La finanza ora tremacome l’11 settembre

LORETTA NAPOLEONI Caffe.ch 1.3.20

Giorni peggiori dal 2008, quando si temeva un nuovo ’29

Il coronavirus ci ripropone comportamenti estremi già visti in atto all’indomani dell’11 settembre e del crollo della Lehman Brothers, eventi eccezionali, quasi impensabili che mandano in tilt i mercati. E dato che l’economia mondiale è sopravvissuta ad entrambi senza un grande crollo, si è pensato inizialmente che anche questa volta ne saremmo usciti con appena qualche graffio. Ecco perché i mercati hanno tardato a reagire.
Questa settimana, un mese dopo l’allarme lanciato dalla Cina, gli indici di borsa hanno perso il 10 per cento del loro valore. È stata la settimana peggiore dal 2008, quando si temeva un nuovo ’29. Sappiamo bene perché ciò non avvenne. L’intervento tempestivo delle autorità monetarie, il quantitative easing, una sorta di trasfusione potenzialmente illimitata di liquidità evitò il peggio. E così la settimana dopo gli indici di borsa smisero di scendere. È vero l’economia mondiale si contrasse, ma si trattò di una flessione limitata poiché l’iniezione di liquidità riuscì a frenare l’effetto domino. Nel 2008, dunque, venne subito individuata una via d’uscita percorribile e questo bastò per ripristinare la fiducia nel sistema. Oggi la situazione è ben diversa.
Ci troviamo di fronte ad una minaccia estranea al sistema finanziario, sotto questo aspetto il coronavirus quale evento eccezionale è più simile all’11 settembre che al crollo della Lehman. Ciò significa che la risposta rassicurante non può venire dalle banche centrali, stampare denaro non servirà a nulla. Ma neppure lanciare una sfida mondiale contro un nuovo nemico, i.e. il terrorismo, servirà a qualcosa dal momento che il virus è infinitamente più elusivo di al Qaeda.
A differenza del crollo del 2008, ci troviamo di fronte ad una crisi di produzione e di consumo congiunta. Per contenere il contagio si sta verificando un’interruzione di produzione lungo la catena di approvvigionamento mondiale che a sua volta contribuisce ad una flessione della domanda globale perché alla gente viene detto di rimanere a casa e di non andare al lavoro. Ciò che i mercati temono, dunque, è una recessione mondiale dovuta a questi due fattori. Ed hanno ragione dal momento che le politiche applicate per contenere il contagio, e cioè la quarantena, contribuiscono all’acuirsi della crisi di produzione e di consumo.
È chiaro che l’effetto domino che si evitò nel 2008 oggi è in atto. Man mano che il virus si muove sul mappamondo si isolano villaggi e città, le imprese chiudono i battenti, i negozi tirano giù le saracinesche, i luoghi pubblici vengono chiusi e le strade si spopolano. Prima vittima è il turismo, come all’indomani dell’11 settembre, pochissimi viaggiano, allora per motivi piscologici, quale reazione alla morte in diretta di migliaia di persone per mano degli attentatori alla guida di aerei di linea, oggi per motivi fisiologici, il terrore di essere contagiati.
Anche nel 2001 ci fu una sorta di quarantena: negli Stati Uniti si chiusero aeroporti, scuole, uffici e la borsa per quattro giorni ed un fine settimana. Il lunedì successivo arrivò la risposta del governo che rassicurò la popolazione. Questa volta la quarantena potrebbe durare mesi interi, il contagio non è un evento, seppur eccezionale, limitato nel tempo. Al contrario è un fenomeno destinato a perdurare. Lunedi mattina non ci saranno notizie migliori, il virus avrà infettato ed ucciso molta più gente e non sarà possibile fermare la corsa verso il basso degli indici.