Economia: Nesi, qui serve un nuovo Iri (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

«Pensavo di aver visto e sopportato tutto. La crisi del sistema economico, la continua diminuzione del potere della classe operaia, il terrorismo delle Brigate Rosse, terremoti e nubifragi, l’incredibile nascita di eredi del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, l’antisemitismo in tutta Europa. Non avrei mai immaginato di dover affrontare anche una peste di portata mondiale». Esordisce così Nerio Nesi, raggiunto da MF-Milano Finanza nella sua casa di Torino. 

Bolognese, classe 1925, partigiano, politico di lungo corso, presidente della Bnl, ministro dei Lavori Pubblici nel governo Amato II, saggista, (l’ultima pubblicazione, sulla Banca d’Italia, è uscita pochi mesi fa), Nesi mantiene uno sguardo lucido sul presente, tenendo sempre a mente la lezione di Maynard Keynes e Federico Caffè, e la guida di Edoardo Volterra e Riccardo Lombardi, che considera i suoi maestri. 

Domanda.L’emergenza Covid ha riportato il potere economico allo Stato. L’intervento pubblico a sostegno delle imprese è una soluzione tampone, o diventerà strutturale? 

Risposta. Finita la paura della peste, è iniziata in Italia (ma non negli altri grandi Paesi europei) la paura del cosiddetto “statalismo”, cioè dell’intervento dello Stato nella gestione della economia. “Mai!” hanno scritto i più fanatici privatisti. “Si ma solo temporaneamente!” hanno precisato i privatisti moderati. Ci sono infine i privatisti più audaci che, pur ammettendo che in alcuni settori la presenza pubblica è necessaria, ritengono che essa debba manifestarsi attraverso dei controlli, ma non attraverso la proprietà.A questo proposito mi sembra utile ricordare che nel 1933, il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, presentando al Congresso il disegno di legge che era la base istituzionale della lotta contro i gruppi elettrico – finanziari, dichiarò; “contro le concentrazioni di ricchezza e di potere economico nel campo dei servizi pubblici, una regolamentazione ha poche possibilità di successo”. Nacque così la “Tennessee Valley Authority” di proprietà pubblica.Mezzo secolo dopo, Antonio Giolitti, Ministro del Bilancio del governo italiano,commentando la istituzione dell’Ente Nazionale per l’energia elettrica ( Enel) e dell’Ente Nazionale per gli Idrocarburi ( Eni), espresse il suo pensiero con una dichiarazione che è tuttora, a mio parere, valida. “Con l’ Enel e con l’ Eni ci procurammo gli strumenti per una politica di sviluppo economico equilibrato e di lungo periodo. Oggi gli strumenti di intervento pubblico si sono affinati e la nazionalizzazione può apparire un meccanismo superato. Esistono strumenti diversi dalla proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Rimane tuttavia l’esigenza di una guida dell’economia a vantaggio della collettività nazionale. In sostanza: le esigenze da cui nasceva la nazionalizzazione permangono, anche se possono essere affrontate in modi diversi”.Vorrei aggiungere due episodi di questi giorni: gli azionisti di Lufthansa, la più grande compagnia aerea europea, hanno ceduto allo Stato Tedesco il venti per cento del capitale della Compagnia stessa, dopo aver ricevuto un prestito statale di nove milioni di euro. Un altro episodio mi ha colpito: il più importante capitalista italiano, Leonardo Del Vecchio, che vuole aumentare la sua influenza nel principale gruppo assicurativo italiano, le Generali, ha precisato che intende farlo escludendo a priori fusioni con la compagnia francese Axa e la compagnia tedesca Zurich. E ciò perché (cito testualmente) egli non vuole “compromettere la italianità di Generali, polmone finanziario sul quale il nostro Paese ha bisogno di poter contare”. 

D. Il governo Conte 2 ha gestito la partita nomine, ottenuto dall’Europa la sospensione del Patto di stabilità, blindato le grandi aziende di Stato, etc. Ha in mano le partite più importanti, e il premier sta dando l’impressione di gestirle in autonomia, come si è visto anche dalla quantità di Dpcm. “Scorciatoia” giustificata dall’emergenza o si doveva comunque agire in maniera più corale? R. Il presidente del Consiglio ha dimostrato in pochi mesi una capacità straordinaria di gestire una situazione difficilissima con serietà e competenza. Non lo conosco personalmente, mentre conosco personalmente e stimo il Ministro della Salute, che è stato in questo periodo il suo collaboratore più stretto. Le critiche che sono state rivolte a Giuseppe Conte, sull’opportunità di agire “in maniera più corale” sono corrette, ma occorre riflettere sulle circostanze drammatiche nelle quali egli ha operato.Se posso permettermelo, ricordo le inondazioni nell’Italia del Nord nel 2001, quando ero Ministro dei Lavori Pubblici, e giravo in elgicottero sul Po e sui fiumi del Piemonte, insieme ai tecnici del Ministero, prendendo decisioni spesso necessariamente immediate, e quindi poco “corali”. Riferivo allora al Presidente Ciampi e al Capo del Governo Amato, sicuro di avere il loro appoggio, così come Conte ha agito, per tre mesi, sicuro di avere l’appoggio del Presidente Mattarella. 

