Le segrete lotte di potereper il tesoro del Vaticano

La storia degli intrighi che frenano le riforme di Bergoglio

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Caffè.ch 4.10.20 FRANCESCO ANFOSSI

Il senso dei beni e della loro amministrazione nella Chiesa era già chiaro fin dall’inizio”, soleva ripetere il cardinale Attilio Nicora, presidente dell’Apsa, la principale agenzia finanziaria del Vaticano, “perché tra i 12 apostoli risulta che da un lato c’era una cassa e dall’altro sbagliarono subito a scegliere l’economo, Giuda Iscariota”. In effetti duemila anni dopo la situazione non è molto cambiata, almeno stando agli scandali finanziari che si sono susseguiti all’interno delle mura leonine, dal crack dell’Ambrosiano di Roberto Calvi, che utilizzò lo Ior di Marcinkus per dirottare i fondi in un ventaglio di società caraibiche e farli rientrare in Italia a sua discrezione, al riciclaggio della maxitangente Enimont di Raul Gardini, che ripulì i fondi tramite l’istituto per poi destinarli a vari conti svizzeri e lussemburghesi in modo da “foraggiare” i politici di Tangentopoli.

L’ultimo scandalo
In questi giorni lo scandalo è di nuovo esploso con la rimozione di Angelo Becciu, già sostituto alla Segreteria di Stato (in pratica il ministro degli Interni del Vaticano), poi messo a capo della Congregazione per le cause dei santi, costretto a dimettersi e a “degradarsi” su richiesta di papa Francesco. L’ex porporato – che in una conferenza stampa ha dichiarato la sua totale estraneità alle accuse –  è imputato in varie vicende di peculato, compreso il dirottamento di alcuni fondi vaticani in una cooperativa gestita dal fratello.

La svolta di Bergoglio
Per capire quello che sta accadendo in questi giorni bisogna schiacciare il tasto “rewind” e tornare all’elezione dell’argentino Jorge Mario Bergoglio sul soglio di Pietro, nel marzo 2013. A quel tempo il Vaticano era sferzato da diversi scandali finanziari: documenti del pontefice trafugati e pubblicati (Vatileaks), indagini sullo Ior, lo scontro con Banca d’Italia e procura di Roma, gli immobili di Propaganda Fide dati in affitti sospetti, l’opacità dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica), le malversazioni nella sanità cattolica, i guai dei salesiani con l’attico del segretario di Stato Bertone fatto ristrutturare con i fondi dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù…).
Il gesuita è l’uomo giusto
Dopo le dimissioni di papa Benedetto XVI l’ala dei cardinali provenienti dalle due Americhe impose alle discussioni che precedettero il Conclave un’agenda riformatrice: bisognava eleggere un papa estraneo alla Curia romana, che restituisse credibilità al Vaticano, a costo di far cadere qualche testa. Il gesuita Bergoglio era l’uomo giusto. Il cardinale argentino era conosciuto per la sua umiltà e intransigenza. Appena salito al soglio identificò il suo pontificato con una Chiesa “povera per i poveri”. Come sarebbe stato possibile senza garantire totale onestà e trasparenza nella gestione delle finanze vaticane?

Investimenti centralizzati
Bergoglio fu implacabile, ma il compito era immane. Un primo tentativo di riforma andò a vuoto per le enormi pressioni interne. Ogni dicastero vaticano aveva i suoi centri di spesa e non intendeva rinunciarvi. La missione riformatrice iniziale era stata affidata al cardinale australiano George Pell, uno dei suoi grandi elettori al conclave. Pell si insediò nel Torrione Niccolò Quinto, il maniero addossato al Palazzo Apostolico che è sede dello Ior, pretese l’ufficio più ampio e cominciò a far rotolare le teste. Il neo prefetto pontificio per l’Economia vaticana pianificò la centralizzazione degli investimenti – una Sicav, acronimo di Società d’investimento a capitale variabile, con sede a Lussemburgo e i tratti di una investment bank molto lontana dalla concezione economica del Papa – straripò, si fece molti nemici, soprattutto tra gli italiani, a cominciare da Becciu. Poi, come è noto, venne travolto dagli scandali. Tornò in Australia per rispondere di abusi sessuali. Condannato, incarcerato per 400 giorni, poi scagionato dall’Alta corte e completamente riabilitato, è tornato in questi giorni a Roma, come il conte di Montecristo. In Vaticano il potere è come una porta girevole, c’è chi va e chi viene. “Se Pell è ancora convinto che io sia disonesto non ci posso fare niente”, ha ribattuto, da parte sua, il prelato sardo finito nella bufera degli scandali. Becciu è anche finito nel grande affare della compravendita a titolo di investimento di un esoso immobile di Sloane Avenue 60, a Londra. Il suo acquisto, sopravvalutato, con un fondo riservato della Segreteria di Stato, è stato deciso all’epoca in cui era Sostituto. Su questo caso, peraltro, c’è stata anche una rogatoria con richiesta di informazioni al Ministero pubblico della Confederazione a Berna.

Il palazzo e la rogatoria
Papa Bergoglio, irritatissimo dopo il caso di Sloane Avenue, è tornato alla carica sulle riforme. Ha anche nominato Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo di Roma, presidente del Tribunale vaticano (3 ottobre), il gesuita spagnolo Juan Antonio Guerrero prefetto della Segreteria per l’Economia (14 novembre) e Carmelo Barbagallo, ex Banca d’Italia, all’Authority finanziaria. Tre uomini integerrimi che si occuperanno di giustizia, economia e trasparenza. Guerrero è l’artefice del codice degli appalti firmato dal Papa la scorsa primavera contro “le frodi, il clientelismo e la corruzione”.

Gli ispettori al lavoro 
La mossa successiva, dopo il caso Becciu, è stata quella di centralizzare tutto l’utilizzo della liquidità in una sola agenzia, l’Apsa sottraendola ai vari dicasteri. Infine, proprio mentre entravano in Vaticano, oltre al cardinale Pell, gli ispettori dell’antiriciclaggio dell’agenzia europea Moneyal, è stato pubblicato il bilancio della Santa Sede (l’ultima volta era accaduto 4 anni fa, ma non in modo così dettagliato). Il bilancio vaticano registra un deficit di 11 milioni di euro (entrate per 307 milioni di euro, spese per 318), a fronte dei 50 dell’anno precedente, appianato dai ricavi degli altri enti del Vaticano.

Il patrimonio miliardario
Il patrimonio dello Stato della Città del Vaticano è di 1 miliardo e 402 milioni di euro. Un patrimonio tutto sommato infimo, per uno Stato, ma abbastanza grande da scatenare una lotta tra angeli e demoni dentro le mura leonine.