’opinione pubblica mentre le azioni ed i fatti hanno bisogno di maggior tempo.

Raccontare spesso fandonie, propaganda o ideologia: la cultura del raccontare fandonie e/o propaganda credo di averla già illustrata sopra: è molto facile e produttivo nel breve termine dire cose che nel lungo termine probabilmente non saranno attuate, o comunque saranno probabilmente dimenticate anche dai giornalisti focalizzati sulla cronaca quotidiana. Qualche parola in più merita il discorso dell’ideologia, i cui strascichi ci affliggono dopo un ventesimo secolo denso di ideologie, a volte totalitarie (fascismo, nazismo e comunismo), a volte utopistiche (in primis, il socialismo), a volte imperfettamente praticabili (il liberalismo, la democrazia). Se i politici parlano non già per fatti bensì per ideologie che – come dice il termine stesso – fanno riferimento ad idee, dunque difficilmente calabili nella realtà, questo significa che si genererà un dibattito politico polarizzato e conflittuale incapace di risolvere i problemi.

Ad esempio, il dibattito sarà su banche e Alitalia pubbliche oppure private e non già, come detterebbe un sano pragmatismo anglosassone, banche e Alitalia capaci di generare profitti, pubbliche o private che siano. Per il MES il discorso è parzialmente analogo: un Trattato che cerca di tenere insieme i pezzi di un’Unione Europea che sempre di più rischia di disgregarsi è per definizione malvagio dal punto di vista italiano solo perché contempla l’ipotesi, avente una probabilità non trascurabile, che un grande paese come l’Italia possa andare in crisi ed avere bisogno dei fondi del MES in un quadro di condizionalità economico-finanziaria per risollevarsi (peraltro, anche i detrattori del MES avrebbero le loro ragioni se facessero un po’ più riferimento all’esperienza della Grecia nell’ultimo decennio ma quello è un caso molto speciale).

La politica del FARE
Le banche
Come già detto sopra, non basta una legge o la vigilanza per avere automaticamente banche sane e profittevoli. A dire il vero, con i tassi di interesse negativi, una congiuntura debole se non negativa da anni, una concorrenza spietata da operatori emergenti e, per ultimo ma non da ultimo, un tumultuoso e dinamico progresso tecnologico in tema di Fintech, ci vorrebbe proprio una bacchetta magica per risanare le banche.

La Banca d’Italia e la Consob fanno quel che possono e la vigilanza prudenziale non può far altro che predicare prudenza ed arginare azzardi. Quello che personalmente addebito a queste Autorità, in particolare alla Banca d’Italia, è di duplice natura e nasce probabilmente dalla buona fede:

a) L’eccessiva confidenzialità dei processi e dei risultati di vigilanza, almeno nelle fasi iniziali;

b) L’intento frequente di risolvere situazioni di crisi nel segreto delle stanze di Via Nazionale mantenendo il massimo riserbo;

Per carità, questo approccio è in parte necessario se provate ad immaginare la reazione dei risparmiatori all’annuncio pubblico che si sta organizzando una cordata di banche per intervenire a salvataggio del terzo o quarto istituto di credito italiano. Tuttavia, il Monte dei Paschi di Siena (la terza o quarta banca italiana a suo tempo) è in crisi profonda almeno dal 2008 e numerosi interventi si sono succeduti nel tempo, incluso da ultimo il piano di ricapitalizzazione che poi ha portato alla nazionalizzazione, fallito perché inutilmente rinviato alle calende greche ossia al giorno dopo l’esito del referendum costituzionale bocciato dagli italiani e che, portando alla caduta del governo di allora, ha portato non sorprendentemente al fallimento del piano di ricapitalizzazione. Quel governo che cadde rinviò l’avvio dell’operazione di raccolta di capitale da parte di MPS fino al momento del referendum costituzionale e poiché quel governo fu naturalmente dimissionario non appena si seppero i risultati delle urne può propagandisticamente dire che non fu sua responsabilità la nazionalizzazione di MPS.

Per tornare al discorso generale, sarebbe auspicabile un approccio graduale ma più trasparente che affronti i problemi alla radice di una crisi aziendale bancaria. Di questi, tre li ho già menzionati: una politica monetaria necessariamente espansiva che porta ad annullare se non a mandare in negativo il margine di interesse, un’economia fragile che spinge in alto i crediti in sofferenza a causa degli strascichi della Grande Crisi del 2008 non curati da riforme strutturali, un proliferare di operatori non bancari meno regolamentati e di start up Fintech operanti a costi di molto inferiori a quelli delle banche, che fanno una concorrenza agguerrita alle banche tradizionali.

