CORONAVIRUS & GIORNALI/ La tentazione di oscurare la voce che viene dai fatti

Pubblicazione: 29.03.2020 – Giuseppe Di Fazio Il sussidiario.net

Il compito dei giornalisti ai tempi del coronavirus: raccontare la realtà come si manifesta, al di fuori di una lettura preconfezionata e conformista

In questi giorni di emergenza sanitaria, sociale ed economica imposta dal coronavirus abbiamo riscoperto l’utilità di una informazione affidabile. Ne abbiamo avvertito, quasi, la necessità. Tanto che il governo nei suoi decreti ha considerato l’informazione un servizio di pubblica utilità e mantenuto aperte le edicole anche la domenica.

Un giornale affidabile deve essere anzitutto indipendente. Non può essere espressione della libera informazione un quotidiano commissariato da un Tribunale, per quanto i commissari nominati dai giudici siano corretti e lungimiranti.  Per questo è una buona notizia quella che è arrivata dalla Corte d’appello di Catania che ha disposto il dissequestro dei beni dell’editore Mario Ciancio Sanfilippo, fra cui le società che controllano i quotidiani La Sicilia e la Gazzetta del Mezzogiorno e le emittenti televisive “Antenna Sicilia” e “Telecolor”.

Non basta tuttavia che un giornale sia indipendente per essere veramente affidabile e utile. Se, infatti, esso nel raccontare la realtà si ferma alla superficie non assolve il suo compito. È necessario, piuttosto, riuscire a indagare i fatti che tutti vedono – nel caso di questi giorni: è cambiato lo stile di vita; siamo reclusi a casa; mancano le mascherine; la didattica si fa a distanza con non pochi problemi; chi aveva un lavoro autonomo è costretto a chiudere e rischia la fame; non possiamo più vedere i parenti, gli amici, le persone care chissà per quanto tempo ancora – per individuare il messaggio che i tempi ci offrono.

Il filosofo Pietro Barcellona, editorialista de La Sicilia e collaboratore de Ilsussidiario.net, scriveva acutamente che occorre guardare “l’apparente banalità del quotidiano che rivela, a chi è disposto ad ascoltare la voce degli avvenimenti, il senso profondo dell’epoca in cui ci tocca vivere”.

Le circostanze ci impongono di fermarci. L’imperativo del momento è: restate a casa.

Ma fermarci a fare che? A tenere vivo il ricordo del passato? Ad aspettare un futuro migliore, attendendo che – fra un mese, due o un anno – l’emergenza passi? E nel frattempo?

Questo è il momento di “ascoltare la voce degli avvenimenti, il senso profondo dell’epoca in cui ci tocca vivere”.

“Fermarsi – ci ha ricordato l’abate generale cistercense Mauro Lepori – vuol dire ritrovare il presente, l’istante da vivere ora, la vera realtà del tempo, e quindi anche la vera realtà di noi stessi, della nostra vita”.

L’alternativa a questa posizione è – come scriveva già negli anni Settanta Leonardo Sciascia – offrire una lettura preconfezionata della realtà che anziché svelare il senso di quello che sta accadendo, lo oscura: “I giornali – confidava Sciascia – mi si parano davanti come un sipario”. Un sipario che viene utilizzato per nascondere la verità dei fatti. O per evitare la fatica di cercarla.

La drammaticità del momento che viviamo è un invito a superare questa pigrizia presuntuosa. “Per scrivere – ci ricorda Domenico Quirico – si scende nelle profondità insondabili dell’essere, il proprio e soprattutto quello degli altri. Scrivere, sì, appartiene al mistero”.

Solo recuperando questa concezione di giornalismo, i giornali (cartacei e online) possono tornare ad essere utili.

In questi giorni sto tenendo un corso (con didattica a distanza) di Storia e tecnica del giornalismo per gli studenti dell’Università di Catania. Un corso che aveva per tema: “Il giornale inutile”, ed era stato ideato per analizzare il senso della persistenza dei giornali nell’era di Internet. Gli avvenimenti di questi giorni mi hanno portato a ribaltare l’ipotesi e a riflettere sul giornale utile, perché in questo frastuono confuso di notizie ognuno di noi avverte la necessità di una informazione affidabile, che aiuti a orientarsi nell’epoca in cui viviamo.

I fatti quotidiani, nella loro banalità o tragicità, sono la materia del nostro lavoro, ma noi dobbiamo essere disposti ad ascoltare la voce che da essi promana per capire il senso profondo del tempo in cui siamo immersi.