Mediaset: l’incognita francese (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’obiettivo comune resta la definizione di un accordo strategico e industriale da raggiungere nei prossimi mesi dopo oltre quattro anni e mezzo di battaglie legali, ricorsi, richieste danni, pronunciamenti e sentenze attese. Così da settimane Pier Silvio Berlusconi e Arnaud de Puyfontaine studiano le diverse opzioni in grado di portare alla stesura di un’intesa tra Mediaset e Vivendi. 

Un percorso complesso e articolato, che richiede tempo e l’individuazione di una soluzione ancora non trovata. Per questo il tavolo di lavoro è stato allargato alla primissima linea delle due aziende, il cfo del network di Cologno Monzese, Marco Giordani, e il suo omologo francese, Hervé Philippe. Pochi altri alti dirigenti sono ammessi a queste trattative. E, al momento, non pare siano state assoldate formalmente banche d’affari. 

Se c’è la volontà di concludere l’operazione in maniera amichevole, è altrettanto vero che non è così facile arrivarci. Perché il Biscione ha pur sempre chiesto alla controparte transalpina 3 miliardi di risarcimento per il mancato acquisto della pay tv Premium (accordo vincolante dell’aprile 2016), mentre i giudici dei tribunali di Madrid e Amsterdam hanno dato ragione all’azienda che fa riferimento a Vincent Bolloré bloccando il progetto di fusione per incorporazione di Mediaset España nella capogruppo italiana e la conseguente nascita della newco di diritto olandese MediaForEurope. 

Una holding che nei piani di Pier Silvio Berlusconi e Marco Giordani doveva diventare il pivot del prospettato polo europeo della tv generalista free al quale poi sarebbe stata conferita con un’offerta carta contro carta la tedesca ProsiebenSat.1, di cui il network controllato dalla Fininvest dei Berlusconi è il primo azionista con il 24,9%. 

Ma l’opzione ventilata da MF-Milano Finanza di un ingresso nel capitale dell’emittente tedesca da parte di Vivendi e la possibile, successiva offerta totalitaria pare sia complessa da realizzare. A Parigi, infatti, non intendono aprire un fronte, anche politico, in Germania. Così resta di non facile risoluzione il rebus sulla tipologia dell’intesa italo-francese che può passare anche da un coinvolgimento della pay tv Canal+. Un business, quest’ultimo, non facilmente integrabile con la televisione generalista gratuita di Mediaset e ProsiebenSat.1. 

Certo è che Vivendi può far valere una carta politica di non poco conto: nel suo capitale figura da anni con il 4,36% la Caisse des Dépôts et Consignations. Un socio silente ma di peso che non può essere trascurato, visto il ruolo che, in Francia, hanno le istituzioni. Per questa ragione Bolloré, che in qualità di principale azionista di Tim (23,9%) in Italia è coinvolto nell’operazione sulla banda larga con Cdp, ha deciso di concentrare la sua attenzione sulla definizione del dossier Lagardère. 

Vivendi è oggi il primo socio (26,7%) della società da 7,2 miliardi di ricavi (2019) partecipata anche dal fondo Amber Capital (20%), dalla Qatar Holding (13,03%) e dall’uomo più ricco di Francia (patrimonio di 116,8 miliardi), ovvero Bernard Arnault, il patron di Lvmh, che ha sia direttamente il 6,69% di Lagardère, sia il 27% della finanziaria dell’omonima famiglia imprenditoriale che a sua volta detiene il 7,26% del gruppo attivo nell’editoria (Hachette) e nel travel. 

Siccome sia Bolloré sia Arnault sono stati chiamati in causa dall’ex presidente Nicolas Sarkozy, ecco che la partita per Vivendi, interessata alle attività editoriali della stessa Lagardère, è prioritaria ed essenziale per gli equilibri politici nazionali. 

fch 

(END) Dow Jones Newswires

October 12, 2020 02:40 ET (06:40 GMT)

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