Banche: Tria, e’ ora di uscire da B.Mps (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Prima di lasciare Via XX Settembre 14 mesi fa, Giovanni Tria ha dovuto gestire partite delicate per la finanza italiana. Tra i dossier più caldi sulla scrivania dell’ex ministro dell’Economia c’era quello Montepaschi, la banca nazionalizzata nel 2017 e oggi al centro di un acceso dibattito all’interno del secondo governo Conte. L’Europa chiede una privatizzazione entro il 2021 ma la strada per rispettare la scadenza passa attraverso una trattativa impervia e potenzialmente costosa per i contribuenti. Una prospettiva che non garba al Movimento Cinque Stelle. Oggi Tria guarda con distacco al quadro politico ma ribadisce quanto spesso aveva ripetuto da ministro: lo Stato deve uscire dal Monte. 

Domanda. Professor Tria, da ministro lei ha sempre confermato l’uscita del Tesoro dal capitale di Mps. Pensa che oggi il governo Conte dovrebbe mantenere questa linea? 

Risposta. Sì, penso che gli impegni presi dallo Stato debbano essere mantenuti e mi preoccupa il fatto che spesso i governi non si sentano vincolati a rispettare quanto concordato dai propri predecessori. È soprattutto un problema di credibilità. Chi oggi pensa che Mps debba restare pubblica, non ha in mente una soluzione utile per la banca ma vuole soltanto un altro strumento a disposizione della politica. Lascerei perdere questo tipo di atteggiamenti. 

D. In via XX Settembre aveva iniziato a lavorare alla privatizzazione? 

R. Il nostro obiettivo era che la privatizzazione si inserisse nel processo di consolidamento del sistema bancario. Le aggregazioni avrebbero dovuto creare soggetti nuovi in grado di assorbire Siena. Ragionando con il senno di poi, avremmo potuto imprimere un’accelerazione maggiore al processo, ma tutto restava subordinato all’iniziativa dei privati. 

D. Una soluzione come il salvataggio delle banche venete oggi è possibile? 

R. Non mi sembra una strada percorribile. Quell’operazione passava attraverso una liquidazione coatta amministrativa che azzerava il valore di azioni e obbligazioni subordinate. Non mi pare proprio che si voglia andare in quella direzione. 

D. Mi riferivo soprattutto alla dote generosa riservata al compratore. In quel caso fu Intesa Sanpaolo, mentre oggi potrebbe essere Unicredit. 

R. In vicende di questo genere lo Stato dovrebbe agire in modo concorrenziale, introducendo solo incentivi di mercato. Se c’è un’offerta non congrua al valore ceduto, lo Stato dovrebbe prendere tempo e cercare altre offerte. Credo che ci sia spazio per questo, anche se non aspetterei troppo. 

D. Fatto sta che all’interno della maggioranza qualcuno tifa per un ritorno dello Stato nel capitale delle banche. Nei mesi scorsi si è parlato di banca pubblica. Le pare un dibattito legittimo in questa fase? 

R. Mi sembra che, nel dibattito di questi mesi, la spinta per una maggiore presenza dello Stato nell’economia nasca soprattutto da nostalgie per il passato o da fantasie su un futuro che non mi auguro. Lo Stato deve fare il regolatore e operare con strumenti di intervento ben definiti. Eviterei commistioni come l’ingresso nel capitale delle banche o delle grandi società private perché questo potrebbe portare a istanze politiche distorsive. Il problema principale è che lo Stato è posseduto dai governi e i governi non sempre hanno come obiettivo l’interesse generale. Solo per restare alle cronache di questi mesi, gli esempi di pressioni pubbliche su società quotate fanno una certa impressione. 

D. Qualche banca pubblica però sta già nascendo. Pensiamo solo al Mediocredito Centrale che, con il salvataggio della Popolare di Bari, vuol dare vita a una Banca del Mezzogiorno. Come valuta quel progetto? 

R. Osservo che gli obiettivi iniziali del progetto erano molto diversi. In origine si tentò di guidare un’aggregazione tra la Popolare di Bari e altri istituti del sud per creare una banca privata del mezzogiorno. Questa era del resto la richiesta dell’Europa. Poi il quadro è cambiato e Mcc è intervenuto come soggetto pubblico nel salvataggio. Ne sono rimasto sorpreso. Mi sarei aspettato una società per azioni con una partecipazione significativa del privato, anche perché sapevo dell’interesse di diversi fondi stranieri non speculativi. Le scelte però sono andate in una direzione diversa, complice anche la posizione europea molto più permissiva: se prima era indispensabile l’ingresso di capitali privati, adesso si può farne a meno. 

D. Insomma, su Bari c’era spazio per un’operazione non solo pubblica? 

R. Sì. 

D. Un altro ambito in cui si discute su un intervento dello Stato è quello dei crediti deteriorati. Lei è a favore di una bad bank nazionale? 

R. Credo che sia uno strumento importante. L’Italia peraltro ha già una sorta di bad bank nazionale; mi riferisco ad Amco che è stata costituita per far fronte a crisi bancarie. Vedo però un problema di fondo: in che modo un operatore pubblico può agire per assicurare una maggiore concorrenza e non in direzione contraria? Che soluzioni mettere in campo per evitare lo spiazzamento degli operatori privati e garantire al contempo la stabilità del sistema finanziario? Mi pare che il dibattito in corso sia volto a trovare un equilibrio su questi aspetti. 

D. Come valuta le iniziative messe in campo dal governo in questi mesi a sostegno del credito e del sistema bancario, dalle moratorie alle garanzie pubbliche fino alla nuova norma sulle dta? 

R. Il mio giudizio complessivo non è negativo. Osservo però che in una prima fase il governo ha puntato troppo sui provvedimenti a sostegno della liquidità. Si sono confusi problemi di liquidità con problemi di solvibilità. Per tamponare le importanti perdite di fatturato subite da moltissime imprese servivano rimborsi a fondo perduto e non solo facilitazioni all’indebitamento. Forse adesso il governo lo ha capito, ma l’azione mi pare ancora incerta e non risolutiva. In questo momento servirebbe un intervento più ampio per generare aspetti moltiplicativi positivi che avrebbero l’effetto di ridurre la perdita di gettito fiscale. Sulle dta invece mi pare invece che l’intervento sia positivo. Ho il sospetto che chi oggi contesta il provvedimento lo faccia per obiettivi contingenti, come impedire le aggregazioni. 

fch 

(END) Dow Jones Newswires

November 30, 2020 02:33 ET (07:33 GMT)