D. Ma una crisi come quella di oggi l’avrebbe mai immaginata? R. Pensavo di aver visto tutto e sopportato tutto. Non avrei mai immaginato di dover affrontare anche una peste di portata mondiale. In questi ultimi mesi sono rimasto affascinato dalla reazione di una parte importante della popolazione italiana: l’emergere di quel “senso del dovere” e di quella “responsabilità collettiva” che Il Presidente della Repubblica ha giustamente elogiato. Questo comportamento non ha riguardato però tutta la popolazione: abbiamo visto anche atteggiamenti opposti: furberie, scappatoie, piccole colpe, qualche reato. Ma questo è il nostro Paese, e questo Paese amiamo. 

D. Cdp e Sace sono stati eletti a braccio finanziario del governo. Il Patrimonio Destinato (previsto nel Decreto Rilancio), in particolare, sembra quasi voler fare di Cdp un Iri-bis. Cosa ne pensa? R. Tra gli enti che ha citato, in particolare la Cassa Depositi e Prestiti svolge già compiti che furono affidati a suo tempo all’Istituto per la Ricostituzione Industriale (I.R.I.). Non capisco quindi perché non venga riconfermata quella sigla che, dopo la crisi del 1929, ha avuto un ruolo di eccezionale importanza nella storia economica italiana. Il mio pensiero corre a Alberto Beneduce, allievo di Francesco Saverio Nitti, come Bonaldo Stringher, Donato Menichella, e Francesco Giordani. 

In una riflessione di qualche anno fa, Giuseppe de Rita sognava «il ritorno di Menichella». Contemporaneamente, Massimo Mucchetti, scriveva: «Ci vorrebbe un Beneduce!». Entrambi pensavano a quegli uomini, di diversa origine ideologica e di diversa cultura economica, che avevano costruito un insieme di comportamenti, pubblici e privati, che avevano migliorato l’Italia. A proposito dell’I.R.I., mi consenta però una osservazione polemica: la storia delle imprese a partecipazione statale compone una lunga e fitta rappresentazione nella quale si intrecciano ed alternano aziende decotte e aziende prospere, ritardi tecnologici e innovazioni tecnico-organizzative che hanno talora anticipato di un decennio le imprese private, politiche del personale spesso clientelari ed assistenziali, ma altrettanto spesso più aperte e lungimiranti di quelle praticate nelle imprese private. 

Le imprese pubbliche hanno dato un contributo allo sviluppo del Mezzogiorno e del Paese, assumendosi, in nome e, ovviamente, anche a carico della collettività, l’onere di intervenire in zone e comparti produttivi dove i privati, con la eccezione della Olivetti, non avevano – a quei tempi – alcun interesse o alcuna volontà di farlo. 

Tutto questo è stato ricoperto e spazzato via nella memoria collettiva da una ondata denigratoria che è stata spinta da interessi che dovrebbero essere evidenti, oltre che dall’ideologia del fondamentalismo liberista. Ancora: non è accettabile né sul piano professionale né sul piano morale che siano liquidabili come illusi o servi della partitocrazia uomini che teorizzarono e misero in pratica l’idea che le aziende di proprietà dello Stato dovevano e potevano essere motori dello sviluppo economico e, al tempo stesso, centri di diffusione di una moderna cultura industriale. Sono necessari degli esempi? Enrico Mattei, fondatore dell’Ente nazionale drocarburi ( Eni) al quale si deve la presenza italiana nel mondo del petrolio e del gas. Oscar Sinigaglia, fondatore della nuova siderurgia italiana, Pasquale Saraceno, precursore di un apolitica industriale per il Mezzogiorno, ed inoltre Guglielmo Reiss Romoli, Felice Balbo, Giuseppe Glisenti, Salvino Sernesi, Attilio Pacces, Raffaele Mattioli, Imbriani Longo. 

D. Sui piccoli finanziamenti, invece, le banche non sembrano dare troppo seguito alle indicazioni del governo. La sua Bnl cosa avrebbe fatto? 

R. Non dimentichi che la Banca Nazionale del Lavoro, nel decennio nel quale l’ho presieduta (1979/1989) aveva natura pubblica anche se con una struttura di tipo privatistico. (Assemblea dei Soci, Consiglio di Amministrazione, Direzione Generale, Collegio Sindacale). Non era quindi neanche immaginabile, nè per me nè per i miei collaboratori, cercare di eludere una indicazione del Governo. Situazioni diverse erano quelle di enti finanziari come Mediobanca, che operava senza una reale controllo pubblico, anche se il suo capitale era intestato alle tre Banche “di interesse nazionale” (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano, Banco di Roma) che avevano una origine pubblica. Sono noti a questo proposito i difficili rapporti tra Raffaele Mattioli, Presidente della Banca Commerciale Italiana, il più importante azionista di Mediobanca, e Enrico Cuccia, capo assoluto della stessa Mediobanca. 

fch 

(END) Dow Jones Newswires

June 15, 2020 02:34 ET (06:34 GMT)