Azimut H.: Giuliani, nonostante scetticismo miglior titolo in Borsa (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

È stato il titolo migliore del 2019 in Piazza Affari: +127%. Ma Pietro Giuliani non si ferma a gustare il successo e la rivincita sugli scettici. Il fondatore e presidente di Azimut rilancia le due scommesse di questi anni: crescita con acquisizioni all’estero (la prossima negli Usa) e investimenti in economia reale. In questa intervista a Class Cnbc anticipa un utile 2019 di oltre 300 milioni, spiega che cosa si aspetta dalle borse nel 2020, la strategia per battere i tassi negativi e la mossa segreta dell’Idra, la nuova governance a cinque teste.

Domanda. Che cosa c’è dietro il record di Azimut in borsa?

Risposta. Non è una novità. Nel 2019 abbiamo festeggiato i 15 anni dalla quotazione: anche in questo arco temporale siamo il miglior titolo finanziario e la terza miglior azione del Ftse Mib dopo Recordati e Brembo. In termini di raccolta, chiuderemo sui 4,5 miliardi, con una crescita di circa il 9%. Però il punto è che alla fine noi diamo una performance 2019 ai clienti superiore all’8,2% di media ponderata. Poi ci sono persone che, come me, hanno una propensione al rischio superiore: sui miei investimenti personali, che sono tutti in Azimut, ho una performance superiore al 12%, ma mi prendo una volatilità maggiore.

D. A inizio 2019 erano in pochi a scommettere su Azimut. Che cosa è cambiato?

R. È esattamente così. Avevamo tre analisti molto pesanti – Ubs, Citibank e Mediobanca – che indicavano da 9 a 15 euro come prezzo obiettivo. Abbiamo chiuso oltre 21, quindi si sono sbagliati dal 50% a oltre il 100%.

D. Lei non sbaglia mai, Giuliani?

R. Sbaglio tantissimo, come tutti. Diciamo che però errare è umano, ma perseverare è diabolico. Se gli analisti continuano a dire, a torto, che l’industria dell’intermediazione finanziaria è in crisi, i clienti finiranno per non dar loro più retta.

D. Lei aveva anche parlato di un assedio ad Azimut da parte di chi andava short per far calare il prezzo e comprarvi basso. Non era una teoria complottista?

R. Molto probabilmente lo era, perché alla fine non ci hanno comprato. Ricordo però che, ad esempio, Mediobanca a gennaio diceva «buy» sul titolo con target price a 15 euro spiegando che qualcuno ci avrebbe comprati. Alla fine nessuno lo ha fatto e il titolo è andato ben oltre sulle proprie gambe. Noi non abbiamo intenzione di essere comprati e continueremo a fare utili molto importanti.

D. Sarà possibile restando piccoli e indipendenti ?

R. Questa cosa la sento da quando esiste Azimut. I piccoli non riescono a stare in piedi solo se non sono capaci di fare utili. Azimut si è quotata con 7 miliardi di masse; oggi ne ha oltre 58 e ha sempre fatto utili. Quindi non abbiamo bisogno di aggregarci con nessuno.

D. Quanti utili avete fatto nel 2019?

R. Abbiamo chiuso l’ultima trimestrale a 250 milioni e supereremo abbondantemente i 300 milioni che ci eravamo prefissati. Questi 300 milioni per noi saranno solo un floor, ma ovviamente molto dipenderà dai mercati, perché una parte importante dei ricavi li facciamo quando diamo buoni risultati ai clienti e quindi abbiamo commissioni di performance.

D. A inizio 2019 avete aumentato le commissioni, mossa che è sembrata andare controcorrente nel tempo di Mifid 2.

R. Quello che conta è la performance netta al cliente. L’8,2% che abbiamo garantito nel 2019 tiene conto di tutti i costi e le commissioni ed è più alto della media del risparmio gestito italiano. I nostri clienti hanno guadagnato di più anche quest’anno e noi abbiamo solo cambiato il pricing, che è un pricing di mercato.

