Il lockdown della politica industriale

Marco Morra JacobinItalia.it 28.4.20

Le pressioni di Confindustria per ripartire sono state tali che un vero lockdown non c’è mai stato. Invece di riaprire subito le attività non essenziali bisognerebbe progettare una politica economica e industriale per far fronte alla recessione

Il significato etimologico del termine memorandum è «ciò che deve essere ricordato». Alla fine dell’emergenza sanitaria, ci sono cose che dovremo ricordare. E non si tratta soltanto dei memoranda, le «cose da fare», ovvero i punti programmatici di una eventuale piattaforma per uscire dalla crisi, ma delle cose «già fatte», delle responsabilità da non dimenticare.

Confindustria e il lockdown

Il pressing di Confindustria, da settimane è diventato asfissiante. Continuiamo ad avere centinaia di decessi quotidiani, migliaia di persone infette. Non siamo ancora usciti dall’emergenza e dal rischio ancora grave di un possibile contagio di ritorno. Eppure l’unione degli industriali concepisce solo una cosa: riaprire per far ripartire i profitti.

Lo scorso 8 aprile, la Confindustria di Lombardia Emilia Romagna, Piemonte e Veneto hanno sottoscritto un’agenda per la riapertura delle imprese. Nel documento indirizzato al Governo si può leggere:

«Se le quattro principali regioni del Nord che rappresentano il 45% del Pil italiano non riusciranno a ripartire nel breve periodo il Paese rischia di spegnere definitivamente il proprio motore e ogni giorno che passa rappresenta un rischio in più di non riuscire più a rimetterlo in marcia. Prolungare il lockdown significa continuare a non produrre, perdere clienti e relazioni internazionali, non fatturare con l’effetto che molte imprese finiranno per non essere in grado di pagare gli stipendi del prossimo mese».

Eppure a considerare l’ultimo rapporto dell’Istat verrebbe da pensare che il lockdown non c’è mai stato, se non in maniera assai parziale: al 30 marzo in Lombardia ci sono province con 7 lavoratori su 10 ancora attivi. Lo studio dell’Istat verte sui settori rimasti in attività dopo il decreto 22 marzo. Sappiamo che il decreto conteneva una norma che permetteva alle aziende di chiedere una deroga al Prefetto locale autocertificando di appartenere a una filiera funzionale a quelle essenziali, quindi di continuare a produrre pur non essendo attività essenziali, spesso nel silenzio-assenso dei Prefetti.

Leggiamo i dati dello studio Istat. Oltre il 50% dei lavoratori dell’industria e dei servizi privati a fine marzo continuava a recarsi a lavoro. Ma ciò non fa scandalo. Il dato che colpisce di più è quello relativo a Milano (67,1% di lavoratori attivi), Lodi (73,1%) e Crema (69,2%), tre provincie lombarde tra le più industrializzate d’Italia e tra le più colpite in assoluto dall’epidemia. A esse si aggiunge nella classifica Istat Somma Lombardo in provincia di Varese (77,2% addetti attivi). Insomma a Milano, Somma Lombardo, Lodi e Crema circa 7 lavoratori su 10 continuano ad andare in fabbrica o in ufficio al mattino. Si capisce bene che per la Confindustria lombarda quei 3 lavoratori su 10 che, per grazia loro, se ne restano a casa sono una concessione eccessiva alla preservazione della specie.

Dal 25 marzo, giorno in cui il decreto per fermare le attività non essenziali è diventato esecutivo, si contano decine di migliaia di richieste di deroga inviate ai prefetti. In una delle province più colpite dall’epidemia, Piacenza, l’8 aprile i sindacati degli infermieri minacciano lo sciopero: sono 1.273 le richieste di deroga al prefetto di altrettante aziende che continuano a lavorare perché si ritengono essenziali. In Veneto, invece, sono oltre 11 mila le aziende ancora aperte. Circa 14 mila quelle ancora attive in Lombardia, 1.800 soltanto a Bergamo, molte delle quali non essenziali. Come la Tenaris Dalmine, acciaieria del bergamasco che ha continuato a produrre in barba del decreto 22 marzo, autocertificando la produzione come essenziale e continuando a far lavorare i 1.300 operai ininterrottamente fino al 15 marzo, e ancora dopo, seppure a ritmi ridotti, con la scusa di produrre bombole per l’ossigeno essenziali al rifornimento degli ospedali. Ma il reparto che produce bombole per l’ossigeno occupa appena 30 operai sui 1.300 che l’azienda ha impiegato fino al 4 aprile, quando di fronte al secondo decesso e diversi operai in terapia intensiva, lavoratori e sindacati hanno ottenuto la cessione dell’attività. Lunedì 20 aprile la Tenaris Dalmine, tuttavia, è tra le aziende che sono ripartite.

