Benetton jr col pallino della moda. Gli affari a gonfie vele di 21 Invest

21 Investimenti continua a scommettere sulla moda italiana, ma anche a investire ambiti e aree geografiche diversificati: da Zonin 1821 a Viabizzuno e…

di Luca Spoldi affariitaliani.it 7.6.20

Benetton jr col pallino della moda. Gli affari a gonfie vele di 21 Invest

Negli affari, come in guerra, non contano solo le vittorie ma anche le sconfitte evitate. E’ di questi giorni l’indiscrezione che Pittarosso, azienda veneta proprietaria dell’omonima catene distributiva di calzature e accessori, stia finendo di preparare una richiesta di concordato preventivo col fondo Pillarstone che secondo il Sole24Ore avrebbe già rilevato una porzione significativa del debito e altri investitori come KKR pronti ad entrare in partita dopo che già dal 2019 Lion Capital aveva impostato un percorso di ristrutturazione per cercare di superare una crisi che è antecedente alla pandemia di coronavirus, ma che non ha potuto che aggravarsi in questi mesi di forzato blocco.

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Lion Capital aveva rilevato nel 2014 da 21 Investimenti eQuadrivio Sgr il gruppo, fondato 94 anni fa come Pittarello Rosso dal nome della famiglia fondatrice e poi “ritargato” con l’attuale nome pochi mesi prima dell’arrivo di Lion Capital, per una valutazione che si disse essere pari a 280 milioni di euro ossia circa 10 volte l’Ebitda dell’epoca (28 milioni) superiore al fatturato (233,5 milioni) che nel 2017 era sì salito a quasi 370 milioni, ma a fronte di un Ebitda in calo a poco più di 16 milioni. 

In Pittarosso la società d’investimenti di Alessandro Benetton (secondogenito di Luciano, sposato con l’ex campionessa di sci alpino Deborah Compagnoni con cui ha avuto tre figli, Agnese, Tobias e Luce) era entrata nel 2011 rilevandone il 79% sulla base di una valutazione che si disse essere di 150 milioni a fronte di 120 milioni di euro, il restante 21% essendo rimasto in mano ai fratelli Gianni Ivo, Pierluigi, Vittorio e Lorenzo Pittarello. Senza dover “pompare” eccessivamente le valutazioni, la 21 Investimenti riuscì quindi in soli 3 anni a quasi raddoppiare il capitale investito.

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Altri tempi, prima dell’esplosione della concorrenza asiatica e della pandemia, ma certo ottimo timing da parte di Benetton, un “ingrediente” indispensabile a fare la differenza tra successo e insuccesso in affari come in guerra, appunto.Nel carniere di 21 Investimenti restano peraltro molte “prede”. Restringendo il campo all’Italia, Alessandro Benetton punta sulle borse di qualità, ma a prezzi abbordabili, di Gianni Chiarini, avendo rilevato nel 2017 il 60% della holding capogruppo Contemporary Bags (cui fa capo anche il secondo marchio, Gum, borse in pvc anziché in pelle).

Il 40% è stato riacquistato dal fondatore, col supporto finanziario di Credit Suisse, affiancato dall’amministratore delegato Cristina Cortesi, manager con grande esperienza nel settore avendo già ricoperto posizioni apicali in Furla, Alessandro Dell’Acqua e Bulgari (per la business unit Accessori). Massima riservatezza sul prezzo pagato, ma visto che stiamo parlando di un gruppo all’epoca con Ebitda sui 7 milioni e giro d’affari di 35-36 milioni è verosimile che la valutazione sia stata attorno ai 50-60 milioni per il 100%.

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Poco prima di puntare su Chiarini, 21 Investimenti aveva già deciso di entrare nelle sneaker di fascia alta di Philippe Model, marchio  francese presente sul mercato fin dal 1981 ma cuore italiano. Le sneaker sono infatti prodotte dal 2008 in Veneto, a Vigonovo, grazie ad una collaborazione col designer Paolo Gambato. Anche in questo caso ad essere stata rilevata fu la quota di controllo (70%), coi due founderGambato e Roberto Doro rimasti soci di minoranza ed al proprio posto (di direttore creativo e direttore generale), affiancati da Andrea Pesaresi (manager con una lunga carriera ai vertici di Zegna) nel ruolo di amministratore delegato. 

Di dimensioni maggiori (100 milioni di fatturato al momento dell’acquisizione), Philippe Model potrebbe aver spuntato multipli più elevati di Chiarini, in linea con quelli di Pittarosso e dunque attorno o sopra i 100-120 milioni di euro. Ma l’abbigliamento/moda non è il solo settore in cui Alessandro Benetton investe, anzi. In portafoglio di 21 Investimenti vi è tuttora, ad esempio, il 36% di Zonin 1821 (pagato 65 milioni di euro nel 2018 attraverso un aumento di capitale riservato, sulla base di una valutazione del 100% attorno ai 180 milioni, poco meno dei 201 milioni di fatturato di quell’anno).

Ma anche, sempre dal 2018, la maggioranza della bareseCarton Pack, fondata dalla famiglia Leone e attiva nella progettazione, produzione e commercializzazione di imballaggi per il settore alimentare, in particolare per frutta e verdura, un’ottantina di milioni di fatturato, per la quale 21 Investimenti si è impegnata a investire 20 milioni per potenziare il sito produttivo di Rutigliano e supportare eventuali acquisizioni in Italia e all’estero “funzionali” alla crescita dell’azienda, alla cui guida sono stati confermati i fratelli (e soci di minoranza) Gianni e Giuseppe Leone.

Uscito nel 2016 dall’abruzzese Farnese Vini in cui era entrata nel 2013 (rilevando il 63% ed impegnandosi con ulteriori 8 milioni di euro d’investimento per farla crescere), incassando oltre 56 milioni dal subentrante investitore (NB Reinassance), 21 investimenti resta presente al Sud anche attraverso una quota di minoranza di Sifi, gruppo farmaceutico siciliano specializzato in dispositivi chirurgici e medici per la cura degli occhi da una settantina di milioni di fatturato nel 2015, al momento dell’ingresso di Benetton nel capitale. Come dire che anche al Sud si può fare impresa.

E se si può fare al Sud, tanto più si può provare a farlo al Centro-Nord, magari nel settore dell’illuminotecnica che 21 Investimenti ha in portafoglio rappresentato dalla partecipazione di maggioranza in Viabizzuno, gruppo bolognese di alto di gamma fondato da Mario Nanni (come sempre rimasto socio di minoranza) che è nell’orbita dellainvestment company dal 2011 e che fatturava una quarantina di milioni di euro, saliti oltre i 52 milioni a fine 2018. 

Insomma: la “ricetta” di Alessandro Benetton sembra essere molto flessibile sia come dimensione e stile d’investimento (si è partiti da partecipazioni anche di minoranza, ma ormai da tempo si punta quasi esclusivamente a quote di controllo, purché i founder e i manager restino al loro posto e reinvestano nel progetto) sia come settori e area geografica(si va da Nord a Sud, dalla moda al design, passando per l’industria vera e propria). 

Con una sola “stella polare”, puntare a crescere o, se ciò risulta troppo difficile o richiede investimenti troppo impegnativi, cercare un nuovo investitore in grado di prendere il testimone. Evitando, per quanto possibile, quegli scivoloni che in questo mestiere non possono mai essere completamente esclusi grazie ad un buon senso del timingsia per gli ingressi sia per le uscite.