Banche: l’anno dei matrimoni (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

L’età dell’oro per il settore bancario è trascorsa da parecchio e non solo in Italia. Per farsene un’idea è sufficiente confrontare il valore dell’intero listino bancario europeo con la capitalizzazione di Apple. Proprio quest’anno Cupertino (la cui market cap surclassa il pil di molte economie avanzate) ha ampiamente superato l’industria creditizia del Vecchio continente. 

Nel dato qualcuno potrebbe leggere un segno dei tempi e, più in particolare, di quella febbre tecnologica che nell’anno della pandemia ha contagiato le borse mondiali. Il sorpasso, scrie Milano Finanza, segnala però anche una debolezza strutturale. Solo cinque delle prime venti maggiori banche mondiali per attivo oggi sono europee. La classifica è dominata infatti dai giganti cinesi e americani che solo in nona posizione lasciano spazio a un istituto domiciliato nella Ue. 

L’asimmetria ha molte possibili spiegazioni, ma una più di tutte convince i regolatori e i mercati: le banche europee sono ancora troppe. Andrea Enria, responsabile della Vigilanza Bce, lo va ripetendo da mesi: “In tutti i settori, dall’automobile all’acciaio, che sono passati attraverso grandi crisi, la capacità in eccesso che si era creata nel periodo prima della crisi è stata riassorbita anche attraverso processi di consolidamento. Nel sistema bancario europeo questo non è successo”. Ecco perché proprio la Bce oggi sta spingendo per una nuova ondata di aggregazioni che consenta agli istituti non solo di superare la crisi pandemica ma anche di acquisire gli anticorpi indispensabili per superare le prossime sfide. 

In Italia il processo si è messo in moto nella prima metà del 2020 con l’opas di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca, che per la prima volta dopo decenni ha sdoganato le offerte non concordate. La zampata della Ca’ de Sass ha suonato il fischio di inizio per l’intero mercato europeo. Lo hanno dimostrato le fulminee nozze tra le spagnole Bankia e CaixaBank e gli insistenti rumor su un merger tra le svizzere Ubs e Credit Suisse. E se in Francia Bnp Paribas viene considerata il candidato ideale per una fusione con Société Générale, sulla piazza di Francoforte c’è chi annusa una ripresa dei colloqui tra Deutsche Bank e Commerzbank. Anche in Italia c’è da scommettere che nei prossimi mesi il lavoro non mancherà ad advisor e banchieri d’affari. Il dossier più caldo è quello di Mps da cui il Tesoro (primo socio al 64%) intende uscire entro la fine del 2021. Con una cospicua dote la banca senese potrebbe convolare a nozze con Unicredit, oggi alle prese con la ricerca di un nuovo amministratore delegato dopo l’uscita di scena di Jean Pierre Mustier. Sarà quindi Unicredit- Mps? Probabilmente sì, sempre che piazza Gae Aulenti non decida di rispolverare il dossier Banco Bpm, mai definitivamente accantonato. L’istituto guidato da Giuseppe Castagna è del resto alla ricerca di un partner e c’è chi legge in questa luce il recente divorzio da Cattolica sul fronte della bancassurance. Un’unione con Unicredit in piazza Meda avrebbe diversi sostenitori, anche se oggi la strada maestra sembra condurre a Modena. A tifare per un merger tra Banco e Bper è soprattutto l’ Unipol di Carlo Cimbri, oggi primo azionista dell’istituto emiliano. Servirà forse qualche mese per dissipare gli ultimi dubbi. In ogni caso è certo che il valzer delle aggregazioni potrebbe ridefinire in profondità la geografia del credito, coinvolgendo non solo gruppi medio-grandi ma anche quelli di taglia più contenuta. Dopo l’opa del Crédit Agricole sul Creval, gli occhi del mercato guardano infatti già ad altre possibili prede, a partire dalla Popolare di Sondrio che dovrà presto abbandonare lo status di cooperativa. 

red/lab 

MF-DJ NEWS 

0410:00 gen 2021 

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January 04, 2021 04:02 ET (09:02 GMT)