I Comuni di Alzano Lombardo e di Nembro, a Nord di Bergamo sono balzati alle cronache per la triste processione di bare da Coronavirus. In questi Comuni tra il 21 e il 25 febbraio diventa evidente l’esistenza di un focolaio di Covid-19: entrano in pronto soccorso, subito positivi al tampone, sei persone provenienti da questi due Comuni. Il Comitato tecnico-scientifico dell’Istituto superiore di sanità propone di estendere la «zona rossa», ma rimane inascoltato. L’esecutivo e la Regione tacciono. Perché? I Comuni di Alzano Lombardo e di Nembro contano, secondo i calcoli di Confindustria Bergamo, circa 3.700 dipendenti in 376 aziende, per complessivi 680 milioni l’anno di fatturato, una differenza importante rispetto alle piccole e poco industrializzate comunità di Codogno e Vo’ Euganeo, dove il 20 febbraio veniva stabilita la «zona rossa». Tra le maggiori aziende: le Cartiere Pigna, Persico Group, attiva nell’automotive nonché realizzatrice degli scafi di Luna Rossa per l’America’s Cup, Polini Motori, specializzato nella produzione di componenti per vari marchi, da Piaggio a Yamaha. Grandi gruppi che hanno continuato a produrre anche dopo il decreto del 22 marzo.

Poche, in percentuale, le aziende chiuse davvero, e per troppo poco tempo. Dopo Pasqua, nel bergamasco, rileva la Cisl Bergamo, il 40% delle aziende si è riorganizzato per ripartire. Sono ripartite anche quelle grandi aziende che, invece, gli scioperi operai e le pressioni dei sindacati erano riusciti a far chiudere, tra le quali Fincantieri e Electrolux, già da lunedì 20 aprile. Parliamo di gruppi che contano migliaia di operai impiegati: la Electrolux conta 5 stabilimenti e 4.600 operai, Fincantieri conta oltre 19 mila impiegati in tutta la filiera.

Di fronte a tutto questo ci sembra evidente come l’esagerata e martellante insistenza sul controllo dei comportamenti individuali, l’utilizzo di droni e la tracciatura dei cellulari, gli inviti a imparare a «convivere» con il virus e il rischio di contrarlo hanno la capacità di nascondere le vere responsabilità più che di prevenire il contagio. L’ossessione sui comportamenti individuali è un dispositivo che fa comodo a chi detiene il potere, non solo perché distrae dalle colpe della classe dominante e dei suoi rappresentanti politici, ma anche perché generalizza una narrazione distorta della realtà, che mette alla gogna chi fa footing invece di guardare chi va in fabbrica con centinaia o migliaia di colleghi o chi è costretto a operare in ospedali fatiscenti.

Ciò che dovrebbe preoccuparci non è la chiusura transitoria delle attività non essenziali, ma la crisi di lungo corso dell’economia italiana. Una situazione aggravata da anni di austerità, dall’inesistenza di strumenti di politica industriale, dal modello neoliberale di gestione delle crisi aziendali: Cassa integrazione per gli operai inattivi, defiscalizzazione e incentivi di solidarietà per le aziende, fondi pubblici regalati a privati attraverso l’intervento di Invitalia o della Cassa depositi e prestiti. Una politica economica favorevole alla mobilità dei capitali e all’iniziativa privata, ostile all’intervento dello Stato nell’economia, che si è tradotta negli ultimi anni in 160 crisi aziendali mai risolte, che coinvolgono circa 220 mila lavoratori. E una parte importante del Pil nazionale.

La discussione, pertanto, non verte sull’urgenza o meno di far ripartire subito le attività non essenziali ancora ferme, ma su quale politica economica e industriale lo Stato dovrà adottare per far fronte alla recessione.

Le crisi aziendali e il programma per l’emergenza

In una recente intervista su Repubblica Gilles Morel, presidente del gruppo Whirlpool Emea, dichiara perentorio: «È deciso», a ottobre chiude lo stabilimento di Napoli. Se prima ci fosse stata qualche possibilità che la Whirlpool tornasse sui suoi passi, pare che la pandemia e la recessione mondiale abbiano dileguato ogni speranza.