Per l’Italia, occorre però menzionare un quarto elemento, forse il più formidabile di tutti: il rischio sovrano, specchiato nel tanto vituperato spread BTPBund. Un elevato rischio sovrano alza i costi della raccolta bancaria, deprime i rating aziendali nel settore bancario e finanziario, impedisce di fatto il completamento dell’Unione Bancaria bloccata dal veto dei paesi nordici, legittimamente preoccupati di dover far pagare ai propri contribuenti gli strumenti a garanzia del risparmio dei depositanti italiani.

Cosa fare? Ecco alcuni esempi:
Non fare da sponda alle proteste sindacali per gli esuberi nel settore bancario ma piuttosto sforzarsi per garantire che quelle risorse umane siano riconvertite professionalmente ad esempio nel campo finanziario tecnologico. Negoziare nell’Unione Europea ammettendo che la mole del debito pubblico italiano è un problema non solo italiano ma anche europeo, ma reclamando al contempo la realizzazione degli impegni politici sul completamento dell’Unione Bancaria. Sbattendo i pugni sul tavolo alla Corte di Giustizia Europea in caso di disparità di trattamento tra crisi bancarie in Italia e in altri paesi dell’Unione, senza però contestare in maniera sterile l’integrale applicazione delle Direttive Europee in materia.

Limitando al massimo gli interventi a ristoro dei risparmiatori penalizzati nel percorso di risoluzione e risanamento di istituti di credito bancario: ristori indiscriminati ed eccessivi, oltre a potersi configurare come un aggiramento delle Direttive UE, generano iniquità di trattamento orizzontali e verticali (perché lo Stato Italiano non mi ha risarcito quando qualche anno fa ho perso il 90 per cento del capitale investito in obbligazione emesse dall’Argentina e dalla Grecia?). Tuttavia, in conclusione, cosa fare è racchiuso nel perseguimento di due difficilissimi ma non impossibili obiettivi:

(i) abbattere durevolmente il debito pubblico italiano e

(ii) ravvivare altrettanto durevolmente l’economia del nostro paese.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES)
Nel caso del MES, cosa si dovrebbe fare è semplice a dirsi ma non altrettanto a farsi, ovvero fare in modo che, pur esistendo ed essendo pronto all’azione, il MES non abbia mai necessità di intervenire. Per realizzare questa condizione occorrerebbe che ciascun stato membro dell’Unione singolarmente e tutti collettivamente si comportino con prudenza e con giudizio. Nel caso dell’Italia dovreste aver capito come la penso: ridurre il debito pubblico e ravvivare l’economia con riforme strutturali efficaci sono le priorità; nel caso dei paesi nordici, occorre predicare un po’ meno agli altri ed agire a casa propria utilizzando i surplus che si generano regolarmente nel bilancio pubblico e nella bilancia dei pagamenti.

L’azione più efficace sarebbe però quella collettiva: dissipare dubbi e diffidenze reciproche e ad esempio agire soprattutto in tre direzioni:

(i) per la produzione di beni pubblici europei (cosa che naturalmente implica un bilancio unico europeo di una dimensione superiore a quella minuscola attuale),

(ii) per la realizzazione dell’Unione Bancaria (facendo in modo che riduzione e condivisione del rischio vadano di pari passo) e dell’Unione del Mercato dei Capitali (facendo in modo che i singoli risparmiatori europei possano investire indifferentemente in ogni paese dell’Unione),

(iii) per semplificare le regole fiscali, attualmente “stupide” e imbrigliate dalla diffidenza reciproca tra Stati Membri, promuovendo tra l’altro gli investimenti pubblici.

Se l’azione individuale e collettiva fosse efficace, il MES esisterebbe solo per mera precauzione e non dovrebbe intervenire se non forse in circostanze eccezionali come quelle occorse nel 1929, nel dopoguerra e nel 2008.

