La moneta alternativa c’è già (e il governo forse se n’è accorto)

Econopoly.ilsole24ore.com 9.6.20

L’autore di questo post è Costantino Ferrara, vice presidente di sezione della Commissione tributaria di Frosinone, già giudice onorario del Tribunale di Latina, presidente Associazione magistrati tributari della Provincia di Frosinone –

In tempo di crisi economica e di liquidità, puntualmente ritorna d’attualità l’argomento dello stampar moneta, pensiero che vanta pari numero di sostenitori ed oppositori, equamente divisi come in una sorta di Parlamento virtuale.

Non sorprende, dunque, che il coronavirus abbia riportato in auge le varie teorie di chi, da un lato, spinge per una politica monetaria europea a carattere fortemente espansivo e di chi, addirittura, paventa la possibilità di dotare il Paese di una moneta alternativa, parallela all’Euro, da far circolare nel territorio nazionale.

Quest’ultima idea può sembrare una forzatura (lo è, probabilmente), ma ha acquisito consensi illustri, basti pensare all’intervista rilasciata nel marzo scorso dal Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale, magistrato illustre che ha ricoperto cariche di rilievo, con preparazione economica d’encomio  (prima Presidente di sezione della Corte dei conti, poi giudice costituzionale nella quota riservata alla magistratura contabile e infine Vice Presidente della Consulta stessa).

Un’idea che, dal punto di vista giuridico, risulterebbe anche percorribile, in quanto l’unico vincolo di sovranità monetaria “ceduto” all’Europa riguarda la c.d. moneta a corso legale, nel senso che le “banconote” emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche aventi corso legale nell’Unione. Il riferimento è limitato alle “banconote”, per cui nulla vieterebbe agli Stati membri di stampare titoli di natura diversa (come ad esempio dei “biglietti di Stato” riconosciuti validi per eseguire i pagamenti all’interno del territorio nazionale). È il caso dei famosi “mini-bot” che qualcuno ricorderà come meteora nelle cronache di un annetto fa.

A parere di chi scrive, tuttavia, una moneta alternativa all’euro esiste già e l’attuale Governo ne ha dato un decisivo impulso nel decreto rilancio. Sto parlando dei crediti d’imposta in generale e, nello specifico delle recenti misure governative, della possibilità di “trasformare” in crediti d’imposta le detrazioni fiscali già previste (e aumentate nella misura) per i lavori di risanamento sismico e recupero energetico.

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In tal senso, va ricordato che l’articolo 121 del citato decreto rilancio ha previsto la possibilità di trasformare tali detrazioni in sconto sul corrispettivo dovuto all’impresa che esegue i lavori o, in alternativa, in credito d’imposta cedibile ad altri soggetti, inclusi istituti di credito. Gli acquirenti potranno utilizzare i crediti per compensare le proprie imposte e contributi nell’arco di 5 anni.

La lettura sostanziale di tale disposizione è chiara. Le detrazioni diventano un elemento da poter essere utilizzato in pagamento alla ditta che esegue i lavori. E cos’è che si usa per effettuare i pagamenti? La moneta, ovviamente. Oppure, le stesse detrazioni possono essere cedute a terzi, sotto forma di credito d’imposta, ricevendo in cambio denaro. Il corollario che ne deriva è: le detrazioni fiscali, alias i trasformati “crediti d’imposta”, sono moneta.
Una moneta alternativa all’euro, che può essere utilizzata per effettuare pagamenti o ceduta, ricevendo in cambio degli euro. Il meccanismo, che di certo andrà rodato nella pratica, ha una potenzialità notevole. Le detrazioni fiscali diventano molto più appetibili, non solo per l’ampliamento della misura (110% dell’importo), quanto soprattutto per la loro fruibilità, prima molto limitata.

Infatti, nel vecchio meccanismo, tali detrazioni potevano essere utilizzate (in 10 anni) a decurtazione delle imposte pagate annualmente dal contribuente che aveva sostenuto la spesa. La platea era già di per sé ristretta a quei soli soggetti che avevano “capienza” fiscale per beneficiare della detrazione e, in più, la percezione del beneficio aveva un appeal del tutto minore rispetto alla nuova configurazione.

La risposta e l’impatto concreto di tali misure non tarderanno a manifestarsi e, almeno secondo chi scrive, superata una fisiologica impasse iniziale, saranno di gran rilievo, potendo porsi come spunto per far fronte ad ulteriori situazioni e ad ampliare il meccanismo, pur nella consapevolezza di operare gli opportuni controlli ed evitare l’effetto boomerang legato a possibili profili abusivi e di evasione fiscale.

Il sistema, ad esempio, potrebbe essere sfruttato nell’ambito dei debiti che la Pubblica Amministrazione vanta nei confronti delle imprese, piaga costante per la nostra economia, a maggior ragione in una contingenza straordinaria come l’odierna. È un problema che ridonda puntualmente nei programmi politici che connotano ogni tornata elettorale e che, di fatto, nessuno ha mai risolto. Del pari, un’analisi lucida del tessuto economico evidenzia una costante per cui una gran parte di imprese sono ingabbiate nella morsa del debito fiscal-contributivo (su cui i ritardi nei pagamenti P.A. giocano, talvolta, un ruolo importante).

Ed è qui che possono essere collegati i due aspetti, per giungere ad una soluzione sinergica. Non sembra impossibile immaginare uno strumento (controllato) di conversione dei crediti vantati nei confronti della Pubblica Amministrazione in crediti fiscali, consentendo la circolazione degli stessi e la possibilità di compensarli con imposte e contributi. Una sorta di “credito d’imposta P.A.”, con una procedura guidata e controllata di affrancamento, attraverso cui le impresse possano certificare i propri crediti verso la P.A. e, a precise condizioni, usufruirne come credito d’imposta e cederli a terzi.

Ciò sulla falsa riga di quanto già è stato fatto per le detrazioni fiscali legate ai lavori sulle abitazioni.

Una moneta alternativa che, sostanzialmente, già esiste e che, nel caso della conversione dei crediti verso la pubblica amministrazione, non comporterebbe neppure un ulteriore indebitamento per lo Stato, né un aumento della liquidità all’interno del sistema.
Si tratta, in sostanza, di sbloccare un qualcosa che c’è, ma che non è fruibile. Liberare l’ostaggio. Si può.