I milioni del Vaticanoin affari immobiliari

FEDERICO FRANCHINI caffe.ch 6.6.20

Uno scandalo finanziario da Berna alla Santa Sede

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Londra, 60 di Sloane Avenue. È da questo indirizzo nel quartiere chic di Chelsea che si ramifica una vicenda che ha messo in subbuglio le autorità del Vaticano. Un intrigo finanziario che ha già portato alla partenza, lo scorso novembre, del friburghese René Brülhart, dal suo ruolo di presidente dell’Autorità di informazione finanziaria (Aif), il gendarme antiriciclaggio dello Stato vaticano. Una storia dai contorni ancora poco definiti e che ora ha raggiunto anche la Svizzera: il 30 aprile, tramite nota diplomatica, Berna ha infatti inviato una prima serie di documenti bancari alla Santa Sede. E, come scrivono i giornali italiani, proprio grazie ai dossier arrivati da Berna l’inchiesta ha avuto una brusca accelerata. Venerdì scorso Gianluigi Torzi, finanziere trapiantato a Londra, è stato arrestato dalla Gendarmeria vaticana con le accuse di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, in relazione proprio alla vendita del palazzo. Non solo. Dopo una segnalazione, il 22 novembre il Promotore di Giustizia del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano aveva presentato alla Svizzera una richiesta ufficiale di blocco dei conti elvetici per decine di milioni di franchi. Richiesta accolta. Secondo il Corriere della sera, questi conti porterebbero a “un monsignore che è stato molto vicino al Papa. Il banchiere storico del Vaticano. Il funzionario della Segreteria di Stato. I due finanzieri dell’affare della palazzo di Londra”. E sarebbero “intestati o gestiti da monsignor Alberto Perlasca, figura centrale dentro la Segreteria di Stato vaticana in quanto responsabile degli investimenti”.
Dal canto suo, il Ministero pubblico della Confederazione, che già conduce altre inchieste relative ai fondi del Vaticano, precisa di non avere avviato nessuna indagine a riguardo di questa vicenda. Una vicenda che ruota attorno ad un investimento da oltre 200 milioni di euro. Denaro proveniente dall’Obolo di San Pietro, un enorme salvadanaio dove confluiscono i soldi che i fedeli offrono al Papa come – citiamo dal sito ufficiale – “segno di adesione alla sollecitudine del Successore di Pietro per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità in favore dei più bisognosi”.
Più che di carità cristiana, la vicenda parla di soldi da fare fruttare. È il 2011 quando alcuni emissari di Credit Suisse, nei cui conti svizzeri confluisce l’Obolo, si ritrovano con i vertici della Segreteria di Stato e gli uomini di Raffaele Mincione, finanziere con indirizzo a San Moritz. L’idea è d’investire 200 milioni in una compagnia petrolifera in Angola. L’affare non va però in porto e i soldi vengono indirizzati su un fondo lussemburghese gestito da Mincione che investe nell’acquisto dello stabile londinese. Il tutto avviene tramite una complicata girandola finanziaria dalla quale, alla fine, il Vaticano non avrebbe avuto più voce in capitolo sulla sorte dell’investimento.
Questa strana costruzione arriva alle orecchie delle autorità vaticane che aprono un’indagine. Ad inizio ottobre, i gendarmi del Papa fanno irruzione negli uffici dell’antiriciclaggio per chiarire presunte operazioni opache in merito all’investimento di Londra. Cinque alti funzionari, tra cui il direttore della stessa Aif, Tommaso Di Ruzza, vengono sospesi. Pochi giorni dopo, il 18 novembre, René Brülhart conclude il suo mandato all’Aif.