Finanza: indigestione di Stato (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il Covid frena il m&a. Lo stop è quasi del 50% nei primi sei mesi. Da gennaio a giugno sono state portate a termine 381 operazioni per un controvalore di circa 20 mld, oltre la metà sono acquisizioni all’estero da parte di aziende italiane. Altri 15 miliardi di deal sono stati annunciati. Nei mesi estivi si sono aperti numerosi dossier e la sfida ancora aperta è recuperare i risultati del 2019, quando si sono chiuse 1000 operazioni per 52 mld di controvalore. I dati sono emersi durante gli M&A Awards promossi da Kpmg, FineuropSoditic e ClassEditori, con il patrocinio di Aifi e Università Bocconi. La sedicesima edizione dei premi per le aziende che usano le fusioni per accelerare la crescita quest’anno si è svolta in diretta su ClassCnbc (televisione del gruppo Class E. Che assieme a DowJones&Co. Controlla questa agenzia). Sul podio, per le diverse categorie : Interpump per l’acquisizione di Reggiana Riduttori, CKHoldings per l’operazione su Magneti Marelli, Bracco Imaging per l’acquisizione di Blue Earth Diagnostic, e Zucchetti come Serial Aquirer. A guidare la giuria che ha selezionato le aziende vincitrici Massimo Tononi. Per l’ex banchiere di Goldman Sachs, già presidente di Cdp e Borsa Italiana, attuale presidente di BancoBpm, nello scenario post Covid il principale rischio è legato a un eccessivo interventismo dello Stato. 

Domanda. Volumi in discesa e dimensioni delle operazioni in calo. La fase di emergenza è solo una parentesi o il m&a è in stallo? 

Risposta. Storicamente l’Italia ha visto un’incidenza del m&a più bassa rispetto ad altri paesi, perché la propensione all’apertura del capitale da parte di molti imprenditori è contenuta. Questo elemento emerge anche dal numero limitato di quotazioni in borsa. Il 2020 offre molti spunti di riflessione. C’è stato un rallentamento nel secondo trimestre, ma le operazioni in cantiere sono tante. Questo perché chi lavora sul fronte del m&a nelle fasi di crisi ottiene storicamente poi dei ritorni più elevati. Mi auguro che sia un m&a di crescita e non un m&a di salvataggio. 

D. Come sta cambiando il mercato post-Covid? 

R. In questo momento una peculiarità del nostro Paese è che il compratore in molti casi sembra essere lo Stato. Lo vediamo in tante situazioni: Autostrade, Rete Unica, Alitalia, Banca Popolare di Bari, addirittura un’azienda di salumi, e forse la stessa Borsa, almeno in parte. È indubbio che in momenti come questo il rischio che aziende strategiche del Paese vengano assorbite da acquirenti esterni è rilevante. Quindi c’è un forte favore nell’opinione pubblica e nel mondo politico su ipotesi di intervento pubblico. Il termine stesso nazionalizzazione, che un tempo veniva visto con molto sospetto, oggi viene addirittura auspicato. Personalmente sono scettico, e anche un po’ preoccupato, perché temo un’eccessiva presenza dello Stato non tanto nel capitale, che in alcuni casi è necessario, ma soprattutto nella governance delle imprese italiane. 

D. In tutte le partite che lei citava Cdp sta giocando da protagonista. 

R. L’opinione che ho espresso l’avevo già da prima e non l’ho cambiata per effetto del ruolo che ho svolto in Cdp. Bisogna ricordare che le risorse di cui si parla sono dei contribuenti, dei risparmiatori postali, quindi vanno utilizzate con accortezza. In alcuni casi è opportuno che queste vengano dispiegate per sostenere le imprese italiane. Ma la storia ci dimostra che nel lungo termine può produrre conseguenze negative. Questo perché crea incentivi talvolta sbagliati e perversi nel management e quindi decisioni non nell’interesse delle imprese stesse. 

D. Pensa anche all’utilizzo del Golden Power? 

R. Il Golden Power, se ben utilizzato, è un filtro per evitare che le imprese cadano sotto la gestione di soggetti inadeguati. L’estensione di questo strumento oltre confini fisiologici è preoccupante. Soprattutto se poi è lo Stato a farsi carico della governance e della gestione. Parliamo di una fattispecie che in alcuni casi è legittima e anche proficua, in molti altri casi no. 

D. Lo Stato è entrato anche nella partita sul futuro di Borsa Italiana. La scelta di un investimento diretto, e di schierarsi con uno dei soggetti in gara è stata criticata. Lei come la vede. 

R. Innanzitutto i valori messi in campo dagli offerenti per Borsa Italiana sono estremamente elevati, quindi congratulazioni a tutti coloro che hanno condotto Borsa in questi anni. Naturalmente io mi escludo, mi riferisco all’ad Jerusalmi e al suo team, che hanno fatto un grande lavoro che oggi ci viene riconosciuto da acquirenti esteri. È importante però che si preservi l’equità di trattamento tra tutti i soggetti. Quindi se c’è la presenza dello Stato nell’azionariato, cosa, ripeto, non di per sé da contrastare, di conseguenza non ci deve essere una predilezione a priori da parte del governo (con la sua facoltà di usare i poteri di interdizione) a favore di un soggetto piuttosto che di altri. 

D. Da una parte l’operazione Intesa-Ubi ha rimescolato le carte del possibile consolidamento tra banche italiane. Dall’altra la crisi innesca un nuovo ciclo di npl, che in passato ha raffreddato i corteggiamenti. Lei cosa si aspetta ora? 

R. Indubbiamente vi è un’accelerazione. Non mi riferisco soltanto a Intesa-Ubi, ma anche alle conversazioni in corso in altri paesi, come Spagna o Svizzera. Non è solo un tema di contenimento di costi derivante dall’aggregazione tra due entità, ma anche di budget per gli investimenti in tecnologia e innovazione, che le banche di minore dimensione hanno più difficoltà ad affrontare. E c’è un chiaro favore da parte del regolatore nei confronti del consolidamento, domestico e anche cross-border. Le banche hanno retto molto bene a questi mesi di crisi legati al Covid, e questo devo dire soprattutto grazie al lavoro svolto negli anni passati con il de-risking dei bilanci. È anche vero che le conseguenze di questo periodo non sono ancora del tutto emerse. Certamente l’intervento pubblico, che qui invece apprezzo, e non poco, e il lavoro di tante banche che hanno sostenuto i loro clienti in questa fase, ha fin qui mitigato le conseguenze sul fronte dei crediti deteriorati e deteriorabili. Quindi sono abbastanza sereno, perché non vedo segnali di crisi imminente. La direzione mi sembra segnata. 

D. Quindi il 2021 potrà essere l’anno in cui si passa dalle parole ai fatti? 

R. Penso di sì. Ci sono tutti i presupposti perché questo avvenga. Mi fa anche piacere affermare che tante banche, compresa la mia, guardano al futuro consolidamneto da condizioni di solidità di bilancio che in passato non esistevano. 

red 

MF-DJ NEWS 

2108:48 set 2020 

(END) Dow Jones Newswires

September 21, 2020 02:49 ET (06:49 GMT)