In Svizzera truffe milionarieper avere i crediti Covid

Dall’imbianchino all’imprenditore, ecco gli illeciti

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ANDREA STERN Caffe.ch 6.3.21

L ultimo a essere processato si è preso 4 anni di carcere. Da scontare. Una “pena severa ed esemplare”, come aveva chiesto la procuratrice pubblica, per sottolineare l’odiosità del reato commesso. Un abuso alla solidarietà. Perché nel marzo scorso, quando la Confederazione ha deciso di farsi garante della concessione di crediti Covid alle imprese in difficoltà, l’ha fatto per aiutare queste ultime a sopravvivere alla pandemia. Non certo per offrire ai loro titolari automobili o altri beni di lusso. Eppure è successo. Tra i tanti richiedenti onesti si sono intrufolati anche dei truffatori. A oggi sono 771 i procedimenti penali aperti per sospetta truffa ai crediti Covid. Il Ticino, purtroppo, risulta essere il secondo cantone più colpito dal fenomeno

Era un semplice imbianchino che sognava una Bentley. Nella primavera scorsa pensava di aver trovato il modo di permettersela. E in effetti se l’è comprata. Ma lunedì scorso è stato condannato a 4 anni di detenzione e all’espulsione dalla Svizzera.
La Bentley era stata aquistata grazie a un doppio credito Covid – uno a Ginevra, l’altro nel canton Vaud – ottenuto con dichiarazioni ampiamente fasulle. L’imbianchino aveva chiesto l’aiuto della Confederazione sostenendo di avere alle proprie dipendenze dodici impiegati, quando in realtà lavorava da solo. Aveva indicato una cifra d’affari di parecchi milioni di franchi all’anno, quando in realtà non raggiungeva nemmeno i 150mila franchi. Scoperto, è stato infine condannato per truffa e falso in documenti. Ma dell’oltre mezzo milione percepito indebitamente non è stato ritrovato nulla, fatto eccetto per la Bentley, ora sotto sequestro.
L’imbianchino – la sua evidentemente è una storia simbolo di un fenomeno diffuso – non è l’unico ad aver approfittato della facilità con cui la Confederazione, in un regime di assoluta emergenza sociale ed economica, ha assicurato i crediti durante la prima ondata pandemica. Solo nel canton Ginevra, dove l’imbianchino è stato condannato, sono aperti altri 64 procedimenti penali. Meno che in Ticino, dove i procedimenti sono 86, per un totale di oltre 10 milioni di franchi di crediti Covid. Ticino che, nella poco ambita classifica dei cantoni con più casi di sospetti abusi, occupa il secondo posto.
Il primo posto della classifica spetta a Zurigo, dove le inchieste in corso sono 144. L’unico cantone dove non sembra si siano registrate truffe ai crediti Covid è Appenzello Interno.
In totale, in base ai dati raccolti dal sito covid19.easygov.swiss, a livello nazionale i procedimenti penali in corso sono ben 771, per un ammontare complessivo di 110 milioni di franchi che si sospetta siano stati percepiti illecitamente. Non è escluso che ulteriori casi possano ancora emergere. Poi vi sono altri 58 procedimenti, per un totale di 4,7 milioni di franchi, che sono già stati chiusi con la condanna dei rispettivi indagati.
In Ticino il primo processo risale allo scorso mese di dicembre, quando un imprenditore italiano è stato condannato a 30 mesi di detenzione, di cui 8 da espiare, e all’espulsione dalla Svizzera dopo aver ottenuto 660mila franchi di crediti Covid grazie all’allestimento di bilanci falsi. Soldi poi in parte utilizzati per spese private come l’acquisto di vari orologi e di un’automobile. Insieme all’imprenditore è stato condannato, a una pena sospesa, anche il fiduciario ticinese che l’aveva aiutato a compiere la truffa.
È invece in attesa di essere processato il dentista italiano che nell’aprile 2020 aveva chiesto i crediti Covid per una società aperta solo pochi giorni prima a Lugano. Insieme a un connazionale aveva percepito circa un milione e mezzo di franchi. Soldi che non sono stati usati per far fronte all’emergenza ma che sarebbero stati investiti in una società attiva nel settore petrolifero. I due uomini sono finiti in manette in gennaio.
Per una società che ha ottenuto i crediti Covid pochi giorni dopo la sua fondazione, ce ne sono altre che invece sono state aiutate dalla Confederazione nonostante fossero già in fallimento. È accaduto ad esempio a Briga, in Vallese, dove in febbraio un ceco e un croato sono stati condannati a pene pecuniarie per aver chiesto e ottenuto un credito di 60mila franchi nonostante nei confronti della loro piccola impresa edile fosse stata aperta una procedura di fallimento già parecchio tempo prima dell’inizio della pandemia.
Tutte queste sono storie che fanno clamore e soprattutto che minano il principio della fiducia su cui si è basata la strategia di aiuti della Confederazione. Gli abusi, chiaramente non giustificabili, vanno tuttavia relativizzati. Se anche tutti i 771 procedimenti ancora aperti dovessero chiudersi con una condanna, i crediti ottenuti illecitamente rappresenterebbero solo lo 0,6% del totale. Una percentuale dunque piuttosto bassa rispetto alla mole di investimenti, al grande sforzo finaziario effettuato dalla Svizzera in questi mesi per aiutare le aziende che hanno rallentato la loro marcia e hanno perso fatturato per effetto dei lockdown e le regole stringenti scattare per contrastare gli effetti della pandemia.
Tra marzo e luglio 2020 la Confederazione si è infatti fatta garante di oltre 137mila crediti, per un valore complessivo di quasi 17 miliardi di franchi. Si noti inoltre che nel frattempo già poco più di 1,5 miliardi di franchi sono stati rimborsati dai rispettivi beneficiari che non li hanno utilizzati.