BANCA POPOLARE DI BARI/ E la zona grigia su cui nessuno vuol davvero far luce

21.12.2019 – Maurizio Delfino il sussidiario.net

Il caso Popolare di Bari nasconde una gravissima lacuna: come si seleziona la classe dirigente che lavora nelle banche? Come si valuta la sua preparazione?

Banca Popolare di Bari

“Quousque tandem Catilina, abutere patientia nostra?”. Un accigliato, veemente Cicerone esordiva così la sua arringa contro Lucio Sergio Catilina, isolato sul suo scranno nel Senato di Roma, in una livida mattina di novembre. L’accusa in quel momento era che, fondamentalmente, non si capiva cosa stesse facendo l’aristocratico romano. Le parole dell’avvocato e senatore di Arpino calzano nella vicenda della Popolare di Bari, commissariata di sabato e salvata coi decreti notturni, come si usa adesso.

Il punto fondamentale da considerare, per non cadere nella noia e nella banalità più inutili, è quello di considerare che le prime evidenze – si badi bene, non avvisaglie, ma evidenze – di qualche problema sono almeno del 2016, se non prima.

Mentre esplodevano le vicende delle popolari venete, Sebastiano Barisoni su Radio 24 e qualche articolo di stampa lanciavano già l’allarme. Raccontavano i potentati al comando della banca, qualche indiscrezione e molti fatti. Più avanti ci sono state inchieste giudiziarie, la resistenza e la tenuta del “blocco di comando” della banca malgrado tutto, poi il decreto crescita del precedente governo con l’emendamento da qualcuno battezzato “salva Bari”, che consentiva forti vantaggi (indirettamente patrimoniali) in caso di fusione fra istituti di credito delle regioni del Sud Italia entro fine anno.

Stefano Righi sul Corriere Economia e tanti altri ora spiegano e rintracciano gli intrecci e le storie, che però, ripetiamo, salvo accertamenti e inchieste ancora in corso e che toccano anche livelli e ambienti molto delicati, si conoscono tutte da tempo.
Allora “quousque tandem”, fino a quando? Fino a quando dobbiamo giocare a stracciarci le vesti indignati per come si tratta il credito e il risparmio o (molto peggio) a lusingarci per la velocità e la qualità della soluzione? E chi è Catilina?

Non certo la Banca d’Italia. Fanno ridere e fanno pena quelli che polemizzano contro l’Istituto di Via Nazionale. Innanzitutto perché la Banca d’Italia non fa le leggi. Deve barcamenarsi con quelle che ci sono, con i tempi della giustizia, deve raccordarsi con l’Europa. Ma poi, soprattutto, perché questa polemica nasconde una gravissima carenza culturale, politica, di percezione della realtà e dell’economia.

Commissariare una banca non è una punizione o una bocciatura che si possa prendere così, perché quella banca se la merita, non dà retta ai consigli, persevera negli errori e protegge i suoi furbi. Non si può twittare tutto, non si può ipersemplificare ciò che è complesso. Soprattutto non possono farlo i massimi esponenti della cosiddetta politica e delle istituzioni.

La Banca d’Italia si muove nel paese in cui ancora troppo grande è il ruolo della banca tradizionale nel sistema produttivo. Una Banca d’Italia che si fosse mossa come vorrebbe chi la critica, avrebbe dato uno scossone mortale al sistema paese nel momento più difficile della crisi del 2009-2011, avrebbe imposto un modello in cui sarebbe stato impossibile mantenere aperto il credito per milioni di piccole imprese e ben difficile procedere alle tante e ripetute ricapitalizzazioni di mercato avvenute (nel sistema bancario) fra il 2010 e oggi.

Quello che sta dietro questo tracollo, come nelle banche venete e negli altri casi, è una troppo ampia zona grigia del sistema industriale nel suo complesso, dentro il quale sono anche le banche, con troppo ampi spazi di inconsistenza culturale, manageriale. Manca, ormai dovrebbe essere chiaro, quel vitale ed essenziale sistema di anticorpi che non può non coinvolgere anche i territori, i dipendenti, la selezione delle classi dirigenti, le relazioni fra i corpi intermedi, fra gli ambienti che prima o poi godono o pagano il salatissimo costo di avere o non avere declinato le conseguenze dell’adeguatezza delle persone e delle scelte rispetto alle prospettive.

Non c’è una sola delle crisi bancarie accadute che non fosse stata chiaramente prevedibile a quei dipendenti, anche di basso livello, che lavorano con intelligenza, serietà morale e quel minimo di impegno che la dignità e la coscienza invocano prima ancora del diritto allo stipendio.

La prima commissione parlamentare avrebbe dovuto indagare su questo, anziché sui pranzi a casa Boschi.

E la seconda dovrebbe incentrarsi su questo, rimuovendo gli indugi dell’unico ostacolo che si frappone alla sua partenza, cioè il presidente Mattarella, che non la vuole perché la teme come un altro gioco al massacro. Indaghiamo come si lavora in banca, su chi è la sua classe dirigente e sulla preparazione di chi gestisce un valore costituzionalmente protetto e una funzione essenziale del paese e scopriremo come e perché si sono determinati questi eventi.

Infine, una parola sulla soluzione. Che va ancora compresa, ma che comunque viene presentata come una cosa matura e intelligente, adatta ai tempi e che fanno pure gli altri Stati. Un po’ come la Sga (oggi Amco) tirata fuori dal cilindro per risolvere le sofferenze nell’operazione di salvataggio delle popolari venete e oggi diventata una moderna Asset Management Company (Amco, che non si capisce perché debba rimanere in mano pubblica). Ma possibile che le cose moderne, utili e opportune bisogna farle coi decreti di notte, per evitare il fallimento di rilevanti banche e gli sportelli chiusi in interi pezzi d’Italia al lunedì mattina? Ci possiamo fidare? “Quousque tandem, Catilina…”.