‘La Svizzera può essereun laboratorio urbanistico’

GIORGIO CARRION Caffe.ch 3.5.20

L’architetto Stefano Boeri racconta le città dopo il virus

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Gli esperti lo chiamano “urbanesimo tattico”: con l’epidemia le città, grandi e piccole, sono costrette a cambiare velocemente modalità di gestione degli spazi, dall’ambiente costruito al verde. “I temi centrali sono tre – spiega l’architetto e urbanista Stefano Boeri, autore dei due grattacieli milanesi noti come “bosco verticale”, nel quartiere Isola -: la sincronizzazione degli orari, l’utilizzo degli spazi aperti e la mobilità. Scelte governate dall’urgenza del distanziamento sociale che devono anticipare soluzioni di lungo periodo”. L’architetto, che sta replicando la sua idea costruttiva a Losanna con la Torre dei Cedri, ha una preoccupazione: “Le aree urbane devono garantire meno densità, ma non meno intensità di relazioni sociali. Il mio timore è che gli agglomerati, chiamati a questo imponente sforzo per la salute, perdano senso, identità e tradizioni”. Ecco perché è importante allargare gli spazi pubblici e all’aria aperta. Ci sono città già avanti con queste scelte: a Vilnius, capitale della Lituania, hanno deciso di cedere gran parte dello spazio pubblico dell’intero centro cittadino a bar e ristoranti; a Parigi, dove i marciapiedi nel centro storico sono spesso stretti, saranno i parcheggi a restringersi a favore dei pedoni. New York, duramente colpita, ha aumentato le piste ciclabili in due settimane di 160 chilometri. Eppoi Bogotà, San Francisco, Shangai, Milano… epicentri della crisi sanitaria e poi economica. Se siano scelte definitive, preludio di una rivoluzione urbanistica permanente, è difficile dirlo. 
Sull’onda dello smart working, del forzato “stare a casa”, fioriscono le teorie e le suggestioni, talvolta un po’ oscure, come il “metabolismo urbano”, che non c’entra nulla con l’assimilazione delle proteine, ma rinvia a come la città digerirà le nuove esigenze. “La Svizzera può essere un ottimo esempio di gestione del territorio post pandemia – riprende Boeri -. Penso che in Canton Ticino, tra città come Lugano, le valli e i comuni circostanti possa nascere una nuova alleanza per garantire, appunto, la bassa densità sul territorio, favorendo un’integrazione d’interessi senza smarrire l’intensità dei contatti tra le persone, il patrimonio delle relazioni umane”. 
L’architetto, impegnato anche per il progetto Grand Geneve, un piano di ricongiunzione “attorno ad un perno geografico che sarà la montagna…”, suggerisce di investire sui piccoli centri: “Il caso Svizzera è interessante proprio per questo: con le nuove tecnologie, la banda larga, lo smart working, le app e le altre tecnologie digitali, anche la mobilità sul territorio si può ridurre senza penalizzare i centri più piccoli”. Il timore che l’”orgia” di tecnologia possa limitare autonomia e libertà è tema presente al progettista, che ha uno studio anche in Cina: “Non credo che siamo disposti ad essere totalmente controllati come ho constatato di persona, ma è giusto che i cittadini siano sollecitati ad attivare reti epidemiologiche e di controllo della pandemia, dalle quali devono poter uscire. Insomma: innovazione ma senza nostalgie ideologiche libertarie”. 
Dietro il pensiero dell’archistar c’è la rivalutazione di una disciplina, la prossemica, molto in voga negli anni ’60 e poi dimenticata, cioè lo studio delle relazioni urbane di vicinanza (quartieri, distretti, piccoli comuni…). L’ha già rivalutata il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, con il progetto “Città del quarto d’ora”: miriadi di vicinati dove tutto possa essere raggiunto in 15 minuti, senza auto e muovendosi a piedi o in bicicletta. Cambia anche il lessico tecnologico cittadino: dai semafori ai sensori, dalle app all’intelligenza artificiale applicata alle migliaia di Big Data, location intelligence, spatial analysis, geolocalizzazione dei flussi…una grande quantità di tecnologie che aiuteranno a vivere…o anche a limitare la libertà? Ritorna l’incubo del Grande Fratello orwelliano moltiplicato per mille? “Direi di no. Non vorrei altro: per esempio, le separazioni con i plexigas tra i tavoli dei bar. Lugano o Locarno sono città bellissime che possono organizzare i loro spazi senza ricorrere a queste soluzioni tristi ed estreme”. 
L’urbanistica, insieme allo studio della mobilità e degli orari, avrà, dunque, una grande responsabilità di breve ma anche lungo periodo. “La politica dei trasporti giocherà un ruolo decisivo nello scenario che stiamo vivendo e post Covid 19. La sfida è evitare il rischio di un utilizzo indiscriminato dell’auto privata, comprensibile per la paura del contagio. Auspico, perciò, politiche molto spinte di mobilità individuale come piste ciclabili, due ruote elettriche, monopattini…estendendo laddove non lo si è ancora fatto anche la pedonalizzazione dei centri urbani”, conclude l’architetto Boeri.