Prendiamo atto del tono perentorio dei vertici della Whirlpool che dal 31 maggio 2019 a oggi, tavolo dopo tavolo, sono rimasti fermi sulle proprie posizioni. Con una differenza: se prima l’economia reale era già in fase di rallentamento a livello globale portando una giustificazione contestabile alla Whirlpool, oggi è in caduta libera, con cali previsti nel Pil mondiale fino al 10% nel corso dell’anno. Una catastrofe per i lavoratori, un’occasione d’oro per le multinazionali per delocalizzare senza condizioni.

L’emergenza sanitaria e l’interruzione repentina delle catene transnazionali del valore impongono alle aziende di cercare catene di fornitura più resilienti. Al momento sembra che si assista a una diversificazione della delocalizzazione – tendenza già in atto da tempo, come ha mostrato un recente sondaggio di Bank of America Data Analytics su 3 mila gruppi del mondo avanzato. In pratica sono i paesi dell’Est asiatico, e l’India in particolare, a raccogliere le maggiori attenzioni dei grandi gruppi, alla ricerca di altri paesi in cui spostare le proprie attività; anche se continua il fenomeno di reshoring delle aziende statunitensi, che trovano in Messico un serbatoio di forza lavoro a basso costo, in Canada e negli Usa territori fertili per bassa fiscalità, accordi commerciali vantaggiosi, dazi doganali favorevoli. In questa situazione l’ipotesi che la Whirlpool resti a produrre a Napoli non è credibile. Ma ciò, lungi dal farci considerare chiusa la vertenza, ci impone di considerare con il massimo realismo le varie ipotesi in campo per continuare la vertenza e vincere.

Già prima della pandemia la strategia adottata dai vertici nazionali dei sindacati Fiom, Uilm e Fim non dava molte garanzie di vittoria, basandosi sostanzialmente sulla concertazione tra parti, sulla proposta di sgravi fiscali e, in generale, sulla ri-contrattazione degli incentivi statali in occasione del rinnovo del piano di investimento della Whirlpool nel dicembre 2020. I sindacati hanno sostenuto la lotta operaia con tenacia, ma la loro era una strategia debole al cospetto della Whirlpool perché qualunque cifra lo Stato potesse offrire all’azienda era sempre poca cosa rispetto alla riduzione dei costi strutturali che il gruppo poteva ottenere cedendo il ramo d’azienda. Era una strategia debole perché lo Stato non aveva strumenti coercitivi per impedire alla multinazionale di lasciare lo stabilimento di Napoli, mentre l’Unione europea limitava drammaticamente i margini di agibilità politica. Era debole, ancora, perché ben poca cosa erano le perdite economiche causate al «gigante del bianco» dagli scioperi. I sindacati hanno raggiunto durante la vertenza risultati importanti in termini di mobilitazione, ma loro malgrado disponevano di un potere di negoziazione assai scarso. Per far male alla Whirlpool, bisognava rendere ingovernabili gli operai di tutto il gruppo, che conta ben 4 stabilimenti su 5 in regime di solidarietà da anni, e farli rientrare in una mobilitazione generale e permanente, cosa forse molto difficile per gli stessi sindacati dopo trent’anni di frammentazione delle classi lavoratrici. A quel punto era forse il caso di tradurre la lotta sindacale contro la Whirlpool in lotta politica contro il Governo, trasformare gli scioperi del gruppo in scioperi di categoria a contenuto politico per chiedere l’intervento diretto dello Stato a salvataggio degli stabilimenti in crisi e il rilancio della produzione industriale nel paese.

Di fronte all’ostinazione dei vertici della multinazionale che continuavano a proporre come unica soluzione credibile la cessione dello stabilimento di Napoli alla Prs, società fantasma con sede in Svizzera, s’imponeva la necessità di un piano B, onde evitare di fare la fine infelice della Ex Embraco di Riva di Chieri e della Ex Whirlpool di Amiens, entrambe cedute a società fittizie – la Ventures e la WN – che hanno ricevuto 20 milioni di euro dalla Whirlpool per realizzare progetti di riconversione rivelatisi una truffa clamorosa, col risultato che la Whirlpool ha smantellato gli stabilimenti, la riconversione non è mai iniziata, e dopo un anno o due gli operai sono stati scaricati al loro destino.

