IL CASO/ 800.000 euro a ogni impresa sana: perché l’Italia non usa le sovvenzioni Ue?

Pubblicazione: 24.04.2020 – int. Vittorio Coda il sussidiario.net

L’Europa ha concessi ampi spazi agli Stati per sovvenzionare le imprese. L’Italia ha invece partorito il decreto liquidità che non sembra funzionare

Il decreto liquidità è stato oggetto di critiche da parte non solo dell’opposizione, ma anche di molte categorie imprenditoriali, in particolare per la serie di passaggi burocratici che allungano e rendono incerti i tempi necessari a ottenere le risorse necessarie a far fronte a difficoltà che sono per loro natura immediate. Vittorio Coda, Professore emerito nell’Università Bocconi, dove ha insegnato Strategia e Politica Aziendale, evidenzia però un altro «gravissimo limite» del provvedimento, che rischia di danneggiare anche le imprese più robuste. Infatti, il Governo non ha sfruttato tutti gli spazi concessi dalla Commissione europea con la sua Comunicazione 2020/C 91 del 20 marzo, modificata dalla Comunicazione 2020/C 112 del 4 aprile, precedente quindi al decreto liquidità.

Di fatto Bruxelles ha indicato, nel “Quadro temporaneo per le misure di aiuto di Stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del Covid-19” (il cosiddetto “Temporary Framework”), gli ambiti entro i quali gli Stati membri possono adottare misure temporanee di aiuti di Stato che non necessitano di approvazione da parte degli organi comunitari. E con il decreto liquidità, spiega Coda, non è stata utilizzata «l’opportunità offerta dal Paragrafo 22 del Temporary Framework, che consente l’erogazione di aiuti di Stato anche in forma di sovvenzione diretta fino a 800.000 euro per ogni impresa sana anteriormente alle perturbazioni causate dall’epidemia». In pratica, si è negata la possibilità di una non indifferente dose di liquidità a tutte quelle aziende che, «soltanto sulla base di un budget previsionale, non si qualificassero come in difficoltà al 31 dicembre scorso».

Ma non è tutto, perché il Temporary Framework al Paragrafo 15 consente agli Stati membri di «assumere iniziative di indennizzo delle imprese, senza dover ricorrere alla procedura di autorizzazione degli aiuti di Stato per l’industria culturale e quella del turismo, così come l’accoglienza e il commercio al dettaglio», ovvero quei settori particolarmente colpiti dagli effetti economici del coronavirus.

Sembra dunque che il Governo italiano non abbia saputo cogliere tutte le opportunità offerte dall’Europa per aiutare il proprio tessuto produttivo, prima ancora che iniziasse tutto il dibattito relativo all’utilizzo con o senza condizionalità del Mes e alla battaglia per gli eurobond in sede di Eurogruppo e di Consiglio europeo.

Il decreto liquidità deve ancora però ancora affrontare l’iter parlamentare. Per questo Coda auspica che si possano apportare modifiche e integrazioni al testo. La cosa più semplice da fare è «introdurre nel decreto adeguati provvedimenti ai sensi del paragrafo 22 del Temporary Framework, così che essi pongano rimedio alle perdite subite a causa dell’epidemia e pregiudizievoli del merito creditizio». L’alternativa è «estendere la garanzia pubblica al 100% a tutti i prestiti. Se la garanzia copre il 100% del prestito, infatti, la banca è sollevata dall’obbligo di effettuare l’istruttoria di fido ed è tenuta soltanto ad analizzare la situazione sulla base del bilancio al 31/12/2019 onde accertare che l’impresa richiedente non versasse in una situazione di crisi pre-pandemia. Un intervento di questo tipo poi consentirebbe sia di velocizzare l’istruttoria della banca, sia di salvaguardare la stabilità del sistema bancario negli anni che verranno». Per il Professore emerito, l’istruttoria di fido andrebbe eseguita dalle banche «nel solo caso in cui le perdite straordinarie dovute al Covid-19 fossero state ripianate con un intervento pubblico e la garanzia statale non coprisse il 100% del finanziamento». Inoltre, bisognerebbe esonerare gli istituti di credito «da responsabilità per concorso nell’eventuale futuro stato di crisi, se, nonostante le misure di sostegno, l’impresa in questione non riuscisse a restare sul mercato». 

In questo modo si riuscirebbe quindi a dar corpo a quella “formula Draghi” che lo stesso Coda ha indicato come via maestra per tenere vivo il tessuto produttivo italiano, aumentando così le chance di ripresa della nostra economia.