POPOLARE DI BARI / TUTTE LE CONNECTION CON LUCA PARNASI & C.

1 Febbraio 2020

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Popolare di Bari sempre nella bufera. Ai domiciliari il trentennale padre-padrone Marco Jacobini, il figlio Gianluca, ex condirettore dell’istituto, ed Elia Circelli, responsabile di Bilancio e Amministrazione. Divieto di esercizio della professione bancaria per un anno comminato invece allo ‘storico’ ex amministratore delegato Vincenzo De Bustis.

Esce per ora indenne dalla bufera un altro strategico vertice della Popolare barese: Nicola Loperfido, un cognome che è già tutto un programma.

E rappresenta – Loperfido – il trait d’union tra la Popolare di Bari e il gruppo mattonaro romano che fa capo a Luca Parnasi, il protagonista nell’affaire del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle che è sfociato in un maxi processo basato su quattro filoni d’inchiesta.

Una Popolare nell’occhio del ciclone per i crediti facili – e soprattutto abbondanti – concessi a vari “amici” e clienti eccellenti. Tra tutti, in pole position, una dinasty: quella dei Parnasi.

Osserva un dirigente di Bankitalia: “E’ Loperfido il vero anello di congiunzione tra Luca Parnasi e la Popolare di Bari, si sentivano regolarmente al telefono, erano in contatto per svariate operazioni, ovviamente in particolare mutui e fidi. Perché sono svariate le operazioni per decine e decine di milioni di euro intercorse tra i Parnasi e l’istituto pugliese. Anche la sorella di Luca, Flavia, spendeva spesso il nome della Popolare di Bari per aprirsi le strade. Ed in particolare faceva riferimento alla figura di Loperfido”.

Il quale, però, non è presente nei fascicoli della maxi inchiesta.

Ma il suo nome fa capolino in un’altra fresca indagine. Quella che concerne due fallimenti eccellenti in Puglia: Maiora Group e Fimco spadi Noci, in provincia di Bari.

 

LA CORTE DEI PAPI

I riflettori sulla vicenda si accendono la scorsa estate, quando su ordine del procuratore aggiunto Roberto Rossi e del sostituto Lanfranco Marazia le Fiamme gialle perquisiscono da cima a fondo la sede delle due società e il quartier generale dell’istituto di credito. Sono a caccia di elementi, documenti & prove su un crac da 140 milioni di euro.

Quattro imprenditori nel mirino degli inquirenti: devono rispondere di capi d’accusa non da poco, come bancarotta fraudolenta e autoriciclaggio, avendo provveduto ad allargare la voragine a dismisura, con un buco che da 100 milioni di euro è arrivato nel giro di pochi mesi a quota 140.

Tre gli inquisiti della Popolare figurano Mario Jacobini, l’ex amministratore delegato Giorgio Papa e proprio Loperfido.

Giorgio Papa. In apertura Marco Jacobini e, a sinistra, Luca Parnasi

Papa, dal canto suo, è protagonista di altre capriole finanziarie anche stavolta finite in crac. Si tratta di crediti elargiti nel solito allegro modo, stavolta a favore della dinasty dei Monferrini, mattonari radicati a Varese. Due anni fa il crac da una dozzina di milioni di euro.

Un prestito che venne accordato grazie ai buoni uffici dell’amministratore delegato, Papa, anche lui di Varese, manager d’area Lega, tanto da approdare – in quota Carroccio – nel 2011 alla importante poltrona di direttore generale di Finlombarda, la pingue holding pubblica della Regione Lombardia.

Fu quasi cinque anni fa, nella primavera 2015, che Marco Jacobini puntò le sue fiche su Papa, per prendere il posto occupato da De Bustis (poi tornato sul ponte di comando un anno fa, quando si cominciava a sentire puzza di bruciato).

E Papa è legato a filo doppio con il numero uno di economie & affari griffati Lega, ossia Giancarlo Giorgetti, un altro varesino doc.

Tornando a casa Parnasi, va segnalato il forte feeling tra lo stesso Giorgetti e Luca Parnasi: un’amicizia siglata dai fondi stanziati a favore del Carroccio, che fanno il paio con quelli alle casse dell’ex tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e quelli ai 5 Stelle via Marcello De Vito – il capo pentastellato dell’assemblea al Campidoglio – e il suo amico e socio, l’avvocato Camillo Mezzacapo, ottimo e abbondante come consulente e percettore di fondi.

 

PALASPECCHIO DELLE MIE BRAME

Passiamo ad un’altra story che ci porta a Ferrara. Dove è andata in scena quella che nella città viene definita “la più importante e discussa operazione edilizia degli ultimi decenni”: l’affaire dell’ex Palaspecchi, diventato poi ‘Le Corti di Medoro’.

