Ma chi può dirlocome diverremo?

LILLO ALAIMO caffe.ch 12.4.20

Chi può dirlo? A cento giorni da quando tutto è iniziato dall’altra parte del mondo, chi può sapere se quando questa maledizione finirà, perché finirà, avremo società con individui mediamente migliori o mediamente peggiori. Chi può dirlo?!
Il 31 dicembre del 2019, cento giorni fa, il governo cinese annunciava di avere rilevato una “polmonite dalle cause sconosciute” in una città con undici milioni di abitanti. Il 1 gennaio venne chiuso il mercato del pesce di Wuhan, nella Cina centrale. Una città quasi una volta e mezza la Svizzera. E il pesce, comunque, con quanto stava accadendo non centrava nulla.
Ma fu solo quasi due mesi dopo che in Ticino si ebbe la percezione della gravità del momento. Per la verità solo dopo il Carnevale di Bellinzona e la risottata in piazza a Lugano. A voltarsi indietro sembra di vedere e di sentire l’orchestrina sul Titanic che, nel viaggio inaugurale del transatlantico, suonò fino all’ultimo momento. Suonò per contenere il panico sino a che la nave non si schiantò contro un iceberg.
Quando a Bellinzona si accalcarono 28mila persone per la sfilata del Rabadan (era il 23 febbraio) e altri 100mila nei due giorni precedenti si erano ritrovati nel capannone e nelle piazze, il virus già aveva fatto la prima vittima poco più a sud della frontiera italiana. Tanto che l’Austria, tanto per dire, era corsa ai ripari chiudendo le dogane ai treni provenienti dall’Italia. La Lombardia stava gradualmente diventando una zona rossa. Come i cerchi concentrici creati da un sasso gettato nell’acqua. Più contagi, più morti, più paura. Più prevenzione.
Chi può dirlo? Forse avremo società più egoiste dopo la consapevolezza della fragilità dell’uomo, delle società, delle istituzioni, delle strutture atte a salvaguardare la nostra salute.
La crisi epocale che questa società sta vivendo e vivrà nel prossimo futuro accentuerà, almeno così noi crediamo e non siamo soli, le disuguaglianze. Chi ha poco avrà di meno. Chi ha tanto, male che gli vada, avrà poco di meno.
Ma dovremo tutti abituarci. Poveri, ricchi, meno poveri, meno ricchi che la normalità a cui oggi aspiriamo non sarà – e per quanto non si sa – quella che conoscevamo sino a cento giorni fa. Un sociologo e filosofo slavo, Slavoj Zizek, figurandosi il futuro è ricorso alla battuta di un vecchio film, Ninotchka, una pellicola americana del 1939. Una battuta che nei decenni è stata stravolta. Ma all’origine era questa: “Cameriere! Un caffè senza panna, per favore”, “Mi dispiace, signore, non abbiamo panna, solo latte, va bene anche un caffè senza latte?”.
Questa è l’immagine dell’essenzialità o la povertà a cui saremo costretti?! Il caffè rimane quello, lo stesso. E saremo obbligati a due negazioni. Ma potremo, giocando con la nostra psiche, trasformare un caffè semplice in un caffè senza latte. L’illusione di una normalità del passato o, come nel film La vita è bella di Benigni, ricorda sempre Slavoj Zizek, fingere che la reclusione, la povertà, gli obblighi a cui siamo e saremo costretti sia solo un gioco.
Oggi, passeggiando nelle periferie o in alcuni sentieri lungo i laghi, tra gente con mascherine e guanti, pare d’essere nei corridoi di un sanatorio di ammalati impauriti. Se proprio non possono evitarti lasciando fra loro e te due-tre-quattro metri di distanza, mostrando una falsa naturalità, si voltano dall’altra parte, dalla parte opposta a te, fingendo di guardare il panorama. Tutti, in queste ore di “misure accresciute di sicurezza”, come le chiama la politiche, tutti restringono il perimetro della propria vita. Ce lo chiede la comunità scientifica. Se ne fa portavoce la politica. Il timore è che una volta finita le paure lasceranno tracce indelebili dentro di noi.
Chi può dirlo? Oggi, forse, può funzionare fingere che “il confinamento sia solo un gioco”. Un gioco a cui tutti stiamo partecipando come Benigni e il figlio chiusi in un lager, con l’obiettivo di vincere un premio. Ma ce ne sarà uno.
Chi può dirlo?