Spiazzati dal virus, dove abbiamo sbagliato e gli errori da non ripetere

Econopoly.ilsole24ore.com 3.5.20

Ci troviamo alla vigilia dell’avvio della “Fase 2”, tuttavia l’incertezza permane particolarmente elevata e questo non è un bene né sotto il profilo sanitario né sotto il profilo economico.

Si avverte sempre di più la forte necessità di avere maggiore sicurezza e certezza sul nostro futuro. Questa domanda, alla luce della crisi da Covid-19, ricerca una risposta sia sotto un profilo “macro”, caratterizzato da quanto lo Stato riesce ad offrire “protezione” alle aziende, e sia sotto un profilo “micro” caratterizzato da quanto le aziende saranno in grado di garantire “protezione” ai propri dipendenti.

Indubbiamente il prossimo futuro sarà caratterizzato dalla convivenza con il coronavirus e certamente questo aspetto impatterà le nostre abitudini e i nostri comportamenti sociali. Ma se non vogliamo morire né di virus né di povertà abbiamo estremamente bisogno di ripartire in sicurezza e di avere certezze tali da poterci far ritrovare quel livello di fiducia necessario per recuperare quanto perduto.

Per questo non serve un uomo forte al potere o un super commissario alla “Mr Wolf – I solve problems”, ma quello di cui si avverte la necessità è una classe dirigente ben formata e fortemente orientata all’accountability, con una spiccata cultura del rischio.

Proprio per comprendere l’evoluzione dei rischi e come poterli gestire in questa delicata fase è importante fare un passo indietro e chiederci: come siamo arrivati a questa situazione?

La risposta in realtà è semplice: la crisi attuale, diversamente dalle recenti (si pensi alla crisi subprime oppure a quelle caratterizzate da asset-bubble), non ha riguardato un “failure” del risk management – come ad esempio successe con il fallimento di Lehman Brothers. La crisi da Covid-19 ha, piuttosto, messo in luce una totale assenza della gestione del rischio. Nessuna società aveva incluso nei propri piani il rischio di pandemia: era semplicemente lasciato alla gestione dei sistemi sanitari pubblici. Questi ultimi però hanno fallito nel rispondere efficacemente al coronavirus, non per mancanza di competenze del personale medico ma piuttosto per scelte politiche di prioritizzare nelle allocazioni di budget. Probabilmente per un maggiore “dividendo” politico, come si diceva prima.

L’arrivo dell’epidemia ha spiazzato tutti proprio perché nessuno era preparato, non vi era un piano di rischio né a livello Paese né a livello di aziende produttive.

La ragione, si fa per dire, sta nel fatto che predisporre piani e investire in “cultura del rischio” è costoso.

Pensiamo ai CEO che devono creare velocemente valore per i propri azionisti così come il premier di un Governo ricerca sempre il rapido consenso popolare (da parte degli elettori), ebbene la soluzione più semplice è tagliare i costi che non abbiano un ritorno di breve, così si aumenta subito il proprio dividendo (sia esso economico che politico). Questo meccanismo è rafforzato dal miope orizzonte dei CEO che restano in carica pochi anni, così come da chi ricopre ruoli governativi. In questa logica, insomma, il risk management appare sacrificabile e poco compatibile con gli incentivi di chi guida un Paese così come una grande azienda. Oggi, soprattutto alla luce di quanto accaduto, è richiesta una forte leadership di governance in cui un CEO è chiamato a comunicare a tutti gli stakeholders l’importanza di investire sui piani di risk management proprio perché quando occorrono fanno la differenza.

Pensiamo ad esempio al costo di un’assicurazione per incendi, a fronte di una probabilità molto bassa di accadimento, tagliare questo costo fa aumentare subito il profitto (nel breve).

Cosa rischiamo in questa fase 2?

Ecco, è proprio questo meccanismo di ragionamento che rappresenta il principale rischio per la ripresa nella fase 2 dal quale derivano i due macro-rischi, tutt’ora non risolti.

Il primo è rappresentato dal rischio sanitario: A differenza di quanto avvenuto in Cina, potremmo trovarci nella situazione di dover convivere con un numero significativo di nuovi casi per molte settimane. Sappiamo che il limite del nostro sistema sanitario è pari a 9mila posti in terapia intensiva, e ad oggi tale livello appare sostenibile. Tuttavia, sulla base dei principali modelli di simulazione delle epidemie, basati sul modello SIR, una ripresa della crescita esponenziale, senza un preciso piano di gestione, risulterebbe altamente probabile portando ad un livello di stress sul sistema sanitario che imporrebbe un nuovo lockdown e maggiore incertezza.