Ecco cosa si legge su un sito estense: “Il 2020 comincerà con l’uscita di scena di un protagonista recente della storia di Ferrara, e cioè il gruppo Parnasi. Il disimpegno del colosso immobiliare romano dall’operazione Palaspecchi è nei fatti, e al suo posto, per tutte le partite ancora aperte del nuovo quartiere, spunta la Banca Popolare di Bari, fresca di commissariamento con Enrico Ajello e con una vecchia conoscenza di Ferrara, cioè Antonio Blandini, il commissario che accompagnò Carife (la Cassa di Risparmio di Ferrara, ndr) alla liquidazione”.

Il Palaspecchi di Ferrara

Così continua: “Nel labirinto di finanziamenti, mutui e debiti nel quale è stato avviluppato l’ex Palaspecchi da almeno un decennio, spunta anche un’ipoteca giudiziaria dell’Agenzia delle entrate, derivante da un’iscrizione a ruolo”.

E ancora: “La società veicolo costruita a suo tempo dai Parnasi per intervenire sul Palaspecchi, cioè Ferrara 2007, è in liquidazione dal giugno scorso, con Nicola Ciardiello, rappresentante di Parsitalia (la corazzata del gruppo, ndr), alla guida dell’operazione. Autista personale di Luca Parnasi, Ciardiello è anche il rappresentante legale di Penta Pigna Immobiliare, la sigla che ha elargito generose donazioni sia al PD che alla Lega.

Ferrara 2007 è stata la società attraverso cui il gruppo Parnasi è riuscito ad incamerare liquidità attraverso due finanziamenti da 15 milioni di euro accesi dalla Popolare di Bari (il 17 aprile 2013 e il 26 luglio 2016), garantito tra l’altro da un’ipoteca di 30 milioni sul complesso del Palaspecchi. L’escussione dell’ipoteca, ed il conseguente passaggio dell’immobile nella disponibilità della banca, è previsto in caso di default della società Ferrara 2007 e dopo la scadenza del termine di rimborso del prestito: che è fissata per il 31 dicembre 2019!”.

E infine: “L’ipoteca grava solo su una parte del complesso, perché la Popolare di Bari, per consentire l’operazione social housing(studentato e comando di Polizia locale), a suo tempo aveva concesso lo svincolo degli immobili finiti poi nel fondo chiuso FSH, previa ulteriore garanzia immobiliare. Gli stralci funzionali rimasti fuori dall’operazione finanziata dalla Cassa Depositi e Prestiti sono quattro, e comprendono l’unico edificio ancora con gli specchi alle pareti, su via Beethoven, la piastra dalla parte dell’ex Palasilver e un blocco di edifici e aree verdi sul retro. E’ su questi stralci che si gioca la possibilità di completare il progetto di nuovo quartiere”.

 

OPERAZIONI BACIATE

Un vero labirinto mattonaro-finanziario.

Nel quale, invariabilmente, troviamo loro: i Parnasi e la Popolare di Bari.

Racconta ancora il dirigente di Bankitalia che conosce a fondo i rapporti dei Parnasi con la Popolare di Bari (ma anche con gli altri istituti di credito). “La principale ciambella di salvataggio è stata gentilmente lanciata ai Parnasi dalla Popolare di Bari, pronta ad aprire i cordoni della borsa con l’amico mattonaro in difficoltà. I crediti targati Jacobini andarono a finanziare FINGEPA, la holding di Parnasi a cui fa capo Parsitalia, la principale sigla del gruppo con i conti in profondo rosso. A ottobre 2015 venne concesso un mutuo da 20 milioni a favore di Fingepa, che senza quei soldi rischiava di portare i libri in tribunale. Nonostante le difficoltà in cui navigava, la holding dei Parnasi non ha però rinunciato a comprare azioni della Popolare di Bari per circa 5 milioni di euro. L’operazione ha tutte le caratteristiche di quelli che in gergo vengono chiamati ‘finanziamenti baciati’: la banca cioè presta denaro che viene in parte reinvestito dal debitore in azioni della banca stessa”.

Ignazio Visco

E conclude: “L’affare è però guarda caso sfuggito ai nostri uffici di Vigilanza. In una nota ufficiale, infatti, stilata dagli uffici del governatore Ignazio Visco, è stato specificato che ‘non sono emerse significative evidenze di operazioni baciate’. La nota è del 16 dicembre 2015 ed è stata redatta per riassumere le attività di verifica e controllo svolte nel corso degli anni a Bari. Da rammentare poi che a partire almeno dal 2014 Jacobini ha fatto una gran fatica a rastrellare nuove risorse sul mercato. Il salvataggio della decotta Tercas, caldeggiato e pilotato da Bankitalia, aveva affossato i conti dell’istituto pugliese, chiusi nel 2015 con un rosso da 275 milioni. Nel frattempo migliaia di piccoli azionisti, nell’esercito degli oltre 70 mila soci, cercavano senza successo di mettere in vendita i loro titoli, trattati in una sorta di borsino informale gestito dalla Popolare”.

Quegli stessi risparmiatori che hanno perso quanto messo da parte in una vita di sacrifici.

Quegli stessi piccoli azionisti che urlano e sbraitano sotto il palazzone di Bari o sotto il quartier generale di Bankitalia perché venga restituito il maltolto.