Finanza: c’è un buco nella borsa (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

C’è un buco nella borsa. Nel 2020 si sono quotate a Piazza Affari 22 società, raccogliendo 706 milioni di euro, e sono state concluse 12 offerte pubbliche di acquisto (opa) per un controvalore di un miliardo. 

Non tutte, ma molte di queste operazioni puntavano al delisting della società per volontà dell’azionista di maggioranza, spesso supportato finanziariamente da un private equity. Si dirà: è l’effetto del tracollo delle quotazioni che gioco forza alleggerisce l’esborso necessario a ricomprarsi il flottante. In verità, secondo un recente studio di Consob, in Italia la correlazione fra numero di delisting e andamento della borsa appare trascurabile. Delle 174 opa lanciate fra 2007 e 2019 ben 109 avevano come obiettivo il delisting. Negli ultimi sei anni poi la revoca dalla quotazione ha riguardato realtà di dimensioni crescenti, con una capitalizzazione media di 1,6 miliardi. Salvo rare eccezioni (Nexi e Gvs per esempio), le matricole di Piazza Affari sono invece sbarcate soprattutto su Aim, il segmento delle pmi. 

Risultato: «Nonostante il significativo numero, per il mercato italiano, di nuove quotazioni (48)», si legge nello studio Consob, «negli ultimi sei anni l’incremento delle società quotate sull’Mta al netto dei delisting è stato di sole 17 unità». Ma quel che è peggio è che «la capitalizzazione complessiva di borsa, calcolata al netto delle fluttuazioni delle quotazioni è diminuita di circa 15 miliardi». Il fenomeno non è solo italiano, anzi. Il numero di quotate negli Usa ha toccato il picco di 7.428 nel 1997 e da allora è progressivamente calato fino ad arrivare alle 5.860 di fine 2020 (-21%). Non è andata meglio a Londra, che contava a fine anno 1.989 compagnie, il 18% in meno rispetto alle 2.428 del 2000. Svariati motivi possono spingere alla fuga dalla borsa. 

In primo luogo la necessità di ristrutturare l’azienda, lontano dal giudizio severo e continuo del mercato, in vista di sfide epocali come la digitalizzazione e la svolta verde. La decisione può poi derivare dalla volontà di sfuggire a costi, burocrazia e trasparenza connessi allo status di quotata. Infine, le enormi disponibilità di denaro a basso costo hanno spinto imprenditori e private equity a farsi finanziare per approntare questo genere di operazioni. Il risultato è che sul listino restano soprattutto società troppo grandi per il delisting o troppo piccole per suscitare l’interesse dei grandi fondi di investimento. L’ampia cartina di tornasole delle medie capitalizzazioni invece non va in borsa o, se c’è già, ne esce, preferendo in entrambi i casi rivolgersi ai private equity per trovare i capitali necessari al salto di qualità e poi eventualmente sbarcare o tornare sul listino a valori ben più elevati.Quale sia la ragione, il 2021 si avvia a essere un altro anno di uscite a Piazza Affari. Oltre a quelle già concluse di Ima, Techedge, Massimo Zanetti Beverage e presto Nova Re, nelle ultime settimane sono state lanciate opa finalizzate al delisting su Astm, Isagro e Cerved. Il mercato inizia perciò a chiedersi chi sarà il prossimo a sfilarsi da Palazzo Mezzanotte. 

fch 

(END) Dow Jones Newswires

March 15, 2021 03:14 ET (07:14 GMT)