B.Mps: Clarich, Siena scenda dal Monte (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Una buona fetta della politica locale e nazionale punta i piedi per la privatizzazione di Mps e l’inevitabile allontanamento della banca più antica del mondo dalla sua città. Per Marcello Clarich però, senese d’adozione e presidente della Fondazione Mps negli anni più difficili della sua storia, la strada della banca è già segnata e i campanilismi non la cambieranno. Semmai oggi Siena deve sforzarsi di immaginare un futuro diverso come da qualche anno sta facendo la sua fondazione. 

Domanda. Clarich, la privatizzazione di Mps sta entrando nel vivo e il dibattito politico sul tema è molto vivace. Che pronostico fa? 

Risposta. Mi sembra che l’uscita del Tesoro dal capitale della banca sia una strada obbligata. La prevedono gli accordi presi nel 2016 con la Bce e con la Commissione Europea che hanno concesso al governo italiano una nazionalizzazione a tempo. Purtroppo o per fortuna non c’è molto da fare. Al massimo potrebbe verificarsi una proroga legata al Covid, ma prima o poi lo Stato dovrà uscire. 

D. La politica locale e una parte di quella nazionale però puntano i piedi. Resistenze fisiologiche? 

R. Occorre ricordare cos’è il Monte per Siena e per la Toscana. La banca non è soltanto la più grande azienda regionale con tutti i benefici impliciti per il territorio, ma rappresenta anche una storia, una tradizione. Me ne sono reso conto frequentando assiduamente la città da presidente della Fondazione fra il 2014 e il 2018. 

D. Qualcuno ricorda che i suoi rapporti con la politica senese non furono semplici. Conferma? 

R. Quando arrivai a Siena nel 2014 c’erano rabbia, tensione e soprattutto per molti il rifiuto di guardare in faccia la realtà. Il mio sforzo è stato quello di tratteggiare un ruolo nuovo per la fondazione e di rivendicare l’indipendenza dalle istituzioni locali, a partire dal Comune. I punti di frizione non sono mancati e forse proprio per questo, pur avendo un solido legame con la città, venivo visto come un estraneo. Mi piace però pensare che alcuni spazi di autonomia guadagnati in quegli anni sono stati conservati dal mio successore Carlo Rossi. 

D. In effetti prima della sua presidenza e di quella di Antonella Mansi la fondazione non aveva dato una grande prova di indipendenza, per usare un eufemismo. Era il sistema Siena? 

R. In ogni decisione di rilievo era difficile distinguere tra fondazione, banca e politica locale. Erano quasi un tutt’uno. Il che spiega le accuse incrociate e i problemi di attribuzione di responsabilità sorti subito dopo lo scoppio della crisi. 

D. Un piccolo mondo antico ormai anacronistico? 

R. Il legame simbiotico tra città, fondazione e banca poteva funzionare benissimo in un’altra fase storica. Per esempio quando, prima della Legge Amato, l’istituto era un ente pubblico protetto e non scalabile. Poi certamente il groviglio è diventato anacronistico e il processo di concentrazione del sistema bancario ha reso sempre più inefficiente il modello Siena. Pensi solo all’anomalia di una direzione generale nella provincia italiana. Convincere i top manager a lasciare Milano per trasferirsi a Siena è una difficoltà oggettiva. 

D. Eppure ancora oggi la senesità di Mps resta oggetto di dibattito. Come valuta per esempio l’ipotesi di mantenere una mini-banca in Toscana? 

R. È inutile nascondersi che il legame tra la regione e la banca resta forte perché perdere il Monte significherebbe perdere ricchezza e occupazione. Trovo quindi comprensibile che qualcuno si stia ponendo il problema di come mantenere l’istituto sul territorio. L’esito di un tentativo di questo genere mi sembra però alquanto incerto, soprattutto in termini di efficienza industriale del progetto. 

D. La crisi di Mps ha portato sul banco degli imputati anche le fondazioni. Nelle recenti crisi bancarie che responsabilità hanno avuto queste istituzioni, nate proprio 30 anni fa con la legge Amato? 

R. Senza dubbio molte fondazioni hanno opposto una forte resistenza a quel processo di privatizzazione del sistema bancario che era l’obiettivo esplicito della Legge Amato. Il fenomeno ha conosciuto diverse degenerazioni, ben note alle cronache economiche e giudiziarie. Occorre però ricordare che, se da un lato in passato la stessa Bankitalia teorizzava la nascita di noccioli stabili nel capitale delle banche, dall’altro lato nel 2008-2012 le fondazioni hanno dato un contributo essenziale alla stabilità del sistema partecipando a onerosi aumenti di capitale. In qualche caso si sono perfino svenate. 

D. Oggi però molte fondazioni hanno cambiato pelle, a partire da Siena. Una svolta inevitabile? 

R. Certo. Non dimentichiamo che, se il legame con le banche si è allentato, le fondazioni continuano a giocare un’importante funzione sociale nel nostro Paese. Una funzione che deve essere mantenuta, anche grazie a un vigile lavoro di preservazione del patrimonio. Così è accaduto per l’ente senese che oggi si è quasi del tutto emancipato dalla sua origine bancaria. 

D. È sicuro che alla Fondazione non farebbe gola un pagamento in azioni del maxi risarcimento da 3,4 miliardi? 

R. Nella politica locale qualcuno accarezza ancora l’idea di un ritorno al passato, ma non mi pare un’ipotesi realistica oggi. 

D. Siena insomma dovrebbe rassegnarsi a dire addio a Babbo Monte? 

R. La città deve guardare avanti e sfruttare le sue numerose potenzialità, dall’università alla cultura, dal turismo di qualità alle biotecnologie. Molto è già stato fatto in questi anni e il distacco dal Monte potrebbe accelerare processi virtuosi già in atto. Non dico che sarà una strada semplice, ma occorre essere realisti nel riconoscere che non ci sono alternative. 

fch 

(END) Dow Jones Newswires

January 11, 2021 02:44 ET (07:44 GMT)

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