La ripartenza – Se le classi dirigenti, pur in evidente difficoltà, provano a riorganizzarsi dopo lo shock, la nostra parte è ancora disorientata. Ma come iniziamo a vedere dagli Usa, il «rilancio» non verrà dall’alto ma da radicali conflitti sociali

Giulio Calella jacobinitalia.it 27.6.20

Le ultime settimane hanno visto il ritorno anche in Italia dei movimenti. Le varie piazze autoconvocate di Black Lives Matter sulla scia delle rivolte afroamericane – piene soprattutto di giovani, donne e seconde generazioni figlie di migranti –, il risveglio dell’attivismo sociale con mobilitazioni seppur simboliche di fronte agli Stati generali del Governo, le piazze milanesi di contestazione del «modello sanitario lombardo» e le mobilitazioni di insegnanti, studenti e genitori per un reale rilancio dell’istruzione pubblica dimenticata durante la pandemia. 

Si inizia pian piano a uscire dallo stordimento del lockdown, ma ancora non è facile, anche per le aree politiche più radicali e i settori di movimento del nostro paese, immaginare come agire un conflitto sociale e politico all’altezza di un contesto in cui incombe il rischio di un profondo peggioramento delle diseguaglianze sociali – e di un’ulteriore regressione politica.

Sognando l’America

È utile in questo senso un confronto proprio con gli Stati uniti. La sconfitta di Bernie Sanders alle primarie del Partito democratico poteva creare una profonda depressione politica a sinistra, ma la calma piatta del lockdown è stata bruscamente interrotta dal protagonismo conflittuale del principale soggetto sociale vittima della crisi sanitaria prodotta dal Covid-19 e di quella economica conseguente al lockdown. Il movimento ha al centro un soggetto sociale riconoscibile e il vantaggio di aver individuato nemici chiari: da un lato lo strapotere violento e razzista della polizia, dall’altro un presidente come Donald Trump, vicino ai suprematisti bianchi e nemico numero uno del Medicare for all, la proposta di sanità pubblica di Sanders che proprio in questa fase mostra tutta la sua urgenza. 

Si tratta di un movimento nato all’improvviso sull’onda dell’indignazione per le immagini del terribile omicidio di George Floyd, ma non viene dal nulla. È figlio di cinque anni di lotte sedimentate da Black Lives Matter e di un decennio di radicalizzazione a sinistra negli Usa dopo la crisi economica del 2007-2008, con prima il movimento Occupy Wall street e poi le due campagne presidenziali di Sanders che – nonostante le sconfitte – hanno radicalizzato migliaia di giovani e sdoganato una parola tabù negli Usa da tempi immemori: «socialista». Di questo percorso è del resto figlia e protagonista la stessa rivista Jacobin

Il movimento statunitense non è ovviamente esente da rischi. Il consenso crescente attorno alle sue rivendicazioni deve guardarsi da un lato dalla morsa dell’imminente campagna elettorale presidenziale, in cui l’urgenza di battere Trump si scontra con la «non alternativa» rappresentata da Joe Biden, dall’altro da un viscido tentativo di «brandizzazione» e trasformazione a-conflittuale di alcune istanze del movimento da parte delle grandi corporation – come si nota ad esempio dalle donazioni a Black Lives Matter da parte di Netflix e Airbnb. Rischi che può schivare solo rafforzando la propria indipendenza politica e organizzativa e chiarendo sempre di più i propri obiettivi.

L’assenza della sinistra durante il lockdown

Se in questi dieci anni negli Usa si è creato uno spazio politico assente da un secolo, nel nostro paese gli anni successivi alla crisi economica del 2007-2008 hanno invece svuotato quello spazio. Il paese che vantava il Partito comunista più forte d’occidente e i movimenti più duraturi negli anni Settanta è diventato «un paese senza sinistra», e la rabbia sociale è stata prima catalizzata dalle lotte anti-casta dei grillini e poi da quelle apertamente razziste di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. 