Invece, i politici italiani si sono svegliati qualche settimana prima la revisione del Trattato, naturalmente dimenticano i problemi di lungo periodo che la Brexit amplificherà e omettono di dire all’opinione pubblica italiana che il nostro paese ha diritto di veto sul Trattato. Infatti, essendo un Trattato intergovernativo tra tutti i paesi membri dell’UE, l’Italia potrebbe porre il veto o comunque tirarsene fuori. Ma è più comodo fare “propaganda” o “ideologia”, abbandonando un partito per affiliarsi ad un altro.

Il caso Alitalia
Mettiamo da parte l’ideologia per un momento, ovvero se Alitalia debba essere pubblica o privata. Le cose sono andate male in entrambe le circostanze nel passato. Focalizziamoci invece su cosa si potrebbe fare e, soprattutto, su cosa potrebbe fare la classe politica italiana.

Prima di esporre alcune possibili soluzioni, occorre innanzitutto ricordare che una compagnia aerea non vive in cielo: gli aerei prima o poi dovranno atterrare (solo gli asini continuano a volare), i passeggeri dovranno raggiungere le loro destinazioni finali prima o dopo l’imbarco, i passeggeri avranno bisogno di beni e servizi di cui poter usufruire mentre sono a terra.
Occorre anche rammentare che l’Italia è un paese meraviglioso e variegato, per cui non dovrebbe essere difficile convincere gli stranieri a visitarlo e, una volta giunti in Italia, a viaggiare da Campione d’Italia a Capo Passero, passando per il Golfo di Napoli, e da Lecce a San Remo, passando per paesini come Agnone, il paese delle campane ben noto in Vaticano.

Ebbene, allora la soluzione che proporrei se fossi un imprenditore chiamato al MISE per esporre un progetto di salvataggio di Alitalia si fonderebbe sui seguenti punti:

* Oltre ai due hub già esistenti (Roma e Milano), crearne un terzo al Sud, per esempio a Lamezia Terme o in Sicilia;

* Dotare ciascuno dei tre hub aeroportuali di una stazione ferroviaria seria (come Roma Termini o Milano Centrale) che sia in grado di servire con treni ad alta velocità in maniera capillare località nel raggio di 300 chilometri (pensate che da Napoli potreste arrivare all’aeroporto di Fiumicino in meno tempo che partendo da Nomentana, angolo Montesacro a Roma);

* Gestire con oculata prudenza ed in maniera equilibrata, anche in seno europeo ed internazionale, i cosiddetti slot aeroportuali assegnabili alle varie compagnie aeree, oltre che magari chiedere la razionalizzazione della gestione radar dello spazio aereo civile europeo;

* Gestire la flotta di aerei Alitalia con ambiziosa prudenza (senza tagliare eccessivamente le rotte intercontinentali) e coprendo i rischi relativi, minimizzando i costi del leasing (con tassi di interesse negativi non dovrebbe essere difficile) e i costi del carburante (anche questo impresa non difficile, semmai attualmente, il problema più grande è quello reputazionale legato all’inquinamento della nafta degli aerei);

In realtà, dei quattro punti appena menzionati solo l’ultimo spetta davvero all’imprenditore mentre i primi tre sono di competenza del soggetto pubblico, che si sveglia solamente quando i soldi in cassa di Alitalia stanno per finire ed occorre rimpinguare le casse. Al riguardo, siate ottimisti e ricordate il Mondiale di calcio del 1990! Fu quella l’occasione per creare un collegamento ferroviario tra l’aeroporto di Fiumicino e Roma città. I treni partivano allora dall’oscura stazione di Roma Ostiense; poi, per fortuna, il collegamento fu spostato a Roma Termini con i treni che partivano dai lontanissimi binari 24-bis e 25, per raggiungere i quali occorrevano una decina di minuti almeno; infine il collegamento è stato spostato al più confortevole binario 24 della Stazione Termini. Ora siamo tutti più contenti ma nessuno pensa alla linea ferroviaria: il treno Roma TerminiFiumicino Aeroporto impiega normalmente circa 32 minuti per una distanza di altrettanti chilometri circa, ovvero ad una velocità media di circa 60 Km orari; altro che alta velocità!

Chissà se Firenze Santa Maria Novella e Napoli Garibaldi saranno mai collegate con treni ad alta velocità con la stazione ferroviaria di Fiumicino Aeroporto che naturalmente dovrà essere ingrandita.

Ops, scusate il pessimismo: avrei dovuto dire “quando” e non “se”…