L’Italia che non è in Italia – Sono quasi 5,5 milioni i cittadini italiani iscritti all’AIRE (anagrafe degli italiani residenti all’estero). Come si legge nel quindicesimo rapporto stilato da Migrantes, la Svizzera resta tra i Paesi con la più importante presenza di espatriati italiani, e dove gli italiani continuano a emigrare.

Tvsvizzera.It 28.10.20

Sono quasi 5,5 milioni i cittadini italiani iscritti all’AIRE (anagrafe degli italiani residenti all’estero). Come si legge nel quindicesimo rapporto stilato da Migrantes, la Svizzera resta tra i Paesi con la più importante presenza di espatriati italiani, e dove gli italiani continuano a emigrare.

Sono passati 15 anni da quando la Fondazione Migrantes, Organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana, ha iniziato ad analizzare il fenomeno della diaspora italiana, presentando i suoi risultati nel rapporto annuale “Italiani nel Mondo”.

L’edizione 2020Link esterno, pubblicata questa settimana, mette in evidenza la crescita ininterrotta della comunità italiana all’estero riscontrata dalla pubblicazione del primo rapporto nel 2006. Allora, gli italiani iscritti all’AIRE erano poco più di 3,1 milioni, mentre il primo gennaio di quest’anno hanno quasi toccato la quota di 5,5 milioni (5’486’081 per l’esattezza), un aumento del 76,6%.

Una presenza particolarmente forte in Svizzera dove, secondole cifre dell’Ufficio federale di statisticaLink esterno, quella italiana resta la comunità straniera più numerosa, con 321’300 persone. Tuttavia, questa cifra non tiene conto, ad esempio, di chi possiede la doppia cittadinanza.

Stando ai dati di Migrantes, gli italiani in Svizzera sono infatti quasi il doppio. Attualmente nel Paese sono iscritte all’AIRE ben 633’955 persone. Si tratta, in cifre assolute, della terza comunità di italiani all’estero per dimensioni, dopo Argentina (869’000 persone) e Germania (785’000). Una cifra ragguardevole considerate le dimensioni del Paese che ha in tutto 8,57 milioni di abitanti.

La regione più vitale: la “ventunesima”

A livello globale la collettività italiana fuori dall’Italia negli ultimi 15 anni è anche ringiovanita, a causa delle nascite all’estero (+150%), della partenza di famiglie con figli (+84,3% di persone fra gli 0 e i 18 anni) e di chi lascia il paese per ragioni lavorative (+78,4% di persone tra i 19 e i 40 anni).

La “ventunesima regione” presenta dunque una situazione in controtendenza rispetto alla grande maggioranza dell’Italia, sottolinea con rammarico la Fondazione nel rapporto.  Con l’eccezione di Lombardia e Emilia-Romagna, infatti, tutte le regioni italiane stanno perdendo abitanti, mentre gli iscritti all’AIRE crescono ovunque. “L’unica comunità che cresce di un’Italia sempre più longeva e spopolata è quella che risiede all’estero!”, scrive Migrantes.

È interessante notare anche la presenza di un’emigrazione di “over 65”. Si tratta di pensionati che si trasferiscono in Paesi con un costo della vita inferiore (i “migranti previdenziali”), di coloro che raggiungono i figli e i nipoti all’estero, e infine di cosiddetti “migranti di rimbalzo”, coloro che, ritornati in Italia dopo un lungo periodo all’estero, si rendono conto di non avere più legami con il Belpaese e decidono di ripartire.

Questi fenomeni relativamente nuovi si sommano al naturale invecchiamento dei migranti “storici”. Il risultato è un consistente aumento in 15 anni degli over 65 residenti all’estero (+ 85,4% dal 2006).

È aumentato anche il grado di formazione e scolarizzazione degli italiani all’estero. Nel 2006, il 68,4% di questi aveva un titolo di studio basso o non ne aveva. Nel 2018, anno a cui risalgono i dati più recenti, il tasso è sceso al 41,5%.

