SPY FINANZA/ I siluri (via spread) pronti ad arrivare sull’Italia

Pubblicazione: 08.09.2020 – Mauro Bottarelli il sussidiario.net

Silenziosamente e lentamente, lo spread sale. Anche se non sembra, questo può tramutarsi in un grave problema per il nostro Paese

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Se vuoi risparmiare, gli scarponi da sci li compri a luglio. E i costumi da bagno, a febbraio. Certo, dovrai accontentarti del modello dell’anno precedente. Ma se cerchi il risultato, ovvero comprare a poco ciò che costava molto, occorre operare in maniera contrarian. Lo stesso vale per lo spread. Continuare ossessivamente a osservarlo, quando è in impennata, appare unicamente un esercizio di stile. Sterile. Una volta rotto un certo livello, non contano più i 5 o 10 punti base in più: conta che sei con le spalle al muro. E a quel punto, averlo a 490 o 515 non fa differenza. Il nostro spread sta salendo. Poco, per carità. Ma sale. E non dovrebbe, visto che quello greco continua a essere più basso del nostro e Atene è appena tornata con successo sui mercati, collocando 2,5 miliardi di carta da parati travestita da debito. A meno che qualcuno non stia cominciando a prendere sul serio ciò che fino a qualche settimana fa veniva derubricato come chiacchiericcio per ossessionati, tipo il sottoscritto.

Nel corso di un incontro pubblico tenutosi ad Amburgo nel fine settimana, Jens Weidmann ha parlato chiaro, in vista del board della Bce di dopodomani. Non solo a suo avviso sarebbe il caso di rivedere controvalori (o durata) del Pepp, ma ha addirittura messo in guardia dalle “pericolose illusioni debitorie” legate al Recovery fund così come è stato concepito in sede di Consiglio Ue. E attenzione, quando parla di certi argomenti, il capo della Bundesbank lo fa forte anche del mandato diretto e ufficiale conferitogli sul finale del mese di luglio dalla Corte di Karlsruhe. La quale è stata chiara: tocca alla Banca centrale decidere se i cicli di Qe dell’Eurotower siano proporzionati al loro mandato statutario. E in caso non lo ritenesse, decidere di sospendere la propria partecipazione. E signori, senza Bundesbank, il Pepp è morto. Un minuto dopo la comunicazione via mail.

Ma chi sta vendendo il nostro debito? Paradossalmente, potrebbero essere soggetti domestici. Ad esempio, le assicurazioni. Unipol in tal senso è stata chiara, prima della pausa estiva: ci tocca tagliare le detenzioni di Btp in favore di titoli esteri. La ragione? I portfolios devono riflettere e tutelare l’interesse dei clienti. A quanto pare, l’indigestione di titoli di via XX Settembre non risponde a questo criterio. Nonostante il Pepp. Nonostante il Recovery fund. Nonostante i fondi Sure già incassati e quelli del Mes che verranno richiesti a breve, magari in base a un bel do ut deslegato al al referendum sul taglio dei parlamentari. D’altronde, signori miei, le cose stanno cambiando. In fretta. Christine Lagarde e la sua allegra brigata di adoratori del debito dopodomani dovranno dare una risposta, almeno a un paio di interrogativi.

Primo, perché al netto di un bilancio dell’Eurotower doppio rispetto al 2016, in agosto l’inflazione nell’eurozona è andata in territorio negativo per la prima volta proprio da quell’anno? Non sarà che, colmo dei colmi, il Qe così com’è strutturato da ormai otto anni semplicemente non funziona più? Ovvero, invece di combattere la deflazione, la genera? Secondo, cosa si fa con l’euro? Accettiamo un tasso di cambio che flirta con la quota psicologica di 1,20 ancora per molto, calcolando che da qui al 3 novembre dagli Usa occorre attendersi letteralmente di tutto e che le nazioni esportatrici – leggi la Germania ma non solo – si troverebbero a operare in modalità di ripresa con un peso ulteriore sulle spalle? E poi, tanto per non dimenticare nulla, come si spiega il fatto che proprio la ripresa post-lockdown si è piantata in tutta Europa e il tasso di disoccupazione giovanile è tornato a salire in Italia, Spagna e Grecia? Che si fa, si continua a devastare il mercato con operatività manipolatrice e il bilancio della Bce con acquisti monstre, di fatto in nome del nulla?

Perché signori, il Pepp finora è servito solo a tenere compressi artificialmente gli spread. Punto. Al resto, ci ha pensato la mega asta di rifinanziamento bancario a lungo termine Tltro di giugno: ma il credito, per quanto ci vengano spiattellate percentuali ridicole, non si è riattivato nel suo meccanismo di trasmissione. Resta o nel bilancio Bce sotto forma di assets acquistati o in quelli delle banche, sotto forma di cuscinetto prudenziale per evitare (o rimandare) aumenti di capitale e per acquistare titoli di Stato. Il solito, vecchio doom loop. Certo, la Bce potrebbe non rimettere sul mercato il debito a scadenza, di fatto sterilizzandolo e offrendo ancora un po’ di ossigeno e di tempo, ma si tratta sempre di rimandare l’esecuzione del condannato, non di graziarlo o scagionarlo dall’accusa. 