L’assenza della sinistra è stata accecante durante il lockdown, con il dibattito – al netto degli scontri tra virologi – polarizzato da un lato dalla figura del presidente del consiglio Giuseppe Conte e dall’altro dal nuovo presidente di Confindustria Carlo Bonomi, nominato in corsa durante la pandemia per dare maggior aggressività alla «lotta di classe dall’alto». Questa polarizzazione ha comportato almeno la momentanea perdita di consenso per la destra sovranista, ma ha mostrato anche l’assenza di una proposta di cambiamento complessivo di politica economica di fronte a una crisi che eppure suona come una dichiarazione di fallimento di un sistema marcio. 

Negli ultimi anni, del resto, la progressiva perdita di peso organizzativo e di visione politica di tutti i partiti ha aumentato la centralità dei presidenti del consiglio – basti pensare al ruolo avuto da Silvio Berlusconi e Matteo Renzi nel catalizzare consensi e conflitti. È stata questa l’ingenuità tattica di Luigi Di Maio e Matteo Salvini: pensare di comandare mettendo un prestanome alla Presidenza del consiglio del governo giallo-verde. Pian piano il prestanome si è preso tutto lo spazio garantito alla propria posizione, che è poi cresciuto a dismisura nella gestione dell’emergenza, con il temporaneo svuotamento anche formale del parlamento.

Grazie all’assenza della sinistra Conte ha potuto raccogliere simpatie anche in funzione anti-Salvini e Meloni – attaccati spesso direttamente per le loro capriole propagandistiche sulla gestione dell’epidemia – così come in funzione anti-Bonomi, essendosi mostrato più prudente rispetto a Confindustria nei momenti più alti del contagio. Nonostante le fabbriche siano state le ultime a chiudere – dopo scuole, università, uffici pubblici, ristoranti, negozi al dettaglio e perfino parchi pubblici e giochi per bambini… – e siano state concesse agli industriali innumerevoli deroghe alla chiusura.

Questa polarizzazione ha fatto il gioco di entrambi: Conte è apparso equilibrato e rassicurante come ci si aspetta da un Presidente in un momento di crisi sanitaria, Confindustria è risultata il soggetto più combattivo e voglioso di ripartire, continuando ad alzare la posta a proprio favore. Nel frattempo qualsiasi proposta antiliberista ha incontrato un sostanziale vuoto politico. E grattando bene tra le proposte presentate da Confindustria, le «slide» della task force governativa di Vittorio Colao e i 187 progetti discussi da Giuseppe Conte durante i pomposi quanto vaghi Stati generali, troviamo la stessa filosofia di fondo: concentrare qualsiasi politica economica sulle imprese, con l’idea che sostenendo la loro liquidità la mano invisibile del mercato farà «sgocciolare» la ricchezza al resto della popolazione. 

Così, mentre si attendono circa 200 miliardi di euro di aiuti europei, il governo non si appresta a varare alcun piano vincolante per le imprese su come spendere i soldi, con garanzie sui posti di lavoro e sull’impatto ecologico della produzione per orientarsi verso l’urgente transizione ecologica. Al contrario, proprio la profonda crisi giustifica progetti ad alto impatto ambientale pur di far ripartire il motore dell’economia, come l’alta velocità ferroviaria e il Ponte sullo stretto di Messina. E il Ministro dell’economia Roberto Gualtieri propone di eliminare «almeno temporaneamente i disincentivi ai contratti a termine», aumentando così ulteriormente la precarietà. E non emergono strumenti strutturali per redistribuire la ricchezza quando i già insufficienti sussidi emergenziali termineranno. 