D’altra parte il Governo sembrava aver accettato ante tempo la propria sconfitta di fronte alla multinazionale statunitense, delegando l’affare a Invitalia, nella ricerca di acquirenti privati che rilevassero la produzione di lavatrici del sito napoletano o s’impegnassero in imprecisati progetti di riconversione. Ma sappiamo da esempi pregressi (basta andare ad approfondire i casi di Ex Irisbus di Flumeri e della Blutec di Termini Imerese) quali esiti abbiano avuto simili situazioni. Se non bastassero gli esempi del passato a farci dubitare dell’efficacia dell’ipotesi Invitalia + nuovo acquirente, dovremmo se non altro rivolgerci all’analisi della situazione economica mondiale. E questa ci dice – secondo uno studio di Prometeia citato dal Sole24Ore – che nell’industria italiana per il 2020 si prevede un crollo del 13,8% dei profitti. Come se d’improvviso si cancellasse un terzo del nostro export su 12 mesi, per un totale di 159 miliardi di euro bruciati e perdite importanti nei mercati. E il recupero comunque sarà minimo per l’anno successivo: solo un guadagno del 3,1% nei ricavi della manifattura per il 2021. La crisi economica in corso compromette gravemente l’export dei prodotti manifatturieri italiani e fa crollare la profittabilità degli investimenti: chi mai rileverà la produzione di lavatrici del sito di Napoli in queste condizioni? Chi s’inoltrerà in difficili progetti di riconversione se non i soliti speculatori ai quali le crisi non producono mai perdite, ma lauti profitti? Il rischio è troppo alto.

Ma non tutto è perduto per gli operai in lotta. Se prima infatti il Governo giallo-rosso poteva dire, in riferimento al «dossier Whirlpool», per bocca del suo portavoce Patuanelli che l’esecutivo giocava una partita «senza centravanti», ovvero senza strumenti efficaci per affrontare la multinazionale, ripetere adesso questo mantra neoliberale sarebbe un crimine di dogmatismo ideologico. In questo momento, infatti, si apre uno spazio di possibilità e di sperimentazione senza precedenti negli ultimi trent’anni. La Commissione europea ha sospeso in via transitoria il vincolo del 3% imposto dal Patto di Stabilità e ha concesso agli Stati membri di intervenire direttamente nell’economia con provvedimenti straordinari, da qui ai prossimi anni. Questo significa che ad oggi non ci sono vincoli né limiti opposti dall’Ue all’intervento dello Stato, né preoccupazioni possibili concernenti il bilancio: la cosa più preoccupante è, da un lato, l’affossamento dell’economia reale, dall’altra, l’aumento della disoccupazione. È il momento, dunque, di subentrare ai privati nella produzione industriale con un piano statale per rilanciare e rendersi autonomi nelle produzioni essenziali. È il momento di acquisire e riconvertire gli stabilimenti in crisi che possiamo ritenere strategici per lo sviluppo dell’industria italiana e per conquistare nuove fette di mercato, che si aprono in questa nuova congiuntura economica. Certo, ora questa flessibilità è possibile, dopodiché si tratta di contrattare in Europa con determinazione nei prossimi anni per salvaguardare le conquiste ottenute. Questa affermazione non è affatto rivoluzionaria. Il liberista più feroce d’Europa, ad esempio, Emmanuel Macron ha già stanziato 4 miliardi per rendere la Francia progressivamente indipendente nella produzione di mascherine, ventilatori e respiratori, settori in cui, neanche a dirlo, prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria la Cina era leader mondiale.

Si tratta dunque di costituire un’agenzia nazionale che si occupi della nazionalizzazione e della riconversione degli stabilimenti in crisi e dei settori strategici, a partire dai settori sanitario, alimentare e delle energie alternative, le uniche che ne usciranno davvero vincitrici dalla crisi del petrolio in corso. D’altro canto, una simile impresa non sarebbe possibile senza prendere di petto l’insolvenza del debito pubblico, pur nella tutela dei piccoli risparmiatori, poiché è inevitabile che il debito cresca ingentemente nei prossimi anni imponendo un nuovo ciclo di austerità a cui dovremo opporci con fermezza.

Ormai lo abbiamo imparato: i liberisti hanno la testa dura; e se vogliamo salvare noi stessi e la nostra economia dal crollo dovremo lottare, cambiare il nostro modo di praticare sindacalismo abbandonando la concertazione tra parti e generalizzando e radicalizzando gli strumenti del conflitto, gli scioperi di categoria e prevedendo la possibilità di scioperi generali; ma soprattutto non dovremo sederci più al tavolo con chi ci ha sfruttato, affamato e costretto a lavorare anche durante l’epidemia, favorendo la diffusione del contagio pur di mantenere intatti i propri profitti.

*Marco Morra è attivista di Potere al Popolo e collabora con il Groupe de Recherches Matérialistes, per il quale si occupa di storia e teorie della “nuova sinistra” in Italia. Attualmente cura una rubrica di inchiesta sul mondo operaio e sindacale per Radio Quarantena.