Mediobanca: gelo su Del Vecchio, vuole solo Generali (Rep)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Questa non è un’operazione di mercato, ma un progetto vintage che ci riporta indietro di un trentennio, quando le tre Banche di interesse nazionale avevano il 25% del nostro istituto”. Come era prevedibile, scrive Repubblica, la mossa di Leonardo Del Vecchio su Mediobanca non è proprio piaciuta ai diretti interessati che stanno al vertice della banca. Lo confermano le voci che sono trapelate ieri, in una domenica di nervi finanziari a fior di pelle, prima che stamattina la Borsa dichiari battaglia sull’asse Milano-Trieste, e che promettono una solida resistenza al tentativo di Leonardo del Vecchio di salire al 20% dell’istituto. 

La sua mossa viene dichiarata poco gradita dall’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel – racconta chi gli ha parlato ieri – per una serie di motivi che esulano dai rapporti personali con il patron di Luxottica, almeno fino a sabato distesi e cordiali, ma che sono di merito e di metodo. Il merito, prima di tutto. Perché l’istituto che per decenni è stato camera di compensazione del potere industriale e finanziario italiano, da quando Nagel è diventato amministratore delegato nel 2008 si è impegnato a imboccare una strada diversa: meno partecipazioni da “salotto buono”, lasciando solo la quota del 13,2% in Generali Ass. e quella del 6,2% in Rcs, e più gestione industriale; meno intrecci con i soci e più operazioni di mercato; meno “patti di sindacato” (quello che governava piazzetta Cuccia si è dissolto due anni fa) e l’aspirazione di essere una “public company” all’italiana, dove i manager gestiscono e i soci li votano o meno a seconda dei risultati. 

Adesso, invece, con un signore di 85 anni dal gloriosissimo passato e presente industriale, ma senza un grande visione finanziaria, che potrebbe arrivare al 20% dell’istituto – spiegano in Mediobanca – ci si troverebbe in un caso forse unico in Europa: “Quello di una banca che ha come azionista di maggioranza un industriale che non l’ha fondata”. Se non è un film dell’orrore finanziario, per Mediobanca è almeno un film assai strano, con una trama inspiegabile. 

Questione di merito, infatti, è anche la sostanza dell’operazione: Nagel e i suoi sono convinti che Del Vecchio parli di Mediobanca ma punti a Generali: con il 5% che possiede in proprio e in aggiunta il 13% che l’istituto ha della principale compagnia assicurativa italiana, il patron di Luxottica potrebbe in un prossimo futuro agevolmente cercare di avere un controllo di fatto sulle Generali. 

Quelle stesse Generali che invece – si sgolano a ripetere in Mediobanca – hanno appena varato uno statuto in base al quale sarà il management a proporre la propria lista per il consiglio di amministrazione. Proprio come avviene in piazzetta Cuccia da alcuni anni e proprio per garantire che la gestione sia il più possibile svincolata da interessi particolari dei soci di maggioranza. 

Ora la prospettiva di un’operazione di fusione in Europa che molti attribuiscono alla strategia di Del Vecchio – stroncano sul nascere qualsiasi ambizione le voci di Mediobanca – finirebbe per somigliare a una vendita, visto che le Generali capitalizzano circa la metà della francese Axa e un terzo della tedesca Allianz. 

Il cahier des doleances non si ferma qui. Come si può pensare davvero di affidare la quota di maggioranza relativa dell’istituto a una finanziaria come la Delfin di Del Vecchio che ha sede sociale in Lussemburgo e oltre al capofamiglia altri sei soci che sono figli di tre diversi matrimoni, dal primogenito Claudio che con il padre è in rapporti freddi da anni, a un venticinquenne? Saranno loro, in un prossimo futuro a decidere strategie e missione della banca d’affari? Per non parlare del tema dell’italianità delle stesse Generali, assai in voga in quest’epoca di frontiere improvvisamente chiuse e di paure di invasioni economiche straniere. 

Nella narrativa di Del Vecchio la mossa su Mediobanca serve proprio ad assicurare che su Trieste continui a sventolare un tricolore con il verde e non, magari, con il blu: nei mesi scorsi ha cercato anche di coinvolgere Francesco Gaetano Caltagirone, socio con il 5% della compagnia, nel suo progetto, anche se Caltagirone per ora ha glissato. 

Ma basta percorrere il chilometro e mezzo che separa il quartier generale del patron di Luxottica nel milanese piazzale Cadorna, da piazzetta Cuccia, e la deduzione è inversa. L’esperienza di una fusione italo-francese come quella fatta da Luxottica con Essilor, sta rivelando finora grossi problemi di governance, ma mostra come proprio Del Vecchio – si dice – abbia ambizioni transalpine. Adesso che il governo si preoccupa anche di mettere il golden power in molte società – si commenta in ambienti finanziari a Milano – forse sarebbe il caso di preoccuparsi anche degli assetti della banca d’affari che ha tra le sue partecipazioni la maggiore compagnia italiana e che potrebbe finire sotto una finanziaria lussemburghese. 

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(END) Dow Jones Newswires

June 01, 2020 02:43 ET (06:43 GMT)