Cattolica e la Chiesa veronese, una lezione dalla sconfitta – L’accordo con Generali evidenzia i limiti di una cooperativa storicamente costruita su una adesione formale ai principi della dottrina sociale cristiana.

Vescovo-Zenti

Mons. Giuseppe Zenti

Luigi Viviani Verona-in.it 3.8.20

La vicenda di Cattolica Assicurazioni ha coinvolto direttamente, e non poteva essere altrimenti, anche la Chiesa veronese, essendo Cattolica una realizzazione nata nella stagione dell’intransigentismo cattolico dell’800, quando vigeva il non expedit per l’attività politica, e che aveva orientato l’impegno dei cattolici in diverse realizzazioni di carattere economico e sociale.

Una iniziativa rilevante che, con alterne vicende, è arrivata fino a noi. Di quel tempo conserva oltre il nome, anche un articolo dello Statuto che prevede, per diventare socio, l’esplicita, dichiarata appartenenza alla fede cattolica. Un fatto che mal si concilia con la realtà della nostra società secolarizzata e che, per certi versi, ha reso questa impresa, fondata sulla struttura cooperativa con la partecipazione di migliaia di soci, una anomalia nel complesso mondo della finanza assicurativa e, anche per questo, dotata di una certa fragilità.

Su queste radici cattoliche negli ultimi anni aveva lavorato mons. Adriano Vincenzi per ravvivare questa identità attraverso un rinnovamento della classe dirigente interna e con alcune iniziative di chiaro segno cattolico e solidale come l’organizzazione del Festival della dottrina sociale cristiana e una Fondazione di Cattolica impegnata in alcuni progetti innovativi, relativi in particolare al futuro dei giovani.

Dopo la morte di mons. Vincenzi e la rotturatra il presidente Paolo Bedoni e l’ad Alberto Minali questo progetto si è rotto e la situazione è precipitata. La Chiesa Veroneseha assunto da subito una posizione di netta difesa dell’identità che Cattolica era venuta assumendo. Il vescovo Giuseppe Zenti, in prima persona, ha criticato l’imperante logica del profitto che ha preso il sopravvento contraddicendo questa identità cooperativa e solidale; gran parte delle iniziative di dissenso e contrapposizione alle scelte di Bedoni, compreso il ricorso in Magistratura, trovano la loro fonte in alcune espressioni del mondo cattolico locale.

Tuttavia, fin da subito si è capito che lo scontro era impari e che l’esito negativo era scontato. Tutto quanto si era cercato di costruire era frutto di un patto di fiducia reciproca tra il gruppo dirigente e la Chiesa locale, che tra tra l’altro con le parrocchie e l’insieme delle opere cattoliche costituisce una parte significativa del mercato assicurativo di Cattolica. L’identità cattolica era un fatto scontato, garantito anche formalmente dallo statuto, che contava relativamente nelle scelte gestionali della società se non in termini genericamente finalistici.

Quando tra finanza e identità cattolica sono sorti dei problemi, determinati da uno scontro di potere interno, si è palesata l’inadeguata competenza del gruppo di vertice rimasto che, per difendere se stesso, non ha esitato ad abbandonare ogni difesa dell’identità storica di Cattolica per cercare un solido punto di riferimento finanziario come Generali, utilizzando la necessità della ricapitalizzazione come via di ingresso di quest’ultima alle sue condizioni. Tecnicamente si è trattato del salvataggio di un gruppo dirigente a spese dell’identità e del futuro della società che ha diretto e che sarà inevitabilmente sostituito da chi detterà la strategia e le regole di gestione del futuro.

Per la Chiesa veronese è stata una sconfitta che, a mio avviso, deriva dai limiti di un patto costruito su una adesione formale ai principi della dottrina sociale cattolica con persone non adeguatamente competenti e capaci professionalmente di quel di più necessario per tenere assieme strategia e gestione lungimirante ed efficiente con i maggiori problemi derivanti da una struttura cooperativa diffusa che persegue finalità solidali.

Per la Chiesa si pone il problema più generale di un rapporto rinnovato con i laici cristiani impegnati nelle attività temporali, sia politiche che economiche o altre. Più che adesione e obbedienza formale ai principi cristiani servono persone credenti e competenti capaci di esercitare il loro ruolo nella società con la libertà e la responsabilità derivanti da una coscienza esigente. La testimonianza della vita dovrà essere il loro segno distintivo, e per questo la Chiesa, ora minoranza nella società italiana, dovrà, in modo umile e rispettoso, spendere le sue migliori energie, teologiche e culturali per una preparazione approfondita, necessaria a diventare vera classe dirigente. Nell’epoca del prevalere di atteggiamenti genericamente anticasta, potrà essere un modo profetico di presenza nella nostra società.