Banche: Christian Merle, difficili nuove acquisizioni in Italia (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

In queste settimane i contatti tra Banco Bpm e Crédit Agricole hanno riportato sotto i riflettori la strategia degli istituti francesi in Italia. Una strategia più che trentennale fatta di incursioni, come quella che nel 2006 portò Bnp Paribas a conquistare la Bnl, e di stabili alleanze, come quella che tra il 1989 e il 2007 unì l’Agricole e Banca Intesa. Christian Merle conosce bene quelle vicende. Rappresentante della banque verte in Italia e soprattutto direttore generale e amministratore delegato di Intesa dal 1998 al 2002, il banchiere parigino è stato non solo tra i protagonisti della storia di Ca’ de Sass ma anche un prezioso anello di congiunzione tra il sistema bancario italiano e quello francese. 

Domanda. Dottor Merle, si può parlare di una relazione speciale tra banche francesi e banche italiane? 

Risposta. Certamente c’è una presenza importante della finanza francese in Italia. Non solo per quanto riguarda il sistema bancario, ma anche nel mondo industriale. A mio parere il fenomeno deriva da un’asimmetria strutturale di partenza. Trent’anni fa, quando il Crédit Agricole entrò nel capitale di Ambroveneto, il sistema bancario italiano risultava fortemente frammentato e non era quindi in grado di espandersi all’estero; gli istituti francesi al contrario avevano già compiuto il salto dimensionale e potevano entrare in altri mercati. Cosa che hanno fatto, come dimostrano le strategie seguite dal Crédit Agricole e da Bnp Paribas. 

D. L’Agricole però non entrò in Italia da predatore ma da alleato di una banca tricolore, l’Ambroveneto di Giovanni Bazoli, che cercava di sfuggire alla morsa di Cuccia. Come andarono i fatti? 

R. In quegli anni il professor Bazoli era sotto la minaccia di Mediobanca e cercava un cavaliere bianco, che individuò nel Crédit Agricole. Alla guida del gruppo francese c’era Philippe Jaffré, che pochi anni prima era stato dirigente del ministero delle Finanze, dove l’avevo conosciuto. Fu Jaffré a tenere direttamente i rapporti con Bazoli, in cui ripose subito una convinta fiducia. Inizialmente non tutte le anime dell’Agricole erano convinte dell’investimento in Italia, ma il direttore generale seppe creare consenso attorno al progetto e mi coinvolse direttamente. 

D. In che modo? 

R. Nel 1990 anch’io avevo appena lasciato il ministero delle Finanze per iniziare a lavorare nel sistema bancario. Jaffré mi propose di assumere la guida della succursale italiana e di entrare nel cda dell’Ambroveneto per rappresentare gli interessi dell’Agricole e seguire la crescita dell’istituto. Accettai l’incarico anche se non conoscevo né Bazoli né la sua banca, ma devo dire che rimasi subito positivamente colpito dalla qualità dei professionisti che vi lavorano. 

D. Quelli erano gli anni in cui l’Ambroveneto scalava il sistema bancario italiano e si preparava a diventare il primo istituto nazionale. Che ricordo ne ha? 

R. Non furono anni semplici. Ricordo per esempio il secondo attacco di Mediobanca, cioè l’opa lanciata nel 1994 dalla Comit. Anche in quel caso il ruolo dell’Agricole fu decisivo per garantire l’autonomia dell’Ambroveneto, mentre qualche anno dopo i francesi si impegnarono ad appoggiare l’acquisizione della Cariplo. Nel frattempo Jaffré aveva passato il testimone a Lucien Douroux, che era più cauto sul fronte italiano. In ogni caso per tutti gli anni 90 Agricole non fece mai mancare il proprio sostegno alle iniziative di Bazoli e rafforzò il proprio peso in Intesa. 

D. Si mormora peraltro che quel 18% che Agricole aveva in Intesa impensierisse il governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Era vero? 

R. Forse Fazio non gradiva molto il peso che Agricole assunse, ma la banque verte non prese mai iniziative ostili anche quando non c’era perfetto allineamento sulla strategia. Penso per esempio all’acquisizione della Comit, che a Parigi era stata molto discussa per la diluizione che avrebbe determinato. Poi però l’operazione si fece anche grazie al nostro appoggio. Io peraltro all’epoca ero diventato prima direttore generale e poi amministratore delegato assieme a Lino Benassi e dovevo svolgere il ruolo di trait d’union tra i due gruppi. Una posizione delicata che cercai di ricoprire con imparzialità. 

D. Lei insomma esclude che il Crédit Agricole puntasse a prendersi Intesa? C’è chi ritiene che Bazoli abbia voluto la fusione con il Sanpaolo proprio per evitare una vostra scalata. 

R. È vero che agli inizi degli anni Duemila l’Agricole avviò una forte crescita all’estero, con esiti non sempre fortunati. Progressivamente però l’appetito si attenuò e all’interno del gruppo francese si fece sempre più insistente la richiesta di focalizzarsi sul retail banking e di lasciar perdere le grandi aggregazioni. Nel frattempo ci fu l’operazione Intesa Sanpaolo. L’annunciò spiazzò il mercato perché un’alleanza sull’asse Milano-Torino sembrava impensabile. Credo però che la fusione avesse soprattutto l’obiettivo di creare un campione nazionale italiano e che l’arrocco difensivo sia stato un effetto collaterale. 

D. Si dice che Bazoli e Passera abbiano informato i vertici dell’Agricole solo a cose fatte. Poi ci fu l’accordo per l’uscita di Agricole dal capitale di Intesa Sanpaolo con la cessione di Cariparma e di Friuladria. Fu una separazione consensuale o un divorzio? 

R. Escluderei il divorzio. Semplicemente l’Agricole si rese conto che Intesa era diventata troppo grande e che la strategia seguita in passato non era più realistica. Da qui la scelta di uscire dal capitale ricevendo in cambio le due casse regionali Cariparma e Friuladria che hanno consentito al gruppo francese di acquisire una presenza importante in Italia. Una scelta perfettamente coerente con la strategia che l’Agricole aveva iniziato a seguire. 

D. In quello stesso periodo Bnp Paribas comprò la Banca Nazionale del Lavoro e la presenza della finanza francese in Italia si fece ancora più forte. Oggi, a 15 anni di distanza da quei fatti, Parigi come guarda alle banche italiane? 

R. L’evoluzione del sistema bancario italiano è stata eccezionale. Il consolidamento ha eliminato la frammentazione, consentendo la nascita di due grandi gruppi di dimensione europea. L’ultimo passaggio saranno le integrazioni crossborder, sulle quali però sono scettico. 

D. Eppure oggi si torna a parlare di acquisizioni in Italia da parte di banche francesi. Va per la maggiore l’ipotesi Crédit Agricole-Banco Bpm. A suo parere si tratta di rumors attendibili? 

R. Ho sentito qualche rumors, ma non sono a conoscenza di alcun progetto. Osservo però che oggi acquisire una presenza retail all’estero pagando somme importanti è un piano ambizioso. Non so davvero quanti candidati ci siano. Vanno peraltro tenuti in conto anche i problemi politici: quasi nessun governo chiuderebbe un occhio di fronte al passaggio sotto controllo straniero della propria seconda o terza banca nazionale. 

fch 

(END) Dow Jones Newswires

October 26, 2020 03:54 ET (07:54 GMT)