“Con il virus la Svizzeranel circuito del riciclaggio”

Il magistrato antimafia Nicola Gratteri lancia l’allarme

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ALESSIA TRUZZOLILLO DA CATANZARO caffè.ch 22.11.20

Dalla notte dei tempi la ‘ndrangheta specula sulle emergenze. Le cosche arrivano con soluzioni facili, nessuna lungaggine burocratica, e si sostituiscono allo Stato acquisendo consenso sociale. Così è in Italia come nel resto d’Europa considerata “una prateria” per gli affari della ‘ndrangheta. Un aspetto, questo, che appare anche nell’ultimo libro scritto dal procuratore Nicola Gratteri e dallo studioso e scrittore Antonio Nicaso, “Ossigeno illegale” (edito da Mondadori). Nel volume, che presenta un capitolo dedicato proprio all’Europa, gli autori sottolineano come sia necessario non abbassare la guardia nei Paesi dell’Unione. “La Svizzera – avverte Gratteri in questa intervista concessa al Caffè – è sempre stata nella testa degli ‘ndranghetisti”.
ll virus è diventato in qualche modo un alleato delle mafie. Che origini ha questo fenomeno?
“Le mafie hanno sempre trasformato le crisi in opportunità. Lo fanno praticamente dall’epidemia di colera del 1867”.
Che metodi usano i clan per sfruttare il lockdown?
“Usano principalmente due strategie: il welfare mafioso per ottenere consenso sociale e i soldi delle attività illecite, soprattutto il traffico di droga, per rilevare aziende in difficoltà, una sorta di doping finanziario”.
Oggi le mafie sono diventate, come lei ha spiegato più volte, più raffinate. Investono in nuovi settori, come digitale e criptovalute. Come si possono contrastare?
“È diventato sempre più difficile combatterle, soprattutto sul fronte internazionale. Sparano di meno, corrompono di più, riciclano e investono denaro. Sono più sofisticate, grazie anche a Paesi che non le hanno mai considerate un rischio, ma piuttosto una opportunità. Oggi usano criptovalute e investono soldi anche in Borsa”.
Con i prestiti, i clan usurai potrebbero guadagnare parecchio in questo periodo di difficoltà della gente e delle imprese. Dove finiranno tutti questi soldi?
“L’usura è uno dei reati in continua crescita durante il lockdown, anche se ci sono segnali di prestiti a tassi più ragionevoli, proprio nell’ottica della continua ricerca del consenso sociale, utile a legittimare la presenza delle mafie sul territorio”.
Più volte lei ha parlato del ruolo della Svizzera nello scacchiere internazionale e in quello delle mafie in particolare. Pensa che in uno scenario di crisi come questo i soldi potrebbero tornare in Svizzera o i nuovi strumenti messi in in campo dalla Confederazione, come la lotta al riciclaggio, siano diventati una barriera?
“Non saprei, mi piace parlare di cose che posso dimostrare. L’impressione è che la Svizzera sia tornata nuovamente nei circuiti del riciclaggio di denaro. Forse in misura minore rispetto al passato, ma non è del tutto estranea a certe logiche. Non bisogna abbassare la guardia”.
Ha notato, nella sua attività di magistrato, ancora forti interessi nei confronti della Svizzera da parte dei clan?
“La Svizzera è sempre stata nella testa degli ‘ndranghetisti. Per decenni, è stata importante nelle varie operazioni di riciclaggio del denaro”.
In Europa il fenomeno ‘ndrangheta viene spesso sottovalutato. Cosa manca alla cooperazione internazionale? Quali sono, da questo punto di vista, le carenze della Svizzera?
“Alla Svizzera manca una legge che vada oltre a quella esistente sull’associazione segreta. All’Europa manca la consapevolezza della pericolosità di un fenomeno che viene ancora considerato come un problema dell’Italia. L’Europa è una prateria e senza cooperazione tra gli stati membri non si riuscirà a fronteggiare organizzazioni criminali sempre più forti, ricche e potenti”.
Una delle sue proposte di contrasto alle mafie è la limitazione dell’uso del contante. Con il Covid questo sta avvenendo anche per questioni sanitarie, lo ritiene un fatto positivo?
“È positivo, ma c’è ancora molto da fare. Ho sentito solo polemiche sul pericolo che i soldi destinati all’Italia possano finire nelle mani delle mafie. Un atteggiamento poco serio, dal momento che il rischio non è riconducibile solo all’Italia, ma a tutti quei Paesi in cui le mafie da tempo hanno messo radici”.

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