Storia di uno dei principali protagonisti del caso Höttinger – “La mia vita sospesain attesa di giustizia”

FEDERICO FRANCHINI Caffe.ch 20.6.20

Sono un uomo senza. Senza fissa dimora, soldi, impiego, cassa malati. Senza speranza nella giustizia”. Alfonso Mattei non ha più le sembianze dell’impiegato bancario. Il suo volto bonario e stanco, fa pensare a un Babbo Natale in pausa estiva. Da oltre sette anni, Alfonso Mattei è indagato nell’affare Höttinger, un’inchiesta del Ministero pubblico della Confederazione (Mpc). Un’inchiesta che, come riferito la scorsa settimana dal Caffè, si sta sgonfiando come un palloncino. Anche per questo ha deciso di confidarsi: “Mi hanno accusato di tutto, accostato alla Camorra, bloccato i soldi. Sono – racconta – andato in Africa, a dare una mano e a vivere di niente. Ora sono tornato per chiudere il conto con la giustizia. Ma, dopo avere creato un dossier della taglia di un elefante e aver partorito un topolino, mi si priva dei mezzi minimi di sopravvivenza”.

Il j’accuse e la sua verità
Questa è la sua storia, la sua verità. Un j’accuse che solleva interrogativi. È accettabile tenere in sospeso per anni la vita di un imputato, distruggendo salute, famiglia e carriera, per poi giungere – chi sa? – ad una condanna di piccolo impatto? È legittimo, fa notare Mattei, accanirsi in inchieste che poi si arenano sullo scoglio della prescrizione o hanno come risultato una versione sbiadita del disegno investigativo iniziale? 
Nel sottobosco della piazza luganese, i rischi sono dietro l’angolo. Tanto più in una realtà piena di falle come quella della filiale ticinese della Höttinger dove Mattei viene assunto nel 2009: “Ero impiegato al 60% e convinto di aver fatto una buona scelta per la mia carriera: si trattava dell’istituto bancario privato più vecchio a livello svizzero, con una ottima reputazione”.

L’arresto a Napoli del direttore
I fatti hanno poi raccontato un’altra storia. Nel 2010, la filiale diventa Rz et Associés Lugano, dalle iniziali del nuovo proprietario: Rocco Zullino, direttore generale, azionista unico, consulente e responsabile antiriciclaggio. La mancanza di separazione dei ruoli è lampante. Il 17 maggio 2013, poco dopo essere stato licenziato “senza valido motivo”, Mattei viene convocato da Pierluigi Pasi, allora responsabile dell’antenna ticinese dell’Mpc. Il motivo lo intuisce: qualche tempo prima il suo ex datore di lavoro è stato arrestato a Napoli, sospettato di riciclare per il clan dei Polverino. Non solo: la stampa parla anche di malversazioni su un conto del Fondo edifici di culto (Fec), un’entità del Ministero degli interni italiani. L’inchiesta elvetica era scattata un anno prima, dopo un’informazione giunta da Roma. Quanto potrebbe essere avvenuto alla Höttinger puzza. La banca – per l’accusa – ospita conti di uomini vicini alla camorra: è logico volerci vedere chiaro, tanto più che, in quella vicenda, emergono legami inquietanti tra criminalità organizzata, alti funzionari dei servizi e finanzieri d’assalto. Quale il ruolo della banca? Quale quello dei banchieri luganesi? Queste le domande a cui gli inquirenti vorrebbero dare risposta. Sulla lista degli indagati finiscono la Höttinger, la Rz, Zullino e altre persone tra cui Mattei. Le accuse sono pesanti: riciclaggio aggravato, truffa e criminalità organizata. Per mesi, l’uomo non ha accesso agli atti. Quello che sa, lo legge solo sui giornali. E non è bello: “Non immaginate – racconta ancora – la paura quando scopri di aver lavorato con un presunto mafioso, con quello che può comportare per la mia sicurezza fisica e quella dei miei cari”.

La criminalità organizzata
Nel 2014, il sospetto di appartenenza ad un’organizazzione criminale cade. Certo, due membri dei Polverino avevano conti alla Höttinger, ma, fino al 2012, non si poteva sapere che erano uomini del clan. Rimane però aperto il filone Fec a cui si aggiunge, per Mattei, una denuncia privata per una presunta truffa: “Si è preso sistematicamente per vere le accuse di clienti che volevano recuperare i loro soldi, persi in investimenti sbagliati nonché nel fallimento della Banca Höttinger. Mi vennero così bloccati tutti i miei averi mettendomi nell’impossibilità di fare fronte alle spese”. Dopo nove interrogatori, il bancario ticinese è psicologicamente sfinito: “Ho deciso allora di cercarmi una ragione di vita altrove e sono partito per l’Africa, libero legalmente di farlo, lasciando amici, famiglia e amore. Con due valigie sono approdato infine in Camerun dove ho vissuto gli ultimi anni lavorando gratis in ambito umanitario”. 
Nel frattempo l’inchiesta è andata avanti a rilento. È inizio 2019, quando tutto si riaccende con l’invio al Tribunale penale federale di un primo atto d’accusa. Un documento che i giudici respingono poiché giudicato impreciso e vago: per l’Mpc è una sconfitta che costringe ad un nuovo ridimensionamento dell’inchiesta e all’abbandono del procedimento contro la Höttinger e la Rz. A 8.500 km dal Ticino, Alfonso Mattei vive la sua nuova vita. La Procura vuole però interrogarlo e gli chiede di ritornare: “Avrei potuto legalmente restare in Camerun ed aspettare che tutto andasse in prescrizione, ma ho deciso di tornare a mie spese e dare come sempre la mia disponibilità”.

I soldi ancora bloccati
Il resto è storia recente. Dopo l’abbandono delle accuse più gravi, a febbraio, l’Mpc comunica l’imminente chiusura delle indagine. Prescritto il riciclaggio, se processo sarà, Mattei dovrà difendersi dall’imputazione di truffa, falso in bilancio e amministrazione infedele. “Reati che contesto integralmente”, dice mentre ripercorre la vicenda che lo ha segnato e lo segna tuttora: “Di recente mi è stata respinta la richiesta di uno sblocco parziale dei miei soldi per far fronte ai minimi bisogni vitali in Svizzera”. Senza denaro, senza casa, senza impiego, la sua vita scorre da un canapé all’altro a casa di qualche amico.

Una insolita richiesta
Una vita sospesa nell’attesa di un processo che non arriva: “È stato aperto un dossier gigantesco con l’ombra della mafia, indagando su tutto, tra cui me con la scusa che non potevo non sapere e, dopo otto anni, mi ritrovo nell’indigenza più assoluta, nell’illegalità amministrativa, accusato di reati minori, incensurato ma trattato sempre con presunzione di colpevolezza e in un declino fisico e psicologico che potrebbe portare a delle conseguenze irreversibili”. Per far fronte ai bisogni vitali, Mattei ha chiesto persino di essere incarcerato. Invano. Dopo una lunga e costosa indagine che, comunque vada, finirà per essere ridimensionata anche a causa degli errori di chi l’ha condotta, attende un gesto di clemenza.