I mercati finanziari saranno più vicini alla realtà dopo questa crisi?

Econopoly.ilsole24ore.com 17.4.20

L’autore del post è Francesco Baldo Tesi, laureato con lode in Economia e Management presso l’Università degli Studi di Firenze, attualmente laureando in Corporate Finance presso la LUISS Guido Carli –

“Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica, con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati, favorisca non già il vigore competitivo, ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro istituzionale che, di fatto, consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi.”

Le parole sono di Federico Caffè, figura leggendaria dell’economia del secolo scorso, in uno dei suoi numerosi scritti da ‘consigliere del cittadino’, come era solito autodefinirsi, piuttosto che da ‘consigliere del principe’. È possibile che una sintesi tanto critica quanto lontana nel tempo (1971) possa essere ancora attuale? O quanto meno abbastanza rappresentativa dello scenario finanziario di oggi?

La domanda che potremmo porci – e la richiesta che dovremmo rivolgere – è quindi se l’universo esoterico della finanza possa esistere e funzionare con delle ‘prospettive differenti’. La crisi del 2008 ha messo in luce come la macchina del sistema finanziario si sia allontanata negli obiettivi dalla sua primordiale funzione, ovvero supportare l’economia reale.

Se l’economia reale è costituita dalle imprese e dalle attività e dalle merci e dai servizi e prodotti, i mercati finanziari sono quei luoghi che dovrebbero servire primariamente a incanalare i capitali verso quelle imprese e quei progetti che creano valore.

La crisi sanitaria del coronavirus ha aperto le porte, già da ora, a un profonda crisi economica e domani rischia di sfociare in un crisi ben peggiore, ovvero una crisi sociale. Di fronte a questo shock esogeno, che sta colpendo tutto il mondo, la finanza potrebbe trovarsi a un punto di svolta. Citando Tancredi Falconeri de ‘Il Gattopardo’: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Storicamente e anche un po’ semplicisticamente, i mercati finanziari sono identificati come i regni della speculazione, della massimizzazione dei rendimenti, dove la funzione obiettivo è data solo dall’ottimizzazione del guadagno finale, qualsiasi esso sia.

Eppure, i mercati hanno consentito (e permettono tutt’ora) di incanalare e facilitare continui movimenti di risorse finanziarie verso imprese e attività che creano valore e benessere.

Negli ultimi 30 anni l’economia ha però subito una vera e propria finanziarizzazione. La psicologia dell’investitore è cambiata e si è focalizzata essenzialmente su un orizzonte di breve termine, senza monitorare l’impatto sull’economia reale o sull’effettiva crescita economica di un paese. Generalmente parlando, la finanza viene percepita come un’attività proiettata sic et simpliciter all’ottenimento di una rendita, lungi dall’essere un strumento ‘stimolante’ in maniera positiva per la collettività sociale [1] .

E la realtà non è poi tanto lontana dall’interpretazione comune. In un interessante lavoro di qualche anno fa, il professor Thomas Philippon (New York University) pone il problema di una finanza che parrebbe inefficiente e inefficace, chiedendosi che cosa l’industria finanziaria stia concretamente producendo e, in altre parole, cosa noi ‘società’ otteniamo in cambio da questi enormi volumi di movimenti di denaro.

La risposta è: ‘troppo poco’.

Volumi degli scambi azionari in rapporto al Pil Usa

Invece di addentrarci nel merito se la speculazione sia ‘cosa giusta o sbagliata’, ben più interessante è analizzarne l’impatto sull’economia reale.

Il grafico sopra sembrerebbe essere piuttosto esplicativo: considerando ‘solo’ il caso degli Stati Uniti, è possibile ammettere che qualcosa non vada se questo sistema finanziario assorbe ‘troppo’ (più del 2% di cui avrebbe bisogno) e, allo stesso tempo, produce un’inefficiente allocazione delle risorse di circa 280 miliardi di dollari all’anno [2] .

