In Grecia isole minacciateda una foresta di pale – L’obiettivo è quello di far diventare la Grecia un “hub energetico” in grado di esportare energia in altri Paesi europei,

MATTIA MARZORATI DA CEFALONIA (GRECIA) caffe.ch 7.3.21

Nell’ottobre scorso una nave proveniente dalla Germania è rimasta bloccata al porto di Sami, sull’isola di Cefalonia. Alcune centinaia di residenti hanno occupato la banchina giorno e notte, opponendosi allo scarico di 4 turbine eoliche e costringendo il cargo a fare rotta verso la Grecia continentale. L’imponente programma di conversione enrgetica portato avanti dal governo guidato da Kyriakos Mitsotakis costituisce un’attraente opportunità per il rilancio del Pil ma, al contempo, ha enormi ripercussioni sul paesaggio e sulla società.
L’obiettivo è quello di far diventare la Grecia un “hub energetico” in grado di esportare energia in altri Paesi europei, con il duplice vantaggio di diversificare un’economia fortemente dipendente dal settore turistico. I 67 Gw prodotti da fonti “rinnovabili” entro il 2030 sono una previsione più che mai realistica alla luce degli accordi siglati fino a pochi mesi fa e supererebbero di circa dieci volte il limite minimo fissato dall’Ue. Ma la strada è tutt’altro che in discesa: la confisca di terreni privati e l’appalto, in tempi record, di progetti multimilionari ad aziende estere sta trovando un’opposizione sempre più compatta da parte degli abitanti delle aree interessate. Le migliaia di turbine necessarie sono concentrate nelle aree montane e sulle isole, luoghi in cui il paesaggio e l’ambiente hanno un ruolo fondamentale per chi ci vive. L’installazione di una turbina, alta circa cento metri, prevede il livellamento della cresta della montagna, la costruzione di una rete stradale di grandi dimensioni per l’arrivo dei mezzi pesanti e una profonda colata di cemento che rimarrà per sempre.
“Non si salva l’ambiente distruggendo l’ambiente”, è una delle frasi ripetute da chi è convinto che la sostenibilità dell’eolico andrebbe fortemente messa in discussione. Sull’isola di Evia, dove si dovrebbe concentrare circa la metà dell’intera produzione energetica del Paese, già esistono i primi “cimiteri”. Le turbine hanno una vita utile di circa 25 anni e non essendo composte di materiali riciclabili vengono deposte in enormi discariche o, più semplicemente, abbandonate. La legislazione recente consente l’avvio dei lavori in circa 3 mesi dalla presentazione del progetto, esclude quasi totalmente il parere delle comunità e permette la “cementificazione” ovunque, perfino nelle aree di interesse comunitario a protezione speciale Natura 2000.
E l’assenza di una vera regolamentazione preoccupa per i suoi effetti a breve e lungo termine. A Cefalonia gli abitanti sono convinti, sostenuti dagli studi di alcuni ricercatori, che le terribili alluvioni degli ultimi anni siano aumentate per frequenza e devastazione a causa degli stravolgimenti idrogeologici che le turbine hanno portato. I materiali di scavo abbandonati in cumuli sulle montagne, infatti, sarebbero stati rovesciati a valle con estrema facilità dalle forti piogge.
Nelle foreste di Evia decine di incendi sono scoppiati in prossimità dei cavi di alta tensione necessari per il trasporto dell’elettricità. Inoltre, le principali mete per il turismo alternativo sono messe a rischio dall’espansione, oltre gli attuali limiti di legge, dei parchi eolici e la loro vicinanza con alcuni centri abitati ha spinto diverse persone ad abbandonare il luogo di nascita, disturbate dal rumore e dall’inquinamento luminoso.
Il consenso della popolazione locale viene spesso cercato attraverso il pagamento di somme di denaro più o meno consistenti da parte delle aziende costruttrici in favore dei piccoli comuni ma la presenza sempre più massiccia dei Mat (la polizia antisommossa greca) durante le operazioni di scarico e installazione delle turbine è eloquente di una profonda spaccatura fra autorità, cittadini e all’interno della stessa opinione pubblica