La Fondazione sottolinea come, rispetto al 2006, la percentuale di chi si è spostato all’estero con titolo alto (laurea o dottorato) è cresciuta del 193,3%, per chi lo ha fatto con in tasca un diploma, l’aumento è stato di quasi 100 punti decimali in più (+292,5%).

Secondo Migrantes, questo mette in evidenza un errore di valutazione che si riscontra frequentemente in seno all’opinione pubblica, ovvero che la mobilità odierna sia composta quasi esclusivamente da altamente qualificati che occupano posizioni di prestigio all’estero, mentre invece ha molto peso anche quella di diplomati alla ricerca di lavori generici.

Dove vanno gli italiani?

Gli aumenti più importanti di iscritti all’AIRE negli ultimi 15 anni si sono verificati nel continente americano (in particolare in America latina) e in Europa. Ma i due fenomeni sono dovuti a cause ben distinte.

Oltreoceano la comunità italiana è perlopiù cresciuta dall’interno con acquisizioni di cittadinanza (richiesta e ambita tra i discendenti della vecchia immigrazione che si trovano confrontati con la situazione economica sfavorevole del Paese di residenza). Tra queste spiccano le enormi crescite percentuali di iscrizioni all’AIRE in Argentina (+464,7% dal 2006) e in Brasile (+329,2%).

In Europa, dove si trova la maggioranza degli iscritti all’AIRE totali (54,4%), la crescita è da ricondurre soprattutto alla nuova mobilità. Nel Vecchio continente gli espatriati di nazionalità italiana sono quasi 3 milioni, 1,1 milioni di persone in più rispetto al 2006.

I dati più recenti, quelli riferiti allo scorso anno, sono sintomo di una tendenza generale osservata dall’inizio dell’analisi, scrive la Fondazione.

Da gennaio a dicembre 2019 si sono iscritti all’AIRE 257’812 cittadini italiani, di cui 130’936 per espatrio. Tra questi, il 72,9% si trova in Europa. Nella graduatoria dei 186 Paesi scelti dagli italiani che hanno deciso di trasferirsi all’estero, ben 14 delle prime 20 posizioni sono occupate da Stati del Vecchio continente, tra cui la Svizzera.

La Confederazione è definita dalla Fondazione come il caso più emblematico delle destinazioni “tradizionali ma rivisitate”.

Tradizionale a causa della “vecchia immigrazione” italiana del Dopoguerra, composta soprattutto da uomini con un basso livello di formazione che sono poi rimasti in Svizzera, facendosi raggiungere dalla famiglia o fondandone di nuove.

Rivisitata dato che in tempi più recenti si sta assistendo a un ritorno degli italiani, ma questa volta si tratta di persone “altamente qualificate, più che specializzate, di entrambi i sessi, nuclei familiari giovani con competenze settoriali. A questo si aggiunge la recentissima forma di mobilità di italiani con titoli di studio medio-alti, spinti dalla necessità di una occupazione qualsiasi e quindi generica”, scrive la Fondazione.

Questa tendenza trova conferma nelle cifre riguardanti le fasce d’età. Dei 10’609 nuovi iscritti all’AIRE nel 2019 in Svizzera per espatrio, il 53,6% appartiene alla classe di età 18-34 anni; il 26,5% a quella 35-49 anni; il 17,8% sono minori e il 3% ha più di 65 anni.

Una situazione che rispecchia una delle principali preoccupazioni sociali del Belpaese negli ultimi anni. “L’Italia sta continuando a perdere le sue forze più giovani e vitali, capacità e competenze che vengono messe a disposizione di Paesi altri che non solo li valorizzano appena li intercettano, ma ne usufruiscono negli anni migliori, quando cioè creatività e voglia di emergere sono ai livelli più alti per freschezza, genuinità e spirito di competizione”, scrive Migrantes.