Carpeoro: se fossi Mattarella. Più Stato, Italia da ribaltare

libreidee.org 3.1.20

Se alla presidenza della Repubblica, oltre che una persona per bene, ci fosse anche uno statista, si preoccuperebbe di fare un’inversione di rotta, una specie di rivoluzione copernicana, per la quale l’Italia dovrebbe cominciare a pensare al proprio futuro in termini diversi. L’Italia dovrebbe darsi il coraggio di affermare delle priorità diverse dalle attuali, e in base alle quali richiedere con fermezza ciò che le è necessario. L’Italia non riceverà le risorse che dovrebbe ricevere dai meccanismi finanziari del progetto generale europeo, e invece queste risorse le servono disperatamente. L’Italia ha il suo WelfareState gravemente pregiudicato dal fatto che l’Inps è in stato pre-fallimentare. L’Italia non ha fatto nessun investimento produttivo, negli ultimi anni: ha i cantieri fermi, le grandi opere, i trasporti, le infrastrutture ferme. Tutto è vecchio, desueto, e niente è in grado di produrre innovazione. Ci vorrebbe un cambiamento di paradigma molto forte, con dei segnali che inevitabilmente ci metterebbero in conflitto con le burocrazie europee: ma nella vita i conflitti bisogna affrontarli, sia pure in modo incruento. L’Italia deve capovolgere una serie di cose: deve capovolgere parzialmente la logica delle privatizzazioni riducendole al minimo, deve rifare subito il ministero delle partecipazioni statali, deve ripristinare l’Iri (e possibilmente non farla presiedere mai più a Prodi).

L’Italia deve quindi ricominciare a pensare allo Stato come a un soggetto attivo, innovatore. L’Italia deve nazionalizzare subito le aziende dove gli stranieri sono venuti e hanno fatto i loro comodi. Bisogna nazionalizzare l’Ilva, bisogna reperire le risorseCarpeoro con un’adeguata politica finanziaria nei confronti dell’Europa. Vanno modernizzate le aziende che lo necessitano, la forza lavoro va mantenuta. E al lavoro bisogna ridare dignità, eventualmente ripristinando l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori – che è stato un errore abolire, perché abbiamo tolto dignità al lavoro e quindi ai lavoratori. Non si può attaccare una norma che tutela la dignità del lavoro(e dei contratti a tempo indeterminato) solo perché non si è capaci di far funzionare le cose. Bisogna prevedere dei modelli per cui le cose funzionino, perché poi in Italia si è andati sempre a taglieggiare lavoratori, pensionati, famiglie. Questo è il modo per mettersi il cappio al collo. Bisogna invertirlo, questo paradigma: la gente deve smettere di pensare che per risolvere i problemi basti parlar male del governo. In trent’anni, ragionando così, i problemi si sono aggravati. La risposta è nei fatti. Noi abbiamo fatto fare, a una serie di personaggi e di squali (italiani e non) quello che volevano, con la scusa che così non pesavano sullo Stato.

Non si può ragionare così: le aziende non devono essere un peso, devono funzionare. Vanno ristrutturate, come l’altoforno dell’Ilva (che non deve più inquinare). Bisogna tornare a capire che la politica è quella del fare, dell’assumersi responsabilità, senza pensare di risolvere i problemi delegandoli al Paperone di turno. La fusione Fca-Psa? Noi a quel soggetto abbiamo fatto fare quello che voleva: e non è neanche più un soggetto italiano, la sede dell’ex Fiat è in Olanda (dove infatti paga le tasse). E quindi, di che stiamo parlando? Dov’è lo Stato? Non entro nel merito della fusione con Peugeot, ma dico che in Italia deve cessare questo sistema, in base al quale ognuno fa quello che vuole. In Italia abbiamo delle cose indicibili. Nel mondo dell’editoria, per esempio, il monopolista Mondadori ha realizzato la cosa che è considerata più criminale dallo stesso liberismo, cioè il cosiddetto “trust verticale”: Mondadori edita, stampa, pubblica e vende, direttamente attraverso le sue librerie. Da che mondo è mondo, il “trust veriticale” è considerato la cosa più negativa per qualunque tipo di economia, che sia di tipo socialista o liberale. Io non capisco come sia potuto avvenire che Mondadori abbia comprato editrici concorrenti, Ilvastamperie, librerie. Com’è che nessuno alza la voce, dei tanti moralizzatori in circolazione? Feltrinelli fa la stessa cosa: il fatto che lo faccia su scala minore, non cambia nulla.