Tali preoccupazioni sono al centro di numerose riflessioni che in questo periodo sono portate avanti da alcuni think tank come la Consulta degli Esperti e The Smart Institute in cui professionisti ed esperti elaborano proposte e soluzioni.

In tale ambito, ad esempio, sono emersi tre aspetti fondamentali, oltre all’ovvio rafforzamento delle strutture sanitarie. Il primo riguarda mappare sottoponendo a test di massa un numero sempre maggiore di persone, secondo utilizzare le tecnologie più avanzate di contact tracing digitale. Questa proposta, come aveva già suggerito da tempo il prof. Carlo Alberto Carnevale Maffè(SDA Bocconi oggi nella task force governativa sulle tecnologie), poteva essere applicata già da prima utilizzando meglio i Big Data per mappare più accuratamente, in maniera anonima, tutti i movimenti del virus, quindi con azioni di contenimento più mirate. L’obiettivo è il così detto “Flattering” della curva, si veda il grafico seguente.

Cosa rischiamo in questa fase 2?

Ecco, è proprio questo meccanismo di ragionamento che rappresenta il principale rischio per la ripresa nella fase 2 dal quale derivano i due macro-rischi, tutt’ora non risolti.

Il primo è rappresentato dal rischio sanitario: A differenza di quanto avvenuto in Cina, potremmo trovarci nella situazione di dover convivere con un numero significativo di nuovi casi per molte settimane. Sappiamo che il limite del nostro sistema sanitario è pari a 9mila posti in terapia intensiva, e ad oggi tale livello appare sostenibile. Tuttavia, sulla base dei principali modelli di simulazione delle epidemie, basati sul modello SIR, una ripresa della crescita esponenziale, senza un preciso piano di gestione, risulterebbe altamente probabile portando ad un livello di stress sul sistema sanitario che imporrebbe un nuovo lockdown e maggiore incertezza.

Tali preoccupazioni sono al centro di numerose riflessioni che in questo periodo sono portate avanti da alcuni think tank come la Consulta degli Esperti e The Smart Institute in cui professionisti ed esperti elaborano proposte e soluzioni.

In tale ambito, ad esempio, sono emersi tre aspetti fondamentali, oltre all’ovvio rafforzamento delle strutture sanitarie. Il primo riguarda mappare sottoponendo a test di massa un numero sempre maggiore di persone, secondo utilizzare le tecnologie più avanzate di contact tracing digitale. Questa proposta, come aveva già suggerito da tempo il prof. Carlo Alberto Carnevale Maffè(SDA Bocconi oggi nella task force governativa sulle tecnologie), poteva essere applicata già da prima utilizzando meglio i Big Data per mappare più accuratamente, in maniera anonima, tutti i movimenti del virus, quindi con azioni di contenimento più mirate. L’obiettivo è il così detto “Flattering” della curva, si veda il grafico seguente.

È necessario agire prontamente proprio sui quei meccanismi di trasmissione, primo fra tutti la liquidità da assicurare alle imprese che affrontano cicli avversi nella gestione del capitale circolante. Il rischio principale è un aumento del tasso di default, come previsto nei tre scenari di Moody’s, che a livello europeo potrebbe passare dal 1,5% fino al 22,3% nello scenario peggiore, ove per l’Italia corrisponderebbe al fallimento di una percentuale ancora superiore.

Insomma, la protezione che lo Stato dovrebbe garantire appare poco credibile in quanto i famosi “sette peccati capitali” che il prof. Carlo Cottarelli(Università Cattolica, Osservatorio CPI) ha ampiamente rappresentato e di cui ho già trattato in precedenza, costituiscono il rischio che il meccanismo di trasmissione si inceppi ancora.

Le imprese, da parte loro, devono avere il coraggio di investire maggiormente in risk management(chiamato Enterprise Risk Management, ERM), diversificare i propri fornitori e studiare traiettorie alternative alla propria supply-chain, mettendo sempre in discussione il proprio business model. La priorità, tuttavia, rimane ora quella di poter assicurare quella protezione e sicurezza ai propri lavoratori affinché si possa ritornare alla normalità, dando così motivazione a tutti gli stakeholders, essenziale per una ripresa della produttività.

Serve coraggio, sia nelle scelte e sia nella rapidità d’azione. Il rischio generale che affrontiamo oggi è quello di stabilità del nostro sistema democratico, prima ancora che di quello economico, ma questo è un altro tema che affronterò in un prossimo articolo.