A mio avviso, l’Italia ha tempo fino alla mattina del 22 settembre. Per quanto il Governo minimizzi, infatti, la tensione sullo spread di queste ore è figlia legittima delle aspettative rispetto ai contraccolpi che il voto regionale avrà sulla tenuta dell’esecutivo. Non a caso, il senatore Salvini sta pesantemente alzando la posta e il livello di scontro. E altrettanto chiara appare la disperazione crescente dalle parti di palazzo Chigi, comunicata platealmente al mondo attraverso quel maldestro tentativo di ridicolizzare il profilo politico di Mario Draghi – “Volevo proporlo alla Commissione Ue, ma ha detto che era stanco” – in vista proprio del redde rationem che ci attende fra due settimane. 

Ma attenzione, perché anche un cambio di guida al governo che possa essere “gradito” all’Europa e ai mercati potrebbe non bastare. La stampa ha infatti silenziato una notizia decisamente pesante per i destini post-lockdown dell’eurozona. Mentre il Paese fa i conti con un aumento esponenziale dei nuovi contagiati, infatti, il Governo francese ha dovuto ammettere implicitamente che quanto stanziato finora non è stato sufficiente per riattivare l’economia, alla luce di previsioni che vedono il Pil a -11% a fine 2020 e dopo un -13,8% del secondo trimestre. Il nuovo pacchetto di stimolo equivale al 4,5% del Pil e porterà il totale di quanto messo in campo finora a circa il 10% del Prodotto interno lordo francese: parliamo di altri 100 miliardi, divisi fra tagli fiscali e incentivi per le imprese (30 miliardi), investimenti in conversione verde e trasporti (35 miliardi) e coesione sociale (35 miliardi), ovvero sussidi. E come si finanzia una simile messe di denaro iniettata nell’economia, quando la ratio debito/Pil è già vista al 121% alla fine di quest’anno? 

Oltralpe, beati loro, non hanno geni incompresi dell’economia che punterebbero tutto su fantasiosi Baguette-bonds e vie autarchiche al finanziamento, quindi stanno seguendo pedissequamente la ricetta italiana. Ovvero, farsi forti dei fondi europei legati proprio al Recovery fund. Il quale, se ben ricordate, nasce in fase preliminare come proposta franco-tedesca alla crisi di Covid, poi ampliato negli ammontare e istituzionalizzato in sede di Commissione UE e Consiglio europeo. Volete dirmi che, se la situazione dovesse aggravarsi a tal punto da costringere la Francia a un nuovo lockdown, più o meno totale, Parigi non tenterà l’assalto alla diligenza, ridiscutendo l’intero pacchetto di aiuti, visto che l’iniziativa nasce proprio su spinta di Parigi e Berlino? E alla luce di quanto espresso da Jens Weidmann, pensate che non partirà una clamorosa messa all’angolo dell’Italia e della sua volontà di spesa dei 209 miliardi potenzialmente stanziati in suo favore? 

Vi faccio sommessamente notare che, mentre tutti i media si strappano le vesti per la riapertura della scuola e i banchi in stile Goldrake, ci ritroviamo con un Governo paralizzato nell’attesa del voto del 20 e 21 settembre, il quale però entro il 15 ottobre deve inviare alla Commissione Ue il testo del Recovery Plan dettagliato rispetto alle destinazioni d’uso dei fondi. Che si fa, come al solito arriveremo alla logica delle maratone notturne e degli invii dell’ultimo minuto? E pensate che una Francia in queste condizioni non sfrutterà l’occasione, mettendoci nel mirino ed esponendoci al pubblico ludibrio, per la gioia dei Paesi frugali? 

Signori, c’è poi una variabile da tenere in conto: le banche francesi, molto attive e molto interessate al mercato del credito del nostro Paese, hanno in pancia circa 285 miliardi di titoli di Stato italiani. Cosa accadrebbe se, seguendo l’esempio stesso di alcune nostre compagnie assicurative, dovessero casualmente decidere di scaricarne anche solo il 3-5% sul mercato, di colpo? Un effetto 2011. Al cubo, però. Perfetto per mandare fuori controllo il nostro spread e tramutarci automaticamente da percettore privilegiato di fondi Ue e grande malato d’Europa, quindi destinato alla terapia intensiva del commissariamento. Di colpo, qualsiasi altra criticità finirebbe nel dimenticatoio. In primis, il mega-deficit francese. E spiace doverlo ricordare, perché immediatamente evoca la predisposizione d’animo al pensar male, ma di quale nazionalità è il passaporto nell’elegantissima borsetta di Christine Lagarde? Calcolando poi la quantità di porcheria nella pancia delle banche francesi, da auto-callables pericolosamente legate al mercato sucoreano a leveraged loans e altre stuzzicherie esotiche nascoste nei meandri del Level 3, capite da soli che qualcuno a Francoforte potrebbe essere tentato dal mostrare un occhio di riguardo verso l’Eliseo. Indovinate a discapito di chi? 

E, soprattutto, a tempesta scatenata, indovinate chi potrebbe banchettare sulle macerie di aumenti di capitale a raffica dei nostri istituti, ancora stracarichi di Btp tramutatisi nel frattempo in kriptonite? Lo spread parla. Soprattutto quando appare basso. E si muove lento.