Intesa-Ubi, la Grande rivolta

Lospiffero.com 20.2.20

Il presidente della fondazione Cr Cuneo Genta alla testa del fronte che respinge l’Ops di Messina. “Offerta irricevibile”. I notabilati locali non vogliono perdere il loro ruolo, ma piccolo non è affatto bello e, come si è visto, produce disastri

Non se ne parla. I soci di Ubi Banca riuniti nel patto di consultazione “Car” (Comitato di Azionisti di Riferimento), che detiene il 17,8% dell’istituto, hanno rispedito al mittente, ovvero a Intesa Sanpaolo, l’offerta pubblica di scambio del valore di quasi 5 miliardi di euro annunciata a sorpresa due notti fa. La decisione è stata resa nota con un comunicato, diramato al termine della riunione convocata d’urgenza a Palazzo del Monte di Bergamo. Un fronte di cui fanno parte la fondazione Cassa di risparmio di Cuneo (5,908%), capitanata dal sempre più periclitante Giandomenico Genta, la fondazione Banca del Monte di Lombardia (3,95%) e sei grandi famiglie imprenditoriali di Bergamo e Brescia (BombasseiBosatelliAndreolettiGussalli BerettaPilenga Radici).

“L’ops di Intesa-Unipol, come prospettata, appare ostile, non concordata, non coerente con i valori impliciti di Ubi e dunque inaccettabile”, si legge nel comunicato che sembra una vera e propria dichiarazione di guerra. Nei prossimi giorni si vedrà cosa diranno altri Patti minori, principalmente bergamaschi e bresciani, che rappresentano circa il 10% del capitale della banca, ma soprattutto i grandi fondi internazionali e i grandi investitori istituzionali che, avendo in mano oltre la metà del capitale, saranno i veri arbitri della partita.

È probabile che gli azionisti della banca-preda abbiano oggi fatto la voce grossa per alzare il prezzo iniziale dell’offerta ricevuta, anche se il Ceo di Intesa, Carlo Messina, ha già messo le mani avanti sostenendo che la banca di Cà de Sass non intende rilanciare. «Non voglio parlare degli investitori di Ubi perché questa è una operazione proposta al mercato. Questa transazione è completamente “market oriented”», ha detto oggi il numero uno di Intesa in un’intervista rilasciata a Bloomberg Tv, fiutando la posizione del Car. «Io sono molto positivo e credo che gli azionisti di Ubi decideranno di aderire alla nostra offerta». Messina ha ribadito in ogni caso la sua indisponibilità ad alzare il prezzo dell’offerta pubblica di scambio che, stando alle dichiarazioni dei grandi soci, è stato elemento sicuramente determinante nella loro decisione. Con la sua Ops, Intesa ha valutato Ubi Banca 4,254 euro per azione, per un corrispettivo totale di 4,9 miliardi, con un premio del 27,6% sui valori di borsa di venerdì scorso e prevede che, per ogni 10 azioni di Ubi portate in adesione all’Offerta, saranno corrisposte 17 azioni ordinarie di Intesa Sanpaolo di nuova emissione. Si vedrà nei prossimi giorni.

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Del nodo prezzo, ha parlato Mario Cera, componente del comitato di presidenza del patto di consultazione Car, rispondendo così a chi gli aveva chiesto quale fosse il vero valore da attribuire alla banca: «C’è un patrimonio netto, basta vedere il bilancio». Da segnalare che l’offerta di Intesa valuta Ubi circa 0,6 volte il patrimonio netto, evidentemente troppo poco per i grandi soci. A parlare è stato anche Armando Santus, presidente del patto: «Nel Car c’è grande intesa. L’intesa ce l’abbiamo già in casa nel Car», ha detto ironicamente. «Abbiamo pensato molto stamattina alle risorse umane di Ubi, al personale di Ubi. Il patrimonio di Ubi è essenzialmente il suo personale. Noi abbiamo pensato molto e vogliamo tutelare la banca così com’è».

Illustrando i suoi obiettivi, Messina ha spiegato: «Noi vogliamo creare un competitor di dimensioni tali da competere con i grandi player bancari anche di Usa e Cina, oltre che a livello europeo». Ma per i soci Car il valore è la difesa campanilistica: la solita logica (perdente e, come si è visto foriera di grandi disastri) della banca radicata nel territorio. Istituti controllati da notabilati locali che elargiscono, a propria totale discrezione linee di credito spesso agli amici degli amici. «Gli azionisti riuniti nel Car ritengono di dover tutelare, al contempo, il loro investimento e la Banca con i suoi territori di riferimento e si sono impegnati in un progetto di medio e lungo termine», infatti affermano. E a sprezzo della realtà dicono: «Ubi è una banca sana, stabile, redditizia, ben gestita per competenze e risorse umane, competitiva e riconosciuta sul mercato di riferimento, realtà centrale per il sistema socio-economico del Paese». Eppure, secondo i dati di bilancio al 31 dicembre scorso Ubi, a fronte di crediti deteriorati verso clientela pari a 6,8 miliardi lordi su 87,7 miliardi totali, ha un tasso di copertura esclusi i write off del 39%: il dato è sensibilmente inferiore alla media nazionale. Per portarsi al livello degli altri istituti, servirebbero ulteriori accantonamenti per 600-800 milioni. A conti fatti, è Intesa a mettere al sicuro Ubi.