Un fenomeno che mostra come troppo denaro continui a nutrire attività speculative che sono da un punto di vista privato profittevoli, ma socialmente improduttive è quello dell’acquisto di azioni proprie (stock buyback): una strategia finanziaria con il solo intento di aumentare il prezzo azionario e non di creare valore. O meglio, l’azionista può fare un profitto, ma la creazione di valore non esiste.

Il professore William Lazonick (University of Massachusetts Lowell) ha mostrato come nell’ultimo decennio il 52% dei profitti delle società appartenenti allo S&P 500 sia stato investito nell’acquisto di azioni proprie [3], il 39% in dividendi, e solo una misera percentuale nella crescita, cioè nello sviluppo di nuovi prodotti, nell’innovazione, insomma in progetti e idee che avessero almeno l’ambizione di creare valore per davvero, attraverso l’aumento dei posti di lavoro e la proliferazione di nuovi servizi. Cioè, in quella che è l’economia reale: il mondo in cui viviamo.

Il motore del Finanzcapitalismo, come scriveva il sociologo Luciano Gallino nell’omonimo libro, sono proprio i mercati finanziari che hanno mutato la tradizionale formula D1-M-D2 (denaro-merce-denaro) del capitalismo industriale in D1-D2 (denaro-denaro), cercando di eliminare drasticamente la fase intermedia, ovvero la produzione.

In estrema sintesi, oggi la finanza sembrerebbe focalizzata sul breve termine (se non brevissimo) e proprio sulla speculazione, concetti che sono antitetici allo spirito della finanza stessa, agganciata all’economia reale e proiettata nel lungo termine.

La pandemia attuale mostra i limiti di un sistema, come quello borsistico, che può dare l’idea di crescere all’infinito illudendo che il benessere della persone cresca di pari passo, che non esista una fine al valore delle azioni, ma che poi, nelle ormai note rese dei conti, non crea valore e non crea sicurezza nel lungo termine. La critica non è ai mercati finanziari come mostri malvagi, ma al loro funzionamento distorto. La crisi sanitaria attuale può essere un incentivo a cambiare la mentalità e la prospettiva delle persone, meno focalizzate sull’oggi e di più sul domani.

È probabile (e auspicabile) che alla fine della pandemia la psicologia degli investitori sia cambiata e sia proiettata verso obiettivi di lungo termine, come per esempio avere la certezza di un’assicurazione sanitaria che possa coprire delle spese mediche, investire in fondi dedicati agli investimenti nella ricerca medica e nelle strutture sanitarie [4], oppure investire in imprese che attraverso progetti e investimenti (innovazione, sicurezza e prevenendo rischi ambientali) tenteranno di farsi trovare quanto mai preparate a una nuova crisi così paralizzante.

In merito all’efficienza allocativa dei mercati finanziari, se la speranza è che cambino le prospettive degli investitori, sia istituzionali che privati, è necessario anche un contesto e delle politiche che ‘pungolino’ (nudge) l’allocazione delle risorse verso investimenti responsabili e sostenibili, cioè che abbiano un impatto sull’economia reale: le infrastrutture urbane, il progresso tecnologico, l’energia, il cambiamento climatico, i servizi sociali (la sanità..), le piccole e medie imprese. Il sistema finanziario attuale è chiamato a supportare quei progetti volti al progresso e alla sostenibilità nel lungo termine e che alimenti per davvero la crescita economica dei Paesi.

In questo scenario giocano un ruolo cruciale tutte le imprese, le banche, i grandi fondi istituzionali e anche il piccolo risparmiatore. È importante che si ricostruisca una ‘cultura sostenibile’, forte e duratura nel mondo finanza, a supporto dell’economia reale e della crescita dello stato sociale nel medio lungo termine.

L’imminente sfida è quella di riuscire a non “compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri” bisogni (WCED 1987). Forse il coronavirus servirà a rifondare le priorità degli investitori, allineandole verso ciò che conta davvero.