PARNASI-PAPALIA / RESA DEI CONTI PER LO STADIO A ROMA


10 Marzo 2020 di: Cristiano Mais lavocedellevoci.it

La sceneggiata senza fine per la realizzazione dello stadio della Roma a Tor di Valle. L’ennesimo atto porta la firma dell’ex proprietario dei terreni, Gaetano Papalia, che con la sua SAIS li ha ceduti anni fa alla Eurnova guidata dal palazzinaro capitolino Luca Parnasi.
Con l’ultima “uscita” Papalia sostiene di essere in pratica il proprietario di mezza Eurnova, e quindi di metà dei suoi stessi ex terreni.

Un’altra “bomba”, dopo quella di già lanciata alcuni giorni fa, preannunciando una lotta senza quartiere contro Parnasi, colpevole di non rispettare patti & accordi.
Ma leggiamo le parole del titolare della Sais, una sigla da anni in crac, al timone un curatore fallimentare nominato dal tribunale di Roma.
“Noi vogliamo semplicemente che si onori il contratto che abbiamo con Eurnova. Punto e basta. Soltanto che questo contratto non è onorato da otto anni. La nostra società (Sais, ndr) è fallita proprio perché Parnasi non ha pagato la caparra integrativa che doveva onorare”.
“Quando riuscii ad ottenere l’interesse della Roma per Tor di Valle, Parnasi si trovò improvvisamente promissorio acquirente dell’area dove sarebbe sorto il nuovo stadio. Così mi chiese subito di trasferirgli la proprietà, anche se non poteva pagarla per intero. Per farmi accettare mi diede alcune garanzie, tra le quali, cosa che nessuno sa, il 50 per cento delle azioni di Eurnova in pegno”.
Continua Papalia nel suo racconto.
“La Sais ha in pegno metà di Eurnova. E questo fu fatto proprio per favorire quanto più possibile il progetto per lo stadio. Altrimenti non avremmo mai ceduto la proprietà dei terreni senza essere pagati. Il problema è che poi Eurnova ha pagato le rate mensili fino a due anni fa, versando complessivamente una ventina di milioni di euro. Ne deve ancora 23 o 24. E dovrebbe pagarli con i milioni che pagherebbe Vitek (il mattonaro ceco Radovan Vitek, ndr). E qui nascerebbero i problemi. Perché Parnasi dovrebbe rilevare direttamente la Sais dal curatore fallimentare con poco più di 5 milioni che otterrebbe da Vitek, risparmiando il resto del debito. Il tutto a danno dei soci di Sais che non avrebbero alcun utile”.

Luca Parnasi
Continua Papalia: “Noi a questo punto siamo stati costretti a chiedere di far valere una clausola risolutiva espressa presente nel contratto, che prevede che la Sais, in caso di mancato pagamento di almeno 6 mensilità da parte di Eurnova, possa risolvere il contratto. Non abbiamo mai esercitato questa clausola per andare incontro alle esigenze di Eurnova ed ancora di più della Roma e dello stadio. Ma non possiamo nemmeno consentire che si ledano i nostri diritti. Ed abbiamo trascritto in conservatoria questa nostra richiesta per farlo sapere a Vitek, che comprando Eurnova rischierebbe di trovarsi poi senza i terreni”.
Sorgono spontanei alcuni ragionamenti e alcuni interrogativi.

Emerge, dalle parole di Papalia, la chiara volontà di non bruciare le carte che ha in mano. Tira fuori, adesso, la storia del “contatto mai registrato” (e a quanto pare registrato questi giorni in conservatoria) in base al quale lui, con la sua Sais, è il titolare del 50 per cento delle azioni targate Eurnova.
Un “colpo di teatro”, perché pur sforacchiata Eurnova è la proprietaria di quei terreni valutati “ancora” una quarantina di milioni: tant’è che Parnasi ne ha versati una ventina e altri “23 o 24” dovrebbe (anzi, avrebbe dovuto) versarli a saldo. Ma da due anni Luca Parnasi ha stoppato i pagamenti e per questo, ora, Papalia lo mette in mora.
Una sceneggiata nella sceneggiata: valgono oltre 40 milioni, quei terreni, oppure 4 o 5, come può dimostrare chiunque rivolgendosi alla curatela fallimentare e offrendo (con ottime possibilità di successo) quella irrisoria cifra?
A questo punto, la palla passa anche all’immobiliarista ceco Vitek che non vuol far vedere, a sua volta, d’essere un fesso. E quindi, perché mai dovrebbe sborsare decine di milioni per un terreno che può comprare a un decimo?

Ancora. Come prenderà la notizia circa la valutazione dei terreni su cui realizzare lo stadio il miliardario americano Dan Friedkin, lì lì da mesi (ora un ritardo causato dal Coronavirus) per chiudere l’affare con il padrone della Roma James Pallotta sulla base di una cifra da 800 milioni di dollari?
Che senso ha, ora, quella cifra, se i terreni su cui costruire lo stadio valgono 4, 40 o 400?
Diamo i numeri?
A questo punto, il miliardario yankee potrebbe salutare baracca & burattini, visto che in pratica siamo alla vendita della Fontana di Trevi.
E in tutto questo bailamme, cosa dice Unicredit (verso cui il gruppo Parnasi ha 600 milioni di debiti) che fino ad oggi ha diretto la sceneggiata e che verosimilmente non può più reggere nella recita, a meno di non voler perdere la faccia anche a livello internazionale?