Altro tema: il reddito di cittadinanza. Abolirlo? Sarebbe come chiudere le mense della Caritas. E’ chiaro che è solo un tampone, per ridurre il disagio temporaneamente: se non fai l’Iri e le partecipazioni statali, se non aiuti le aziende, avrai una  situazione di necessità permanente che non ti lascerà spazio per fare nient’altro. Quindi io non lo abolirei, il reddito di cittadinanza, però stabilirei che entro tre anni lo Stato crei delle condizioni per risolvere il disagio in modo diverso. L’Italia deve ricominciare a capire bene come affilare le armi. Sulla giustizia deve iniziare a rimuovere le sovrastrutture giudiziarie che si sono accumulate nel tempo, che disperdono le già scarse energie: il problema non è la prescrizione, sono i tempi dei processi; tagliando passaggi inutili, si recupera il lavoro di magistrati e cancellieri con l’obiettivo di farli, i processi, non di prescriverli, azzerando gli arretrati. Abbiamo troppi avvocati disoccupati? ProdiOvvio: abbiamo consentito l’accesso alle professioni in modo illimitato, perché ci hanno ripetuto che poi il mercato avrebbe provveduto a risolvere il problema. Io invece sarei per il numero chiuso: se l’albo professionale è troppo affollato, la qualità si abbassa. Sono stufo di sentir dire che la nostra vita la deve regolare il mercato. E poi: chi è, il mercato?

Io credo che ci voglia questo cambio di paradigma: per cui lo Stato diventa più Stato, non meno Stato. Noi abbiamo vissuto anni in nome del neoliberismo, per cui “meno Stato” significava “più efficienza”. Ma questo perché era lo Stato a non essere efficiente. E noi, invece di efficientare lo Stato, l’abbiamo tolto. E questo è stato un errore clamoroso, perché tutto è finito in mano al caso, all’imprenditore indiano di turno. Bisogna introdurre regole certe. Bisogna tutelare le attività italiane, i marchi. Bisogna che un’azienda straniera che acquista un marchio italiano solo per acquisire i clienti e poi magari trasferirsi in Polonia venga fermata dalla legge anche con norme penali, fino all’esproprio. Sul momento questo potrebbe destare allarmismo, ma poi i mercati si adeguerebbero. Noi abbiamo stabilito che i mercati devono comandare. No: i mercati si devono adeguare, alle leggi degli Stati. Poi gli imprenditori stranieri non verrebbero più in Italia a investire? Pazienza. Noi non dobbiamo aspettare il Paperon Viadotto Morandide’ Paperoni che viene e fa quello che vuole lui. Bisognerebbe che ci fosse questo cambio di paradigma. Ma io questo questo cambiamento non lo vedo, in nessuna forza politica. Nessuno oggi ragiona così, in Italia: nessuno.

Se ci fosse uno Stato, la sovragestione economica non riuscirebbe a condizionare il nostro paese. Il problema è che la sovragestione interviene falsando le regole della democrazia. Grazie alla sovragestione noi possiamo votare sempre e solo i soliti noti. Cominciamo allora a dare forza all’idea con cui bisognerebbe governare. Facciamo capire ai media, agli elettori e agli stessi candidati che, forse, è cambiato il vento. E’ facile dare la colpa alla sovragestione: ma la sovragestione è una conseguenza, non una causa. La causa, ribadisco, sta nel fatto che siamo stati narcotizzati, fino a pensare in un certo modo. Noi dobbiamo rafforzare lo Stato, non limitarci a criticarlo. Dobbiamo fare tutto quello che serve per avere uno Stato forte. Ci siamo fatti trascinare in un meccanismo di accuse generiche (”piove, governo ladro”) che non ha funzionato. Fabbriche-colabrodo? Bisogna invertire il ragionamento: pensare a una gestione che non preveda più fabbriche-colabrodo. L’Ilva dava lavoro e fatturava fior di soldi, arricchendo i suoi dirigenti. Atlantia e le autostrade? Vanno revocate immediatamente le concessioni, lo Stato deve avocarle a sé. Dopodiché si dovrebbe fare una gara, con regole ferree, che prevedano che lo Stato intervenga a controllare investimenti e forza lavoro. Lo Stato ci deve essere: se non c’è, si finisce nel bordello che abbiamo adesso.

(Gianfranco Carpeoro, dichiarazioni rilasciate a Fabio Frabetti di “Border Nights” nella diretta web-streaming su YouTube del 1° gennaio 2020).