D. Puntate a una maxi-acquisizione negli Usa?

R. Stiamo negoziando su più fronti e probabilmente acquisiremo un’ulteriore società negli Stati Uniti. Abbiamo appena aperto un ufficio a Park Avenue con Jeffry Brown, che arriva da Neuberger Berman, come amministratore delegato. Non abbiamo limiti di investimento nel puntare a una preda, sia essa negli Usa o in Paesi più interessanti come il Giappone: siamo credibili, possiamo finanziarci sul mercato e abbiamo relazioni con fondi di private equity che sarebbero ben contenti di fare operazioni con noi. Solo che non stiamo puntando a cose grandi: ci bastano cose qualitativamente buone che diano performance ai clienti e utili ai soci.

D. All’estero siete in tanti Paesi ma senza essere il numero uno o due in nessun mercato. Vale la pena di puntare su tante società piccole, dall’Australia alla Turchia, dal Brasile agli Usa?

R. Noi abbiamo 18 miliardi di masse all’estero, il 30% del totale. In Turchia abbiamo mezzo miliardo di masse e una quota di mercato del 5%, più grande di quella in Italia. E quando la lira turca comincerà a convergere verso l’euro o verso il dollaro queste masse saranno molto maggiori. Stesso discorso vale per Messico, Brasile, Australia. Abbiamo comprato delle piccole cose se ne parliamo in euro, ma delle grandi cose se teniamo conto del tasso di crescita. In Australia per legge il 9% dei ricavi di qualunque lavoratore va accantonato in fondi pensione e quindi nel risparmio gestito: stare in un mercato che, da fermo, garantisce ogni anno il 9% non è una sciocchezza.

D. Il 2019 non è stato tutto con il vento in poppa. Dopo turbolenze interne, ad aprile lei ha deciso di cambiare la governance passando da uno a cinque amministratori delegati. Con quali risultati?

R. Il nostro è un modello che il Financial Times ha scherzosamente definito «Idra» perché abbiamo cinque teste. In realtà non c’è nulla di strano. Abbiamo cinque amministratori delegati direttamente in cda. Sono persone che lavorano in armonia da moltissimi anni. I risultati di quest’anno si possono ascrivere proprio a questa Idra: più il controllo è vicino a cda e azionisti e più è semplice la governance della società. Bisogna avere il coraggio di cambiare schemi.

D. Alla fine decidono tutti o decide solo lei?

R. Per fortuna i cinque amministratori delegati decidono in autonomia secondo le rispettive deleghe. E i risultati si vedono. Io fornisco un minimo di coordinamento.

D. Come consigliate di investire nel 2020?

R. Con i tassi così bassi abbiamo problemi a mettere i soldi sull’obbligazionario classico. Quindi puntiamo ancora sulle borse. Abbiamo un prodotto che parte da zero e in cinque anni arriva al 100% in azioni comprando mensilmente titoli. Inoltre investiamo nei mercati emergenti, dove è più facile fare risultati, e in economia reale. Se si vuol dare performance non si può prescindere dall’investire un 15-30% dei risparmi in private equity o private debt.

D. Consiglia di entrare in mercati non quotati con le valutazioni che sono ai massimi? Non teme una correzione?

R. Le valutazioni possono essere alte, è vero, ma proprio per questo, se si ha a disposizione un orizzonte temporale di 5-10 anni, si ha il tempo per gestire il ciclo, che nei prossimi anni potrebbe sì risultare negativo, ma che poi tornerà.

D. Il 2020 sarà un altro anno toro in borsa?

R. Senza sfera di cristallo si può ipotizzare che la prima parte dell’anno sarà ancora buona, dopodiché potremmo assistere a qualche correzione sia sull’equity che sui bond. Noi ci prepariamo con una buona diversificazione e una buona capacità di reazione.

D. Dopo un anno di agonia i Pir torneranno nel 2020 con una nuova formulazione che ai gestori sembra piacere. Piacerà anche ai risparmiatori?

R. Il Pir è un ottimo strumento, ma ci siamo fissati sul risparmio fiscale. Che bisogno c’è? Il Pir permette di investire in azioni italiane, in piccola-media impresa e in venture capital: tutta questa bagarre sul risparmio fiscale la trovo di retroguardia.

red

(END) Dow Jones Newswires

January 06, 2020 02:25 ET (07:25 GMT)