Popolare di Bari, pressing del ministro ma le tre banche popolari restano scettiche

Nando Santonastaso ilmattino.it 10.1.20

L’obiettivo è ormai noto, come realizzarlo in concreto molto meno. Mentre il governo lavora per dare una svolta al complicato accesso al credito da parte di pmi e famiglie del Mezzogiorno ritenendolo, non a caso, uno dei principali fattori del divario (lo ha ribadito anche ieri in Commissione Finanze alla Camera il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri) si infittiscono tra economisti e addetti ai lavori curiosità e dubbi sulle modalità operative. Lo scenario di riferimento resta il salvataggio e il conseguente rilancio della Banca Popolare di Bari, con l’intervento del Mediocredito Centrale e di Invitalia. Sarà l’architrave di un progetto più ampio perché l’istituto pugliese «avrà un ruolo centrale nel finanziamento dell’economia del Mezzogiorno», ha insistito Gualtieri. In sostanza, con la trasformazione in spa a capitale in prevalenza pubblico, che secondo il ministro dovrà avvenire entro giugno, e la contemporanea copertura delle perdite, la nuova Popolare dovrebbe inaugurare una stagione almeno in teoria diversa dalle precedenti. Nella quale, ad esempio, saranno possibili forme di aggregazione da parte delle piccole banche del Sud, considerate finora da Bankitalia intermediari fragili per le ridotte dimensioni o per l’incapacità di adeguare il modello di business. Si supererebbero così le barriere che frenano, sul lato del credito, la crescita dell’economia del Mezzogiorno, come sostenuto dallo stesso ad di invitalia, Domenico Arcuri, sempre in audizione al Parlamento.

Ma fino a che punto l’idea di un polo forte delle banche meridionali, partendo dalle tre Popolari più importanti (Torre del Greco, Ragusa e Sant’Angelo in Sicilia) è praticabile, o meglio condivisa dai diretti interessati? Il tema era già sul tappeto qualche mese fa in occasione della riforma delle Popolari, attuata solo in parte: già allora si disse che i tempi non erano maturi ma soprattutto che non si vedevano i confini precisi di ipotetiche fusioni o, appunto, aggregazioni. Lo scenario, sotto questo aspetto, non è mutato nonostante l’accelerazione della vicenda pugliese. Da Torre del Greco a Ragusa, pur nella comprensibile riservatezza di opinioni e valutazioni sull’argomento, si respinge ad esempio il sospetto che dietro perplessità e frenate si nasconda solo una difesa di campanile. Per la Popolare campana, inoltre, il massiccio sforzo di rilancio avviato dalla nuova governance continua a dare risultati importanti (li si vedrà con i dati 2019 di prossima pubblicazione), con un ritorno ad esempio alla concessione di credito di qualità tipica di una Banca solida e affidabile e non debole o, peggio, priva di credibilità sul suo territorio di riferimento. «Si metta in salvo prima la Popolare di Bari e poi eventualmente si potrà discutere eventualmente di scenari in prospettiva», dicono dalla Sicilia. Con la consapevolezza, condivisa anche in Campania, che il fattore tempo avrà un peso non trascurabile: se infatti la trasformazione in banca pubblica dell’istituto pugliese avverrà non prima dell’estate, ci sarebbe pochissimo spazio per eventuali aggregazioni almeno entro il 2020, sempre ammesso che tutte le scadenze venissero rispettate.

Sul piano delle ipotesi, però, un’indicazione su come potrebbe modellarsi questo eventuale polo non sfugge agli stessi interlocutori. È quella del sistema Iccrea, il gruppo che aggrega le banche di credito cooperativo, diventato il quarto per dimensioni nel sistema nazionale e diffuso ovunque. Una centrale di riferimento, cioè, e tante banche locali ad essa collegate senza perdere la propria autonomia. Si può replicare? La domanda per ora cade nel vuoto. Ma non è l’unica. I dubbi, non a caso, affiorano anche sulla modalità scelta dal governo. Dice ad esempio l’economista meridionale Emiliano Brancaccio: «Dopo la gestione perniciosa della vicenda del Banco di Napoli è indubbio che il Mezzogiorno paghi un prezzo per l’assenza di un sistema bancario che ne favorisca lo sviluppo. Basta vedere che nel Sud si situano ancora quote importanti di depositi bancari nazionali ma gli impieghi ammontano ad una percentuale minima. Tuttavia spiega Brancaccio – impostare un discorso di banca per il Mezzogiorno partendo da una vicenda di fragilità e inefficienze come quella della Popolare di Bari non è detto che sia la soluzione ideale». E allora? E allora, suggerisce l’economista di origini napoletane che insegna all’Università del Sannio, «per poter discutere di banche del Sud bisognerebbe fare un discorso di sistema ma ho il sospetto che limitarsi a trasformare qualche Popolare in spa non sia sufficiente».