In molti a sinistra hanno guardato con speranza al ritorno del ruolo dello Stato in economia, ma come nota Emiliano Brancaccio sull’ultimo numero di Jacobin Italia, l’idea di fondo sembra quella di un «socialismo per ricchi»: un nuovo protagonismo dello Stato al servizio dei grandi capitali, attraverso una shock economy che avvii il matto e disperatissimo tentativo di riavvicinarsi ai precedenti margini di profitto. A questo serve l’aggressività del nuovo presidente di Confindustria.  

Per riprenderci il futuro

Se le classi dirigenti, pur in evidente difficoltà, provano insomma a riorganizzarsi dopo lo shock, la nostra parte è ancora disorientata e sconta i rapporti di forza sociali e politici profondamente deteriorati negli anni precedenti, con le stesse forze sindacali apparse in queste settimane del tutto rinunciatarie. L’accelerazione degli eventi prodotta da questa crisi, e gli effetti sociali che cominceranno a mordere nei prossimi mesi, possono però far scoppiare conflitti sociali improvvisi e repentini salti nella coscienza collettiva, come abbiamo già visto in questi mesi sul ruolo della sanità pubblica. 

Gli effetti della crisi del 2007-2008 produssero negli anni successivi esplosioni di movimento in diverse parti del mondo – dagli Usa alla Spagna, dalla Grecia al mondo arabo – mandando in crisi più o meno ovunque lo schema politico bipolare istituzionalizzatosi anche in Europa negli anni Novanta. Non a caso nell’ultimo decennio abbiamo assistito alla scomparsa o trasformazione di diversi soggetti politici e alla nascita di nuovi – basti pensare alle forze politiche populiste di destra e di sinistra. Gli effetti dell’attuale crisi si annunciano ben più devastanti, e se le stesse cause producono gli stessi effetti possiamo attenderci sommovimenti politici e sociali ancora più profondi, di cui il movimento afroamericano può essere solo la prima avvisaglia. 

Per le forze sociali, culturali e di movimento che hanno mostrato vitalità anche nel vuoto politico a sinistra del nostro paese, la sfida è sintonizzarsi con i nuovi conflitti sociali, per ribaltare il paradigma liberista e porre un argine a ulteriori scivolamenti verso la destra sovranista. Proponendo coalizioni intersezionali e vertenze concrete, e avendo la capacità di immaginare allo stesso tempo un nuovo futuro.  

Alcune rivendicazioni emerse durante i mesi di lockdown prefigurano già le lotte di classe a venire, mettendo in discussione le fondamenta su cui si è costruita la tradizionale gerarchia delle diseguaglianze nel mondo del lavoro. Lavoratori e lavoratrici rivelatesi essenziali durante la pandemia – braccianti, rider, infermiere, badanti, netturbini ecc. – non possono più accettare i precedenti livelli retributivi e le attuali condizioni di precarietà e sfruttamento. La necessità di redistribuire la ricchezza e il lavoro fa emergere la richiesta di una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario e di misure strutturali di sostegno al reddito. Il grave pericolo da cui sono stati travolti servizi pubblici come sanità e istruzione rendono chiaro il bisogno di un ingente piano di investimenti. La stessa modalità di emersione del virus è apparsa un avvertimento di cosa succederà se continueremo con la devastazione ambientale di questo modello produttivo, e rafforzato l’urgenza di riscoprire l’agroecologia in alternativa agli allevamenti intensivi, di aumentare i trasporti pubblici e bloccare le produzioni inquinanti. La moltiplicazione delle reti di mutuo soccorso ha infine nutrito quella che David Harvey chiama «immaginazione socialista», evidenziando come l’autorganizzazione e la cooperazione dal basso siano state essenziali anche quando l’unica salvezza sembrava l’isolamento sociale. 

Per mesi ci hanno raccontato che eravamo tutti sulla stessa barca. Ma ora che i nodi iniziano a venire al pettine è ancora più urgente dividere la nostra parte dalla loro. Perché il «rilancio» non arriverà tramite decreto.

*Giulio Calella, co-fondatore di Alegre, è membro del desk della redazione di Jacobin Italia.